Si può essere disruptive anche nel welfare. Così la pensa Hilary Cottam, social entrepreneur e autrice del libro Radical help intervenuta al World Economic Forum di Davos. Cottam, che ha collaborato anche con la World Bank, ha idee originali per quanto riguarda i centri dell’impiego che probabilmente cozzerebbero con i programmi di Luigi Di Maio.

Secondo Cottam la rivoluzione industriale ha prodotto un’esplosione di nuove forme di organizzazione sociale. Dalle Nazioni Unite ai sindacati, dal settore del volontariato agli stati sociali, nuovi sistemi e partenariati sono stati progettati per facilitare la transizione da un ordine socio-economico all’altro.

Ma queste organizzazioni non sono più al passo con le sfide e le aspettative moderne. La Quarta Rivoluzione Industriale richiede una social revolution. Questo significa che gli attuali jobs centre o Centri per l’impiego che siano a Roma o a Londra non funzionano. Costano un sacco di soldi e, per quanto riguarda la Gran Bretagna, falliscono nel 66% dei casi. In Uk hanno anche provato a riformarli, gli hanno cambiato nome e le prestazioni sono state ricalibrate, ma gli elementi essenziali rimangono gli stessi: distribuiscono denaro e consulenza. Due terzi dei disoccupati che si sottopongono alla procedura di richiesta obbligatoria di lavoro per ricevere assistenza sociale, non vengono assunti.


In più con la quarta rivoluzione industriale c’è bisogno di nuove competenze e di modi diversi di trovare lavoro. Oggi, la maggior parte dei posti di lavoro non viene pubblicizzata e per trovare lavoro e progredire, sono necessarie connessioni sociali. Viene in mente l’ex ministro Poletti quando disse che era più importante il calcetto e gli amici che un cv.


Il mio approccio è differente

Per passare dalle parole ai fatti Cottam ha provato un approccio di verso in un centro per l’impiego a sud di Londra. “Abbiamo riunito le persone sia dentro che fuori dal lavoro, e ci siamo concentrati non solo sul lavoro, ma su come salire la china. Ho chiesto a chiunque volesse unirsi a noi di pagare 5 sterline”.

Con i partecipanti ha usato strumenti semplici e incontri pubblici per collegare le persone e fare passi concreti verso obiettivi a lungo termine. Le piattaforme digitali a buon mercato hanno permesso di lavorare con molte persone a basso costo. “Abbiamo avuto un impatto. Il nostro approccio ha favorito le competenze e ha permesso all’87% dei membri di progredire nel lavoro o verso il lavoro, costando un quinto di quello dei servizi attuali”.

Al 20% del costo il 54% ha trovato lavoro, l’87% ha fatto progressi e il 100% ha mostrato capacità di crescita. Questo, secondo la britannica Cottam è il welfare del XXI secolo. Inizia dove ci si trova, e invece di comandare il cambiamento o cercare di risolvere il problema, offre supporto per aumentare la capacità di crescita. Include quante più persone possibile, dato che sono le nostre relazioni che ci aiutano a trovare lavoro, a mantenerci in salute e a prenderci cura gli uni degli altri.

Il cucito che salva Anne

“Lavoro con le persone anziane – racconta – creando servizi di comunità che portano gioia e cure a prezzi accessibili. Ho affinato questo modo di lavorare nei barrios dell’America Latina e nei composti dell’Africa meridionale. Da Londra a Maputo, la vita delle persone cambia”. E il sistema funziona anche con persone come Anne ed Elli senza lavoro e con famiglie disastrate alle spalle. In Uk ha contato 73 diversi tipi di assistenza che non riuscivano però a incidere sulla vita delle persone. Anche perché se l’assistente sociale che si occupa del figlio di Elli dedica l’86% del suo tempo a problemi interni quello che rimane non cambia la vita del ragazzo. “Il cambiamento per Anne è iniziato quando è stata incoraggiata a ricominciare il suo lavoro di cucito. Il rimedio potrebbe sembrare strano, ma i risultati hanno impressionato i medici”.

Cottam ricorda che quando la Gran Bretagna uscì dalle devastazioni della guerra e dalla crisi economica degli anni ’30, William Beveridge, l’architetto dello stato sociale, dichiarò che era “un tempo di rivoluzioni, non di rappezzi”. Ha esportato la sua rivoluzione in tutto il mondo, fornendo un progetto organizzativo e intellettuale per il modo in cui pensiamo al benessere. Ma oggi è arrivato il momento di cambiare. L’avvento del 4.0 coinvolge anche il welfare. L’approccio deve essere radicale.

Luigi Ferro

Giornalista, 54 anni. Da tempo segue le vicende dell’Ict e dell’innovazione nel mondo delle imprese. Ha collaborato con le principali riviste del settore tecnologico con quotidiani e periodici

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