Pil in calo del 4,7% nel primo trimestre, il lockdown ha bloccato il 66% dell’export manifatturiero

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A lockdown terminato, la stima preliminare dell’Istat indica in -4,7% la variazione del Pil italiano nel primo trimestre del 2020 rispetto al trimestre precedente, con una variazione acquisita per il 2020 (che si calcola presumendo che nei restanti trimestri i livelli di attività si mantengano uguali a quelli del primo) del -4,9%.

Una situazione che si inserisce in un quadro internazionale fortemente condizionato dal lockdown diffuso delle attività economiche. Se nell’area euro il Pil nel primo trimestre è sceso del 3,8%, a febbraio il commercio mondiale di merci in volume è calato ulteriormente (-1,5%). Nel nostro Paese, da gennaio a febbraio 2020 la produzione industriale è scesa dell’1,2%, mentre a marzo è cresciuto il tasso di disoccupazione dell’8,4% rispetto al mese precedente.

Inoltre, a pagare un prezzo molto alto è stato l’export manifatturiero, dato che il lockdown in Italia ha bloccato le imprese del settore che, da sole, ne rappresentano il 66,6%.


L’impatto del lockdown sul manifatturiero

Anche per il settore della manifattura le previsioni pubblicate dall’Istat sono negative. A febbraio gli ordinativi sono calati sia sul mercato interno (-4,4% su gennaio) sia su quello estero (-4,3%).

Da un analisi condotta dall’Istituto di Ricerca sul periodo tra il 25 marzo e il 3 maggio, quando il lockdown ha bloccato le attività del 48% delle aziende italiane, con un peso occupazionale del 43% sul complesso dei settori dell’industria e dei servizi di mercato. In particolare, si sono fermate due terzi delle imprese industriali, che rappresentano il 46,8% del fatturato e il 53,2% del valore aggiunto del macro-settore). Particolarmente penalizzate le imprese esportatrici dell’industria manifatturiera: quelle coinvolte nel lockdown producono il 66,6% dell’export complessivo, realizzando all’estero il 41,3% del fatturato. Anche per questo motivo il Governo italiano ha deciso di anticipare la riapertura proprio delle aziende “orientate all’export” già prima del 4 maggio, data di inizio della fase 2.

Rispetto a quelle che sono rimaste aperte, le imprese esportatrici del manifatturiero bloccate dal lockdown hanno sia un numero medio di Paesi  di destinazione delle merci più elevato (11 contro 10), che un maggior numero medio di prodotti esportati (quasi 10 contro 7).

Un dato interessante mostra come le aziende a controllo estero hanno subito una minor riduzione dell’export rispetto a quelle nazionali. Confrontando infatti il primo trimestre del 2020 con quello del 2019, le esportazioni verso i Paesi extra-Ue hanno registrato una caduta più accentuata tra le imprese a controllo nazionale (-1,8%) rispetto a quelle a controllo estero (-0,5%). Se si esclude il settore “altri mezzi di trasporto” (che contiene commesse elevate, come quelle della cantieristica navale), la distanza tra i due sottoinsiemi sale a più di 5 punti: l’export delle aziende nazionali cala così del 4,6%, mentre le multinazionali estere vedrebbero una variazione addirittura positiva (+0,9%). In particolare, come si legge nella nota mensile dell’Istat, “le esportazioni extra-Ue delle imprese a controllo estero risultano più dinamiche nel settore tessile, abbigliamento e pelli, nel settore della carta e in quello dei mobili”.

L’impatto dei lockdown degli altri sul nostro valore aggiunto

L’Istat infine analizza la riduzione di valore aggiunto dei settori manifatturieri dell’Italia attribuibile alla caduta della domanda di prodotti italiani da parte degli altri Paesi, in cui sono state adottate analoghe misure di contenimento dell’epidemia. Ne emerge così che il lockdown nei Paesi esteri ha causato un calo del 3,4% su base annua del valore aggiunto manifatturiero italiano, di cui 0,5 punti percentuali dovuti alla contrazione dell’economia tedesca, 1 punto percentuale a quella prevista per il resto dell’area euro, e 1,9 punti percentuali a quella del resto del mondo.

In particolare, i settori più colpiti sono quelli più aperti al commercio internazionale, che sono anche i più “simbolici” del Made in Italy: tessile-abbigliamento-pelli (-4,1%), apparecchi elettrici (-4,0%), macchinari (-3,8%), autoveicoli (-3,7%). Effetti più contenuti si registrerebbero, invece, per gli alimentari e bevande (-1,9%).

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Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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