Imprese e lavoratori di fronte alla fase 3: è il momento di pensare una nuova politica industriale

Superata la fase più critica dell’emergenza da Covid-19, con l’Italia bloccata dal lockdown resosi necessario per frenare il diffondersi del contagio, imprese e lavoratori si aspettano dal Governo da un lato misure e provvedimenti che rilancino l’economia in un’ottica di lungo periodo (con interventi strutturali su un sistema che per tutti è ormai arrivato il momento di rinnovare) e dall’altro di velocizzare i tempi tra la stesura dei testi e l’effettiva applicazione di ciò che prevedono.

Un discorso che vale, ad esempio, sui prestiti garantiti dallo Stato disposti dal decreto Liquidità (convertito in legge proprio oggi) per sostenere le imprese di fronte alla crisi di ricavi iniziata lo scorso marzo.

Il rapporto della Commissione di inchiesta sul sistema bancario ha rilevato come su 48.252 richieste di prestiti garantiti, quelli approvati o erogati sono stati 11.663 (cioè il 24,1%). I prestiti fino a 25.000 euro (che ora diventeranno fino a 30.000 euro) accolti o erogati sono stati 290.114, un valore pari a circa la metà delle domande (559.139).

Accorciare la distanza tra annuncio ed efficacia delle misure

“Per sostenere le imprese è necessaria una velocità di azione, che è stata l’ultima cosa che abbiamo visto in queste settimane”, dichiara Alberto Dal Poz, Presidente di Federmeccanica, durante un panel del Web Marketing Festival 2020 dedicato all’industria. “Quando abbiamo sentito da parte del Governo far riferimento a centinaia di migliaia di risorse per la ripresa, ci si è dimenticati che i tempi con cui vengono messi in moto i provvedimenti non sono coerenti con i bisogni delle imprese e dei lavoratori. Con l’analisi del merito creditizio (basata sulla garanzia pubblica), la banca si è trovata molto responsabile del credito erogato. E se la garanzia non arriva o non si materializza, il finanziamento non procede: di conseguenza il primo effetto sentito in modo diffuso dagli imprenditori è stato di non riuscire a dare seguito concreto a queste politiche di sostegno ai finanziamenti, perché spesso mancava l’elemento della garanzia stessa”.

Il mondo delle imprese ha chiesto infatti di velocizzare un meccanismo che in altri Paesi europei (per mezzo di strumenti simili) agisce, come dice Dal Poz, “nel giro di 2-7 giorni, mentre da noi tutte le aziende hanno posizioni aperte con le banche che non riescono a concretizzare”. Uno stallo che complica ancora di più la situazione se si pensa, ad esempio, che molte imprese hanno dovuto erogare in anticipo la cassa integrazione ai propri dipendenti a fronte di un fatturato quasi nullo.

È dello stesso parere Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform, che invita a considerare che “per chi è abituato a gestire nella stessa maniera l’impresa da 20 o 30 anni, trovarsi di fronte ad un cambiamento così brutale non è così semplice rispetto, ad esempio, ad una startup, più abituata a trasformare i mercati”. La moratoria sui mutui, il cambiamento del business, il pagamento dei dipendenti “sono interventi che prorogano le spese, non le sospendono, per cui fare cosa si dice e dire cosa si fa darebbe un segnale di fiducia, elemento che influenza sempre le scelte degli imprenditori”. Secondo Gay “non si può scavare sempre all’interno dell’impresa per trovare le risposte”.

Il rilancio della politica industriale: investimenti e innovazione

Il secondo tema, come si diceva, è quello degli investimenti e delle riforme necessarie per riportare il Paese sui binari della crescita dopo una crisi accompagnata, come spiega Marco Bentivogli, Segretario Generale della Fim Cisl, da “un crollo del Pil simile a quello del 1944, con una perdita stimata di un milione e 730.000 posti di lavoro e un calo della produzione industriale di oltre il 46%”. Il sindacalista dei metalmeccanici invita a basare le scelte di politica industriale sulla riattivazione degli investimenti in Automotive, digitalizzazione e innovazione.

“Non dobbiamo mai dimenticare le dimensioni del nostro debito pubblico e lo scarso sostegno degli ultimi anni agli investimenti nella grande trasformazione tecnologica”, dice. “Bisogna fare in modo che industria e lavoro rientrino al centro dell’agenda politica: ci sono grandi spazi di convergenza tra imprese e sindacato: il primo elemento che garantisce la sussistenza del nostro Paese è il manifatturiero innovativo. Se non si dà spazio e maggiore respiro a queste politiche rischiamo di perdere terreno”.

Bentivogli sottolinea il paradosso di un Paese in cui si contrappongono un alto costo del lavoro per unità di prodotto e i salari bassi. Un “problema serio” creato anche da un cuneo fiscale “del 10% più alto rispetto al resto d’Europa”. Anche Gay rimarca la necessità di una diminuzione strutturale del costo del lavoro per “renderlo più congruo rispetto alle buste paga”. Lo Stato “incentiva a tutt’altro che alla creazione di posti di lavoro”, attacca Bentivogli, che auspica “investimenti in competenze e tecnologie” ricordando il “brutto segnale” della scomparsa del potenziamento del Piano Transizione 4.0 (inizialmente contenuto nel foglio di lavoro dedicato) dagli articoli del decreto Rilancio approvato a maggio. “L’innovazione tecnologica è fondamentale anche per rendere le imprese meno vulnerabili agli shock come quello che abbiamo vissuto”, conclude Bentivogli.

Come ricorda Dal Poz, la trasformazione digitale e “l’ondata del 4.0”, oltre ad essere uno stimolo per gli investimenti, “hanno permesso alle aziende metalmeccaniche di essere più vicine ai propri mercati”. Un ragionamento che non riguarda solo i grandi stabilimenti, ma anche tutto il settore della progettazione e delle nuove tecnologie. “Le nuove generazioni progettano basandosi già esclusivamente sui contenuti digitali”, ricorda Dal Poz. “La vera distinzione sta nella capacità di essere o non essere pronti e veloci ad intercettare quei minimi spazi che i mercati oggi offrono. Lo stimolo dev’essere quello di capire come sfruttare queste opportunità che ancora ci sono nei settori a forte innovazione (come spazio o automotive)”.

Per questo motivo “il primo punto dell’agenda” di Governo deve essere la politica industriale, per “rendere l’Italia più attrattiva nei confronti di chi vuole fare impresa, per chi vuole investire e per chi ama il proprio mestiere nella convinzione che la prima ricchezza dell’economia è quella delle persone: imprenditori e lavoratori”. In questo senso per Dal Poz una delle priorità è rappresentata dal tema delle competenze.

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Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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