Recovery Plan, le “osservazioni” del PD sul capitolo digitalizzazione e innovazione

Il “Recovery Plan” così com’è non s’ha da fare. In quella che pare a tutti gli effetti una vigilia di crisi politica, due delle tre principali forze politiche che compongono la maggioranza di Governo hanno presentato dei documenti che sollevano una serie di rilievi in relazione alla bozza di piano nazionale per la ripresa e la resilienza presentata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E così, dopo il lancio del progetto “Ciao 2030” fatto ieri da Matteo Renzi per Italia Viva, oggi è la volta del Partito Democratico, che ha presentato un suo documento contenente “Osservazioni” sul Recovery Plan e intitolato “Dopo la pandemia, un altro paese – Piu’ investimenti, meno trasferimenti”.

In gioco ci sono le scelte su come investire i denari in arrivo dall’Europa, circa 208 miliardi tra prestiti e trasferimenti. Sotto i fari ci sono soprattutto le modalità con cui il Governo avrebbe gestito la scelta dei progetti e la relativa assegnazione delle risorse.

Se il documento di Renzi puntava su quattro pilastri – Cultura, Infrastrutture, Ambiente e Opportunità – questo del Partito Democratico è articolato su otto capitoli:

  • Più investimenti, meno incentivi
  • Politiche attive del lavoro
  • Una vera transizione ecologica
  • Digitalizzazione e innovazione
  • Investire nella cura e nell’empowerment delle persone, più forza alle infrastrutture sociali
  • Parità di genere
  • Mezzogiorno
  • Aspetti metodologici e governance

Un documento di dieci pagine che – va detto subito – si limita all’enunciazione di una serie di linee di principio, senza mai entrare nel merito. In questa sede, analizziamo il capitolo dedicato a Digitalizzazione e Innovazione.

Tra desideri e timori

Si comincia con un “va più chiaramente definito” che esprime sostanzialmente tre desideri: “orientare il mercato”, “far sorgere soggetti imprenditoriali” e “preservare la sovranità digitale”; e si finisce con un “dobbiamo evitare” che esprime il timore di “consolidare posizioni già oggi dominanti”.


Anche nel settore digitale va più chiaramente definito l’indirizzo strategico, in grado di orientare il mercato e di far sorgere in ambito nazionale, in relazione ai piani di sviluppo europeo, soggetti imprenditoriali in grado di operare e competere su scala globale contribuendo a preservare la sovranità digitale del nostro continente. Dobbiamo evitare che le risorse erogate contribuiscano a consolidare posizioni già oggi dominanti e compromettere il patrimonio di dati disponibili per lo sviluppo futuro del nostro sistema produttivo.

Scuola, sanità e città digitalizzate

Il secondo capoverso recita:

Tra i grandi progetti nazionali che potrebbero orientare il mercato nella direzione indicata riteniamo che tre possano caratterizzare questo obiettivo: la digitalizzazione nella scuola, nella sanità e delle città anche in relazione a forme di partecipazione democratica, alle scelte delle comunità interessate.

Si auspica quindi l’avvento della digitalizzazione per rivitalizzare scuola e sanità, due temi su cui il Partito Democratico punta molto. E si aggiunge quello delle città, spiegando che la digitalizzazione può essere motore di partecipazione. Siamo ancora all’enunciazione di principi molto, molto generici.

La cyber security

Il PD si accoda alle critiche sulla governance della cyber security, sulla quale il Governo aveva inserito una norma nelle prime bozze del DDL di bilancio che ha poi dovuto ritirare per l’opposizione di Italia Viva e PD.

Riteniamo debba poi essere meglio chiarito lo scopo della struttura indicata della cyber security, in particolar modo il modo in cui si relaziona e si integra con gli strumenti già oggi finalizzati alla tutela della sicurezza nazionale.

La “matrice” tra interventi orizzontali e verticali

Il documento dice poi che

Occorre dare una governance unitaria ai diversi interventi che parta da un’analisi delle catene del valore selezionando specifiche priorità dando così coerenza e collegando gli interventi previsti per la pubblica amministrazione, nell’ambito delle politiche industriali, della ricerca e del trasferimento tecnologico. A questi interventi trasversali vanno connessi grandi progetti verticali su cultura, turismo, sanità, scuola e città, coinvolgendo i cittadini e i lavoratori, i corpi intermedi, le professioni nella loro realizzazione.

Si tratta di un’impostazione fortemente concettuale, di cui francamente si fatica a comprendere gli aspetti concreti. Se la proposta è di analizzare le (esigenze delle) catene del valore e utilizzarle come guida degli interventi previsti per PA, industria e ricerca, in che modo si “incastra” questa linea di azione con “progetti verticali” non su catene del valore, ma su “cultura, turismo, sanità, scuola e città”?

Cittadinanza digitale

Si torna poi sul tema della digitalizzazione delle città.

In particolare nell’ambito dei progetti attinenti le città è necessario un salto qualitativo e andando oltre il solo ambito dei trasporti e guardando all’impatto complessivo che il digitale può avere nella trasformazione dei centri urbani favorendo un compiuto sviluppo della cittadinanza digitale anche attraverso forme di partecipazione alle grandi scelte che riguardano le comunità.

Il tema è quello della partecipazione attiva promossa attraverso l’adozione di strumenti digitali. Una specie di “modello Barcellona”, se vogliamo. Di cui però si fatica a comprendere se ci siano idee in merito a come realizzarlo.

Ecosistemi di innovazione

A chiusura del capitolo si torna a parlare di trasferimento tecnologico, ricerca, sostegno alle start-up, ecosistemi di innovazione e contrasto agli “oligopoli” in quella che – scritta così – purtroppo sembra solo una raccolta di buzzword

Investire sul digitale significa potenziare la ricerca in questo campo e nel capitale umano rapportando la connessioni tra i nuovi centri che opereranno in quest’ambito e lo sviluppo delle imprese attraverso strumenti ad hoc per il trasferimento tecnologico. Questo sarà possibile soltanto con il reclutamento di nuove energie assumendo nuovi giovani scienziati e ricercatori. Per far crescere campioni nazionali occorrono poi specifici programmi che sviluppando il rapporto con il privato siano in grado, nel rispetto della normativa europea e mediante la crescita della competitività, di far cogliere al sistema produttivo le opportunità offerte dal recovery plan. Questo sarà possibile connettendo le grandi imprese con le start up innovative e collegando e sviluppando gli ecosistemi di innovazione. Riguardo a questi ultimi è necessario indicare una strategia unitaria. Sarebbe una sconfitta per il Paese se le risorse rese disponibili fossero utilizzate quasi esclusivamente per l’acquisizione di tecnologie già esistenti rafforzando così l’attuale oligopolio dei grandi player tecnologici internazionali. I progetti dovranno partire dal presupposto che la raccolta e l’utilizzo dei dati dovrà essere improntata al rigoroso rispetto degli standard europei e finalizzata ad un loro utilizzo nell’interesse pubblico e per migliorare la competitività del sistema Paese.

Qui di seguito vi proponiamo il documento integrale, qualora abbiate voglia di leggervi anche i restanti sette paragrafi,

OSSERVAZIONI PD A BOZZA RECOVERY PLAN

 

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

One thought on “Recovery Plan, le “osservazioni” del PD sul capitolo digitalizzazione e innovazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.