Il report dell’OCSE: la pandemia è stata un acceleratore per ricerca e innovazione, ma bisogna cogliere l’attimo o ci ritroveremo impreparati alle sfide future

I sistemi di ricerca e innovazione hanno risposto alla pandemia in modo decisivo, rapido e significativo, giocando un ruolo di primaria importanza nelle strategie nazionali e internazionali di contrasto al virus. La pandemia ha accelerato alcuni trend già in atto, ma ne ha anche evidenziato problemi strutturali e i limiti. Sono queste alcune delle considerazioni chiave che emergono dal rapporto dell’OCSE “Science, Technology e Innovation Outlook 2021”, che mette in guardia sul rischio di perdere il momentum creato dalla pandemia  e di trovarsi (nuovamente) impreparati alle sfide future.

La pandemia come acceleratore d’innovazione in R&D

Nei primi mesi della pandemia, gli enti nazionali di finanziamento della ricerca in tutto il mondo hanno speso circa 5 miliardi di dollari in finanziamenti di emergenza per la ricerca e sviluppo (R&S) di Covid-19: 300 milioni di dollari in Asia e nei paesi del Pacifico (Cina esclusa), oltre 850 milioni di dollari in Europa e oltre 3,5 miliardi di dollari in Nord America.

Anche molte compagnie hanno incrementato i loro investimenti in questo settore, un trend anomalo rispetto alle crisi verificatesi in passato. “In passato abbiamo visto che quando l’economia è in crisi le compagnie tendono a restringere i loro investimenti in R&D. Dai report che abbiamo analizzato, emerge invece un trend diverso, i dati suggeriscono che questa pandemia può aver svolto un ruolo di acceleratore in R&D“, commenta Andrew Wyckoff, Direttore della divisione di Scienza, Tecnologia e Innovazione all’OCSE.

Tuttavia, precisa il rapporto, si è trattato di un trend che ha interessato diversi settori del privato in modo disomogeneo: le aziende del settore digitale e farmaceutico hanno prosperato durante la crisi, aumentando gli investimenti in R&D, mentre le grandi aziende del settore automobilistico, aerospaziale e della difesa hanno ridotto la spesa in ricerca e sviluppo.

Anche l’adozione delle tecnologie abilitanti lo smart working non ha interessato tutte le aziende in modo omogeneo e se queste differenze non verranno affrontate, avverte il rapporto, si corre il rischio di ampliare il divario di produttività tra le imprese digitalmente più avanzate e quelle ritardatarie. Si rende necessario, quindi, un impegno maggiore da parte della politica per promuovere l’adozione delle tecnologie digitali nelle piccole e medie imprese.

La pandemia ha promosso un modo diverso di fare ricerca

Senza precedenti è stato anche lo sforzo della comunità scientifica internazionale: circa 75 mila ricerche sul Covid sono state pubblicate tra gennaio e novembre 2020, tre quarti delle quali con accesso pubblico. Tra i Paesi più attivi in questo campo ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Cina e Regno Unito.

I database di ricerca hanno rimosso le limitazioni all’accesso in modo da favorire la condivisione di dati sul Covid tra la comunità scientifica internazionale. “Anche questo vuol dire innovare, ed è un trend che deve essere incentivato anche nel futuro” commenta Marjory Blumenthal, Senior Policy Researcher presso Rand Corporation.

Trend che secondo l’OCSE possono accelerare la transizione verso un nuovo modo (più aperto) di condurre la ricerca scientifica.

La pandemia ha promosso, inoltre, l’adozione di strumenti digitali da parte dei ricercatori: secondo quanto riportato nel Science Flash Survey 2020 dell’OCSE, più di tre quarti degli scienziati intervistati hanno indicato di essere passati al lavoro da remoto nel 2020 e quasi due terzi hanno sperimentato un aumento nell’uso degli strumenti digitali per la ricerca, come conseguenza della crisi.

La carenza di dispositivi medici e altre forniture di emergenza ha portato allo sviluppo di “innovazioni frugali”, a cui spesso hanno contribuito (online) i privati cittadini.

Occorrono standard comuni per promuovere la collaborazione internazionale

La risposta della scienza e dell’innovazione alla pandemia è stato un mix tra sforzo nazionale e internazionale, che ha visto gli Stati Uniti e la Cina tra i Paesi più attivi, seguiti da Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Australia, Canada e India. Inoltre, più di un quarto delle pubblicazioni di Cina e Stati Uniti sono co-firmate da ricercatori basati in altri Paesi.

La velocità con cui si è isolato il genoma del virus e con cui si è giunti alla produzione di diversi vaccini dimostra, sottolinea il rapporto, i benefici di estendere questo nuovo modo di fare ricerca anche ad altre sfide moderne, prime tra tutte quelle legate al clima e alla sostenibilità.

Per farlo occorre, tuttavia, un impegno maggiore dei governi e dei policymaker, sia per mettere in campo fondi e strumenti migliori per sostenere e promuovere la ricerca, sia per delineare regole e standard comuni ai Paesi. Il ruolo che la Cina ha assunto durante gli ultimi mesi dimostra, sottolinea il rapporto, che non può essere esclusa dalla cooperazione internazionale in materia di ricerca scientifica e innovazione. Occorre, tuttavia, che tutti gli attori coinvolti rispettino i principi di trasparenza ed eticità accademica, così da promuovere fiducia e quindi collaborazione a livello internazionale.

Serve un impegno diverso anche per quanto concerne il finanziamento della ricerca e dell’innovazione. I Paesi dell’OCSE e le economie partner si affidano prevalentemente agli incentivi fiscali per stimolare l’innovazione, con un sostegno fiscale che nel 2018 ha rappresentato circa il 56% del sostegno totale dei governi di tutti i paesi dell’OCSE, rispetto al 36% del 2006.

Tuttavia, se da un lato tali misure sono efficaci nell’incentivare l’innovazione delle imprese, dall’altro sono indirette e non mirate, e tendono a generare innovazioni incrementali. Misure dirette ben concepite, come contratti, sovvenzioni e premi, possono quindi essere più adatte a sostenere la ricerca ad alto rischio e a lungo termine e ad indirizzare le innovazioni che generano beni pubblici.

La ricerca non appartiene soltanto al mondo accademico, occorrono nuovi percorsi per i giovani

La pandemia ha mostrato anche l’importanza della partecipazione di altri attori negli sforzi di ricerca e innovazione, come i governi, i cittadini, le organizzazioni no profit e le aziende private. Per promuovere questa partecipazione ed estenderla anche alle sfide future, c’è bisogno di una riforma dei percorsi di dottorato e post-dottorato.

“Occorre mostrare ai giovani che si può far ricerca anche fuori dai laboratori”, sottolinea Marjory Blumenthal. Un cambiamento che si rende necessario anche per garantire un futuro a questi giovani: negli ultimi anni, infatti, si è verificato un aumento del 25% nei Paesi OCSE delle persone in possesso di un dottorato, un aumento a cui non è corrisposto un maggior numero di posizioni lavorative disponibili. Ci si aspetta, inoltre, che questa situazione peggiori come conseguenza della pandemia.

Si rende necessario quindi, sviluppare nuovi percorsi di training e mostrare ai giovani nuove possibilità di carriera. “Altrimenti – sottolinea Blumenthal – rischiamo di perdere un’intera generazione”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.