Circolano in questi giorni bozze del nuovo PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, o meglio della prima revisione del PNRR a firma governo Draghi. Vogliamo qui contribuire con una analisi delle novità che si fonda sulla nostra esperienza di ricerca e di trasferimento tecnologico maturata anche attraverso la costituzione e avviamento dello SMACT Competence Center Triveneto.

A una prima lettura l’impianto generale non sembra essere cambiato rispetto alla versione lasciata in eredità dal precedente governo. È cambiato in maniera sostanziale lo stile. Non solo per l’adozione dell’inglese come lingua di estensione delle bozze (chissà se al Parlamento verrà poi inviata così, oppure tradotta…), ma anche e soprattutto perché quelli che erano titoli accompagnati da scarne analisi di alto livello stanno progressivamente diventando programmi d’azione.

Si sta, insomma, passando dagli enunciati ai programmi attuativi, debitamente accompagnati da quei budget pluri-annuali e KPI (key performance indexes, indici chiave di prestazione) che sono richiesti dai programmi europei, grandi o piccoli che siano.

Le cifre in gioco nella componente “Dalla ricerca all’impresa” della Missione dedicata a Istruzione e Ricerca (M4C2) restano sostanzialmente invariate rispetto all’ultima bozza del Governo Conte II: oltre 11 miliardi con con quasi 10 miliardi di nuovi investimenti programmati, una testimonianza che il tema gode di immutata attenzione pur nel cambio governativo, mentre i dettagli dei programmi vengono approfonditi.

Ad esempio, al sotto-tema “trasferimento di tecnologia e sostegno all’innovazione”, che più ci interessa, nella precedente versione erano dedicate 2 facciate, oggi si passa a 5 facciate che iniziano a delineare i dettagli operativi.

Dobbiamo però ricordare che il trasferimento di tecnologia e conoscenza verso e per il territorio nasce da una ricerca di base qualificata e di eccellenza che deve essere libera di coltivare il cosiddetto “sapere inutile”.

Ecco in questo ambito forse il nostro governo deve osare di più rispetto al finanziamento di 600 milioni di euro nei progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN) e gli altri 600 milioni di euro destinati a progetti per giovani ricercatori con un approccio simile alla misura europea ERC. È dalla ricerca di base che nasce la vera innovazione “disruptive”, quella che consente al nostro Paese con le sue imprese, per la maggior parte medie e piccole, di competere sul mercato con tecnologie di punta, da “first movers”, e non con la sola riduzione dei prezzi.

Centri dedicati alle tecnologie di frontiera e campioni territoriali

Non è cambiata una idea di fondo che punta a emulare il modello tedesco (c.d. “modello Fraunhofer”) di centri di ricerca applicata co-finanziati da pubblico, privato e fondi competitivi europei. Rimane, infatti, invariata la proposta di istituire 7 nuovi “campioni nazionali” della ricerca e sviluppo su alcune tecnologie abilitanti, così come 20 altri enti pubblico-privati “leader territoriali” (uno per regione?). Solo a queste 2 misure vengono dedicati quasi 3 miliardi nei 6 anni del piano.

Per quanto lo story-telling sia attrattivo e l’intenzione lodevole, non possiamo non notare che i fondi appaiono non all’altezza della sfida: i 60 istituti del Fraunhofer tedesco a regime hanno infatti un budget di circa 2 miliardi per anno; se si volessero raggiungere quelle performance anche in scala ridotta viene da pensare che per la fase di start-up inclusiva dell’acquisizione di asset e facilities si dovrebbero dedicare almeno 3-4 miliardi pubblici all’anno per i primi 3 anni, poi riducibili progressivamente con il subentro dei fondi privati ed europei e l’entrata a regime degli istituti.

Sembrano anche poco chiari i tempi di attuazione: il piano prevede un ramp-up di spesa per il 2021-2022 per poi andare a regime negli anni successivi. Trattandosi di entità nuove sembra improbabile che questi potranno essere i tempi effettivi essendo nella nostra esperienza richiesti dai 3 ai 4 anni per il solo avvio di nuove entità di questo calibro (si veda ad es. la storia di successo dell’IIT e quella dei Competence Center).

Infine, non è chiaro né come questi istituti verranno individuati – si fa riferimento al centro per l’AI di Torino, a quello agri-tech di Napoli e Fintech di Milano, tutti definiti senza istruttoria pubblica – né quale sia la loro relazione con il pur ricco mondo della ricerca esistente nelle Università e nei Politecnici e altri enti di ricerca, alcuni dei quali sono oggi delle autentiche eccellenze in ricerca e trasferimento tecnologico.

Ci domandiamo quindi quale sia il senso di un’operazione che non pare del tutto coerente con i dati fin qui in nostro possesso e che forse sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

Centri di trasferimento tecnologico

Prende invece corpo il progetto attorno ai “centri per il trasferimento tecnologico” che include, rafforza e arricchisce il c.d. “network 4.0” istituito con il Piano Industria 4.0, poi Impresa 4.0 e oggi Transizione 4.0, fatto di Competence Center (CC), Digital Innovation Hub (DIH) delle associazioni di categoria e Punti Imprese Digitali (PID) delle Camere di commercio: l’idea di razionalizzazione appena accennata nella versione precedente del PNRR si articola in obiettivi che vanno ben oltre l’esistente.

I Competence Center si affermano come modelli da replicare in altre verticali tecnologiche con la costituzione di nuovi Centri dedicati a tematiche verticali, anche se non è chiaro se i 10-15 centri di cui si parla nel testo vanno sommati o includano gli 8 esistenti. I CC esistenti si stanno infatti dimostrando altamente adattabili a realtà economiche e imprenditoriali fortemente variabili come variabile è la geografia nazionale, costituendo uno strumento oggi irrinunciabile per collegare le competenze della ricerca e dei provider di tecnologia al mercato delle PMI, non meri broker ma partner a valore aggiunto per le imprese. Una interfaccia che risulta oggi utile verso le Università, Centri di Ricerca e Politecnici, e potrà essere domani ancora più utile al concretizzarsi di quei centri ispirati al “modello Fraunhofer” di cui sopra come testimonia la convinta partecipazione di IIT, Cefriel e FBK ai Competence center esistenti.

Mancano i dettagli, ma ci sembra auspicabile che il programma preveda da un lato il finanziamento di nuove infrastrutture per le attività di “test before invest” dei Centri di Competenza e/o la messa in rete di strutture già esistenti sui territori – tutte utili alle PMI per toccare con mano le nuove tecnologie e convincersi delle loro opportunità trasformative – dall’altra il ri-finanziamento dei progetti di innovazione finanziati con un fondo perduto al 50% che tanto successo hanno riscontrato tra le imprese così come al finanziamento di nuove misure quali i già proposti voucher per l’up-skilling e re-skilling di management e forza lavoro.

La bozza del PNRR prosegue poi indicando nei Digital Innovation Hub e nei PID l’oggetto di ulteriori azioni di rafforzamento. Dal nostro punto di vista, questo rafforzamento è auspicabile, e lo è tanto più nell’ottica di fare di questi enti sempre più un front-office diffuso per le imprese sui territori, un’attività che per essere efficace deve essere allineata all’azione dei CC. I fondi disponibili dovrebbero ad esempio essere investiti in quegli assessment di maturità tecnologica che oggi vengono eseguiti “a macchia di leopardo”, non tanto in base alle esigenze delle imprese quanto al funding localmente disponibile. Questi dovrebbero essere svolti congiuntamente a risorse della ricerca coordinate dai CC per garantire un percorso senza soluzione di continuità delle imprese verso il trasferimento tecnologico e della ricerca verso le esigenze delle imprese.

Infine, il piano offre un accenno del tutto nuovo a poli territoriali di innovazione basati sulla sperimentazione delle tecnologie 5G citando 10 città. Un nuovo ingresso di tutto interesse, anche se al momento non è dato capire perché non venga inserito nel più ampio capitolo dedicato alla infrastruttura di telecomunicazione o eventualmente come verranno coperti i territori non già indicati.

In definitiva questa nuove versione del piano offre molti spunti e qualche soddisfazione per chi in questi anni si è impegnato a costruire un Competence Center, e siamo convinti nelle prossime versioni e poi nelle misure attuative potrà riservare ulteriori sorprese positive essendo condivisa la necessità di fondo di avere disponibili sui territori delle strutture dedite a collegare ricerca e imprese.

Istituti Tecnici Superiori

Vogliamo qui guardare anche a quanto il nuovo PNRR pianifica in tema di Istituti Tecnici Superiori (ITS), essendoci con SMACT impegnati ad avviare un ITS sperimentale nella convinzione che questo percorso di studio sia necessario per fornire alle nostre imprese quelle competenze pratiche di alto livello che le nuove tecnologie richiedono.

Il testo – in perfetta coerenza con il discorso di Draghi alle camere dello scorso 18 febbraio – dedica molta attenzione al tema, oltre a ben 1,5 miliardi di fondi per rafforzare gli ITS puntando a raddoppiarne il corpo studenti e ad altri 500 milioni per favorire le collaborazioni con le Università.

Nella nostra recente esperienza quest’ultimo è un aspetto fondamentale per rendere appetibile per famiglie e studenti il percorso ITS senza creare false contrapposizioni con i percorsi di laurea.

Su spinta delle imprese abbiamo infatti con SMACT coordinato la creazione di un corso ITS dedicato alla cyber-security che prevede l’attribuzione di crediti formativi verso la laurea di primo livello. Lo studente che desideri intraprendere una formazione applicativa potrà dunque frequentare il corso ITS senza precludersi il percorso alla laurea, aspetto questo molto importante sia per non frustrare le giuste ambizioni e il potenziale dei giovani sia per venire incontro alle percezioni delle famiglie. Il “nostro” ITS ha quindi coordinato i contenuti formativi con l’Università di Padova programmando anche una serie di corsi elettivi online integrativi erogati direttamente dall’Università che danno diritto a cumulare crediti sufficienti per mirare alla laurea in 2 anni di ITS più 2 anni universitari (un pecorso di eccellenza negli ITS che abbiamo definito 2+2).

La collaborazione diretta con l’Università in particolare con i consigli di corso di studio e i professori coinvolti nei percorsi di formazione che poi dovranno riconoscere i CFU (Crediti Formativi Universitari) è un elemento fondamentale per il successo della formula e genera valore per entrambe le parti potendosi realizzare con la creazione di risorse ad hoc anche nelle università o attraverso la creazione di laboratori condivisi.

Questo schema, che ci sentiamo di suggerire come una best practice per le misure attuative del PNRR, ottiene al contempo di rendere l’ITS attrattivo per studenti e famiglie, di ridurre il numero di drop-out dalle facoltà STEM tenendo gli studenti ITS legati ai corsi di laurea, e di creare collaborazione anziché competizione con le Università. Ricordiamo che le aree tematiche dei percorsi ITS sono sei e che coprono tutte le aree scientifico disciplinari presenti nelle università e quindi il modello 2+2 sperimentato in ambito Industria 4.0 può essere realizzato anche in altri ambiti ( Area Efficienza energetica, Area Mobilità sostenibile, Area Nuove tecnologie della vita, Area Nuove tecnologie per il Made in Italy,  Area Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo, Area Tecnologie della informazione e della comunicazione).

In conclusione, riteniamo le bozze PNRR visionate molto interessanti e sempre meglio allineate alle aspettative di cittadini, imprese e ricerca. Rimangono ovviamente aree di possibile miglioramento ma la direzione tracciata per l’ammodernamento anche tecnologico del Paese ci appare quella giusta, così come ci sembra particolarmente condivisibile la scelta di fare leva ove possibile sulle esperienze di successo anziché considerare soltanto nuovi programmi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fabrizio Dughiero

È presidente del consiglio di gestione del Competence Center SMACT e prorettore al trasferimento tecnologico dell'Università degli Studi di Padova

Matteo Faggin

Direttore Generale del Competence Center SMACT

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