Confindustria: “Ripresa solo a fine 2022, ma non in tutti settori. Cruciale rapidità nei vaccini e nell’utilizzo dei fondi europei”

Liberare la capacità di investimento delle imprese, intervenire sui fattori speculativi che contribuiscono al rialzo dei prezzi e alla scarsità delle materie prime, puntare sulla formazione delle competenze della forza lavoro (con particolare attenzione a giovani e donne) anche attraverso una rivoluzione delle politiche attive e del sistema degli ammortizzatori sociali e tradurre (in fretta) il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in azioni ed investimenti: questa è la ricetta di Confindustria per un rilancio sostenibile dell’economia italiana.

Strategia che emerge dall’ultimo rapporto del Centro Studi Confindustria (CSC) “Liberare il potenziale italiano, riforme, imprese e lavoro per un rilancio sostenibile” che partendo da un’analisi degli effetti della pandemia sull’economia italiana e mondiale, guarda ai possibili scenari futuri e alle azioni da adottare per uscire dalla crisi e creare un’economia più resiliente e sostenibile, in grado di tenere il passo con le sfide attuali e i cambiamenti futuri.

Lo stato dell’economia italiana, cresce il gap tra manifattura e servizi

A poco più di un anno di distanza dallo scoppio della pandemia, l’economia del nostro Paese mostra ancora delle ferite profonde causate da uno shock inaspettato e prolungato: al quarto trimestre del 2020 il PIL italiano risultava ancora indietro del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2019, con la spesa delle famiglie che ha registrato un calo del 9,9%, nonostante il rimbalzo nel terzo trimestre del 2020 (dopo l’allentamento delle misure di contenimento), ed esportazioni su livelli inferiori dell’8,1% rispetto a quelli di fine 2019.

In termini economici, l’economia ha retto meglio all’impatto della seconda ondata della pandemia: la contrazione del PIL italiano si è fermata a -1,9% nel quarto trimestre e la produzione industriale ha avuto un calo dello 0,6%, mentre i servizi hanno registrato un crollo maggiore, con una perdita di fatturato del 2,2%, a causa delle prolungate restrizioni ad attività e spostamenti.

La relativa tenuta dell’economia agli effetti della seconda ondata è dovuta, sottolinea il rapporto, alla scelta del Governo di intervenire con misure selettive, limitatamente a un numero ristretto di settori nel terziario (piuttosto che operare in maniera generalizzata come all’inizio della pandemia) e alla capacità di molti settori di riorganizzare le attività lavorative attraverso lo smart working.

Tuttavia, questi dati celano impatti eterogenei nei settori industriali: da un lato, si registrano dinamiche molto negative in comparti quali abbigliamento, pelle, stampa, raffinerie e tessile (dove nel quarto trimestre il calo tendenziale dell’attività va dal -39% dell’abbigliamento al -13% nel tessile), dall’altro, un ritorno sopra i livelli di fine 2019 si registra nei settori di produzione di autoveicoli, mobili, gomma-plastica, apparecchiature elettriche, metalli di base, legno.

Nonostante queste dinamiche positive, a causa della profonda caduta dell’attività nel primo semestre dell’anno, nella media del 2020 la produzione risulta in tutti i settori inferiore rispetto a quella del 2019, in un range che va dal -2,4% dell’alimentare al -33,6% dell’abbigliamento.

Turismo, serve una data per le riaperture

Particolarmente colpito dalle restrizioni, sia nazionali che a livello mondiale, è stato il settore turistico. Un settore particolarmente importante per il nostro Paese, quinto al mondo per entrate turistiche e primo in Europa per quota dei servizi ricettivi.

In un Paese che si classifica primo al mondo per numero di siti Unesco, infatti, il turismo contribuisce in maniera rilevante al valore aggiunto dell’economia e all’occupazione della forza lavoro, sia direttamente (7% di valore aggiunto, con il 7,1% degli occupati) che indirettamente (13% del valore aggiunto e 14% degli occupati), anche per i legami con gli altri settori dell’economia: come evidenzia il rapporto, infatti, a un aumento di 1 euro del valore aggiunto nel comparto turistico corrisponde un aumento di 60 centesimi del valore aggiunto di tutta l’economia, di cui 20 centesimi vanno all’industria, 32 ai servizi e 5 al turismo.

I dati evidenziano un impatto tragico della pandemia in un settore così rilevante per l’economia italiana, con un calo del 73% degli arrivi dei turisti internazionali (10 volte maggiore a quello registrato nel 2009), -53% dei pernottamenti nelle strutture ricettive e un calo di fatturato del 60% nel 2020, che si traduce in un crollo di 3 punti percentuali del PIL del Paese.

Anche le previsioni per la ripresa non sono certamente confortanti: il rapporto stima, infatti, che nel 2022 c’è solamente il 15% delle probabilità di tornare ai livelli pre-Covid, un dato che sale al 43% nel 2023 e che riscende al 41% per il 2024.

La prima cosa da fare, nel breve periodo, è dare una data certa per le aperture, sottolinea il CSC, per non perdere ulteriormente turisti internazionali, soprattutto in vista della stagione estiva. Il settore avrà, inoltre, ancora bisogno di sostegni pubblici per coprire in parte le perdite.

“Nel medio periodo si dovrà intervenire ridisegnando il settore, promuovendo la digitalizzazione delle micro imprese che operano all’interno del settore e supportando la trasformazione verso un modello di business basato sulla sostenibilità”, commenta Alessandro Fontana, del Centro Studi Confindustria.

PIL, consumi, investimento ed export: le incertezze sulle previsioni di ripresa

A fronte di una situazione più negativa del previsto, il CSC ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano di 0,7 punti percentuali, stimando un recupero del 4,1% nel 2021 e del 4,2% nel 2022. Recupero che “non vuol dire crescita”, sottolinea il rapporto: a fine 2022 si stima, infatti, che l’economia italiana chiuderà a stento il gap aperto dalla pandemia. Un recupero che, tuttavia, avverrà prima in altri stati europei, con la Germania che stima di tornare ai livelli pre-Covid già entro fine del 2021.

Previsioni che sono condizionate all’avanzamento della vaccinazione di massa in Italia ed Europa. In particolare, lo è il profilo trimestrale per il PIL italiano, che include un forte rimbalzo nei mesi estivi del 2021 (+2,8%) e un altro marcato incremento in quelli autunnali (+1,4%), prima di un assestamento su ritmi più moderati nel corso del 2022 (+0,6% in media a trimestre).

Lo scenario CSC, infatti, si basa sull’ipotesi che la diffusione del Covid sia contenuta in maniera efficace a partire dai prossimi mesi, grazie alla somministrazione dei vaccini a quote sempre più ampie della popolazione, secondo l’obiettivo del Governo di arrivare all’80% a settembre 2021. Data l’incertezza su tale ipotesi, i rischi della previsione sul PIL sono elevati, sia al rialzo che al ribasso.

Al successo della campagna vaccinale è legata anche la ripresa dei consumi: una situazione di maggiore stabilità spingerebbe infatti e famiglie italiane a spendere i risparmi accumulati in questi mesi, che il CSC stima ammontare a circa 26 miliaardi di euro. Consumi che sono stati penalizzati fortemente anche dalle restrizioni imposte alle attività commerciali. In particolare, nel 2020 i consumatori hanno sacrificato gli acquisti di beni durevoli (diminuiti di oltre il 30% nel primo semestre) e quelli di servizi, mentre i beni di consumo non durevoli hanno mostrato una sostanziale tenuta.

La progressiva ripresa dei consumi nel biennio di previsione verrà sostenuta anche dall’aumento del reddito disponibile reale (+2,7% quest’anno e +1,9% il prossimo), oltre che da una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie
che nella media del 2020 ha raggiunto il 15,8% del reddito disponibile, toccando il massimo storico (dal 1995, inizio della serie) del 20,1% nel secondo trimestre.

Il recupero dei consumi sarà più lento rispetto ad altre variabili economiche: la pandemia ha infatti modificato significativamente le abitudini di spesa degli italiani e la ripresa richiederà più tempo.

Contrariamente, si assisterà a una ripresa più significativa per export e investimenti. Nello scenario CSC, le esportazioni italiane di beni e servizi, dopo la profonda caduta del 13,8% nel 2020, risaliranno dell’11,4% nel 2021 e del 6,8% nel 2022, sostenute dalla crescita della domanda mondiale. Fortemente eterogenee le dinamiche degli scambi di beni e di servizi: le vendite all’estero di beni sono attese recuperare pienamente già nel 2021, grazie al rimbalzo della domanda nella UE e negli USA. Quelle di servizi, invece, sono crollate molto di più nel 2020, zavorrate dalla profonda crisi del settore turistico, e sono attese chiudere il gap solo alla fine del biennio, riprendendo slancio con l’uscita dall’emergenza pandemica in Italia e nel mondo.

Gli investimenti fissi totali, privati e pubblici, sono previsti aumentare del 9,2% quest’anno e del 9,8% il prossimo, compensando già quasi nel 2021 la perdita registrata nel 2020 (-9,1%). Alla fine del periodo di previsione il livello degli investimenti sarà superiore del 9,1% rispetto al 2019. Una dinamica che verrà sostenuta soprattutto da un recupero della domanda interna, una risalita degli ordini esteri e un rafforzamento della fiducia delle imprese e dei loro investimenti, nell’ambito di un miglioramento del contesto economico internazionale.

Già dalla seconda ondata della pandemia, infatti, gli investimenti fissi avevano mostrato segnali di ripresa, trascinati soprattutto dal settore delle costruzioni, dove a fino del 2020 erano tornati sopra i livelli del 2019. La dinamica degli investimenti in impianti e macchinari è stata simile nel profilo, ma costantemente più bassa nei livelli: dopo la diminuzione di circa il 30% nel primo semestre, il recupero nella seconda parte dell’anno, benché molto forte, non ha chiuso il gap che si era accumulato, lasciando i livelli su valori inferiori di quasi il 6% rispetto a fine 2019.

Il recupero sarà sostenuto anche dal forte contributo della componente pubblica, attesa in crescita di circa il 19% all’anno. Diversa è invece la situazione degli investimenti privati: l’aumento del debito ne ha indebolito i bilanci, invertendo la tendenza al rafforzamento dell’ultimo decennio. Il peso del debito è cresciuto molto: ripagarlo assorbe circa il doppio degli anni di cash flow necessari prima della crisi (si stima che serviranno 7 anni). Perciò, in mancanza di un pieno recupero di fatturato dal 2021, le imprese italiane faranno fatica a finanziare investimenti ai ritmi pre-crisi.

Una situazione che, sostiene Confindustria, si potrebbe risolvere consentendo un allungamento dei tempi di rimborso dei debiti garantiti contratti dalle imprese per far fronte all’emergenza, da 6 a 10 anni. Secondo una simulazione econometrica del CSC, questo intervento di policy (non incluso nello scenario base), renderebbe possibili per le imprese italiane maggiori investimenti per 6,8 miliardi all’anno, con un impatto molto positivo sul PIL, pari a +0,3% nel 2021 e a un ulteriore +0,2% nel 2022. Un impatto tale da riportare l’economia sopra i valori pre-crisi alla fine del prossimo anno e generare un aumento di 41mila posti di lavoro nel 2022.

Occupazione, i numeri nascosti della crisi

Drammatici anche i dati relativi all’occupazione: 903 mila unità in meno rispetto al 2019, corrispondenti a un calo del 3,5% annuo della forza lavoro. Numeri che sono stati mitigati da un’ampia gamma di forme di riduzione degli orari, con limitati oneri aggiuntivi per le imprese. Cruciale, in questo senso, è stato il ricorso massiccio e repentino a strumenti di integrazione al reddito da lavoro, in primis la CIG, che il Governo ha messo a disposizione in deroga alle regole che definiscono lo strumento ed estenendone l’accesso alla totalità di imprese e a quasi tutte le tipologie di lavoratori dipendenti. Lo strumento cosiddetto di CIG-Covid, in prima battuta introdotto per fronteggiare sospensioni/riduzioni di attività tra fine febbraio e agosto 2020, è stato più volte prorogato, di pari passo con il prolungamento del blocco dei licenziamenti economici.

Blocco dei licenziamenti che il Presidente di Confindustria torna nuovamente a criticare. “Non c’è nulla di più sbagliato che immaginare un congelamento degli impieghi attuali, in una fase come questa, che sta rivoluzionando stili di lavoro, di consumo, di tempo libero, di organizzazione dell’impresa e della tecnologia” commenta Bonomi.

Anche l’andamento dell’occupazione è stato eterogeneo tra i diversi settori dell’economia, sottolinea Stefano Scarpetta, direttore per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali all’Ocse. Nei servizi di informazione e in quelli immobiliari l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, è tornato vicino ai livelli pre-crisi, mentre le perdite sono ancora molto ampie nell’alloggio e ristorazione e nell’arte e intrattenimento. Se parte della caduta della domanda si rivelasse strutturale, il calo delle ore lavorate potrebbe trasformarsi in un aumento della disoccupazione, specie a lungo termine.

Anche nelle categorie di persone più colpite dalla crisi si riscontra un’elevata eterogeneità, con lavoratori poco specializzati (ma spesso tra quelli che abbiamo imparato a conoscere come “lavoratori essenziali”) che sono stati maggiormente colpiti, insieme ai lavoratori autonomi, temporanei o con contratti part-time (occupati nel 40% dei settori più colpiti e meno coperti dai strumenti di protezione sociale) e ai giovani (con il tasso di occupazione giovanile che è sceso del 2% nel 2020).

Drammatica è anche la situazione dell’occupazione femminile: a fronte di un maggior carico di lavoro, sia professionale (le donne costituiscono i due terzi del personale sanitario), le donne si sono dovute confrontare anche con maggiori impegni all’interno della famiglia (con le scuole chiuse e la didattica a distanza da seguire). Come risultato, spiega Marta Dassù, Editor-in-Chief of Aspenia and Senior Director Europe for The Aspen Institute, il livello di occupazione femminile nel nostro Paese è sceso nuovamente sotto al 50%, un traguardo che avevamo faticato a raggiungere.

A fronte di questo scenario drammatico, preoccupa particolarmente l’aumento delle persone inattive, ossia di coloro che si trovano senza lavoro e che non lo stanno cercando. “Riconnettere queste persone con il mercato del lavoro sarà molto difficile”, avverte Scarpetta. Occorre quindi un piano per l’occupazione, che segua una direzione ben precisa attraverso azioni chiave, come:

  • Rafforzare ma razionalizzare le misure di sostegno di reddito, integrandole con le politiche attive del lavoro;
  • investire in politiche attive;
  • investimento in formazione continua con focus sui lavoratori a bassa qualifica;
  • politiche rivolte alle donne, alle famiglie e una maggiore flessibilità nella definizione di orari di lavoro.

“Non dobbiamo compiere gli errori del passato soprattutto per quanto riguarda i giovani. Dobbiamo renderci conto delle problematiche a loro legate prima che sia troppo tardi”, aggiunge Scarpetta, che torna nuovamente a mettere in luce il rischio, molto concreto, che la pandemia aumenti le disuguaglianze tra i lavoratori.

Le incognite legate all’utilizzo dei fondi europei

Oltre alla rapidità del piano vaccinale, la ripresa dell’Eurozona, e del nostro Paese, dipenderà anche da un’implementazione rapida ed efficace degli strumenti messi a disposizione dall’Unione Europea, primo fra tutti il Piano Next Generation Eu che mette a disposizione dell’Italia circa 209 miliardi di euro.

In questo senso, ricorda il Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni, la prima sfida è giungere a una rapida ratifica da parte degli stati membri. “L’Europa ha saputo reagire tempestivamente allo shock proocato dalla pandemia. Il lavoro della Commissione rischia, tuttavia, di essere rallentato dai ritardi nella ratifica del Piano Next Generation Eu che stiamo vedendo in alcuni stati”, commenta.

La seconda sfida, sottolinea il Commissario, è invece relativa alle politiche economiche europee per il prossimo biennio. Qui la sfida è capire i tempi che porteranno a un graduale ritiro dei sostegni all’economia che dovranno, tuttavia, essere rivisti sulla base dei settori che sono stati più colpiti dalla seconda e terza ondata della pandemia.

“Bisognerà uscire gradualmente da queste misure per evitare momenti di picco, come nel caso del blocco dei fallimenti delle imprese. Dobbiamo capire i tempi, non possiamo tornare presto alle normali regole di bilancio. In questo senso, è molto probabile che la sospensione del patto di stabilità si prolungherà anche al 2022”, commenta.

Il rapporto

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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