Sviluppo sostenibile, il ruolo dell’industria e l’importanza del circular manufacturing

Per sviluppo sostenibile si intende un modello di sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

Questa definizione, che ancora oggi è quella di riferimento quando si parla del tema, fu data dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Commissione Bruntland) del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nel rapporto “Our Common Future” pubblicato nel 1987.

Il concetto di sostenibilità viene quindi legato a un modello di sviluppo economico rispettoso dell’ambiente. La stessa presidente della Commissione Bruntland, Gro Harlem Brundtland (politica norvegese), sottolinea nel rapporto che i due termini erano indissolubilmente legati e che qualsiasi altra definizione di sostenibilità che facesse riferimento unicamente alla protezione dell’ambiente, senza tenere atto delle attività dell’uomo (quindi il lato economico, di sviluppo) sarebbe stata errata.

Il rapporto voleva essere una risposta a un appello urgente delle Nazioni Unite a sviluppare una strategia per “raggiungere un modello di sviluppo sostenibile entro l’anno 2000”. 

Ambiente, economia e società: le tre facce dello sviluppo sostenibile

I principi di equità intergenerazionale e intragenerazionale, contenuti nel documento, hanno attirato l’attenzione della comunità internazionale e hanno determinato nuovi sviluppi al concetto di sostenibilità.

Il rapporto, infatti, non solo sottolinea che non si può parlare di sviluppo sostenibile senza considerare le attività dell’uomo, ma pone l’accento sul diritto delle future generazioni ad avere accesso alle risorse del Pianeta in egual misura rispetto alle precedenti. Il concetto di sostenibilità assume così anche una dimensione sociale.

Concetti ripresi dall’Agenda 21, il documento prodotto a termine della Conferenza di Rio del 1992, firmato da 170 Paesi. Il documento, che riprende gli obiettivi della Commissione Brundtland – ossia quello di raggiungere un modello di sviluppo sostenibile entro il XXI secolo – è composto da 40 capitoli divisi in quattro parti:

  1. dimensione sociale ed economica, che racchiude gli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere in queste due sfere, tra cui combattere la povertà, promuovere il benessere e la salute, promuovere lo sviluppo di città e insediamenti sostenibili
  2. conservazione e gestione delle risorse, quindi atmosfera, foreste, deserti, montagne, acqua, prodotti chimici, rifiuti
  3. rafforzamento del ruolo dei gruppi più significativi, come donne, giovani, anziani, Ong, agricoltori, sindacati, settori produttivi, comunità scientifica
  4. mezzi di esecuzione del programma: strumenti scientifici, formazione, informazione, cooperazione internazionale, strumenti finanziari, strumenti giuridici

Il documento, inoltre, introduce i concetti di corresponsabilità e partecipazione, che si riferiscono al fatto che del cambiamento sono responsabili e devono farsi promotori tutti gli attori sociali, dai cittadini alle istituzioni, alle imprese etc. Vengono anche delineati alcuni principi importanti all’attuazione delle politiche necessarie, come quelli di trasversalità e misurazione.

La visione integrata e la responsabilità istituzionale contenute nell’Agenda 21 vengono riprese dall’Unione Europea che nel 2011 adotta la sua strategia per lo sviluppo sostenibile, un piano a lungo termine per il coordinamento di un quadro politico di iniziative a livello economico, sociale e ambientale.

I principi e gli obiettivi dell’Agenda 2030

Sulle basi di questi documenti, nel 2015 viene adottata l’Agenda 2030, che pone le basi per raggiungere importanti obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030.

Gli obiettivi e le azioni contenute nell’Agenda si basano su cinque principi, anche chiamati le “cinque P”, ovvero: persone, prosperità, pace, partnership e pianeta.

L’Agenda, a cui hanno aderito 193 Paesi membri dell’Onu, delinea gli ambiti di intervento attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goal, o SDGs).

Obiettivi che, come abbiamo approfondito in questo articolo, fanno riferimento alle tre sfere della sostenibilità.

La sinergia tra industria e sviluppo sostenibile

Analizzando i 17 SDGs, le azioni e i traguardi inseriti nell’Agenda, si evince la sinergia tra l’industria, le tecnologie e la sostenibilità (a cui fa riferimento, nello specifico, l’SDG n.9 e il 12).

L’Agenda 2030, infatti sottolinea la stretta sinergia tra industria e sviluppo sostenibile. Ma di tale sinergia si parlava già nel 2013, nella dichiarazione di Lima. Il punto 2 del documento – intitolato “Towards Inclusive and Sustainable Industrial Development” – recita infatti:

“L’industrializzazione è un motore di sviluppo. L’industria aumenta la produttività, la creazione di posti di lavoro e genera reddito, contribuendo così all’eliminazione della povertà e alla realizzazione di altri obiettivi di sviluppo, oltre a fornire opportunità di inclusione sociale, tra cui la parità di genere, l’emancipazione di donne e ragazze e la creazione di un’occupazione dignitosa per i giovani. Lo sviluppo dell’industria favorisce l’aumento del valore aggiunto e migliora l’applicazione di scienza, tecnologia e innovazione, incoraggiando così maggiori investimenti nelle competenze e nell’istruzione e fornendo così le risorse per raggiungere obiettivi di sviluppo più ampi, inclusivi e sostenibili”.

L’SDG n.12 “garantire modelli produzione e consumo sostenibile” riprende il tema, sottolineando il ruolo dell’industria nel promuovere “l’efficienza delle risorse e dell’energia, di infrastrutture sostenibili, così come la garanzia dell’accesso ai servizi di base, a lavori dignitosi e rispettosi dell’ambiente e a una migliore qualità di vita per tutti”.

Il ruolo dell’innovazione tecnologica nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile

Nella visione dell’Agenda 2030, il progresso tecnologico si fa abilitatore di questo cambiamento. Costituisce, infatti, “la base degli sforzi per raggiungere obiettivi legati all’ambiente, come l’aumento delle risorse e l’efficienza energetica. Senza tecnologia e innovazione, non vi sarà industrializzazione, e senza industrializzazione non vi sarà sviluppo”.

L’innovazione tecnologica, infatti, può avere un impatto trasversale al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, attraverso:

  • l’introduzione di innovazioni che creano reddito nei Paesi ancora in via di sviluppo, riducendo così la povertà, la fame e le disuguaglianze tra i Paesi (SDGs n. 1,2 e 10)
  • la riduzione delle barriere di accesso a servizi e beni di prima necessità, come istruzione, sanità, acqua ed energia pulite e a basso prezzo (SDGs n. 3,4,6,7), riducendo al tempo stesso le disuguaglianze sociali (SDG n.10)
  • strumenti che facilitano l’accesso al lavoro di categorie della popolazione a maggior rischio di esclusione, come donne, persone con fragilità e membri di minoranze emarginate (SDGs n. 5 e 10)
  • il miglioramento delle condizioni lavorative e l’aumento della produttività di un sistema economico (SDG n.8)
  • la riduzione l’impatto ambientale delle attività umane, contribuire alla lotta al cambiamento climatico e alla salvaguardia degli ecosistemi marini e terrestri (SDGs n.13, 14 e 15)
  • strumenti di collaborazione e condivisione delle informazioni che creano terreno fertile allo sviluppo di partenariati ed ecosistemi che coinvolgono più stakeholder (SDG n.17)

Circular manufacturing: nuovi principi per una manifattura sostenibile

Cambiare il nostro modello di produzione e consumo, passando da uno incentrato sul consumismo a un modello circolare, è indispensabile alla creazione di un’economia e di una società improntata sullo sviluppo sostenibile.

Le Supply Chain che per anni hanno portato i beni dal produttore al consumatore sono caratterizzate da un flusso unidirezionale, dove il bene passa dal produttore al consumatore per poi trasformarsi in rifiuto. Si potrebbe quindi immaginare il ciclo di vita di un prodotto come un percorso lineare, che ha un punto di inizio e un punto di arrivo.

Nell’economia circolare, come suggerisce il termine stesso, questo percorso è invece rappresentato da un cerchio. In questo modello, una volta che il prodotto ha concluso il suo ciclo di vita rientra all’interno della catena, dove:

  • può essere riparato o ricondizionato per ritornare al suo utilizzo originale
  • le sue componenti possono essere utilizzate come materia prima, sia dall’azienda che lo aveva originariamente prodotto che da altre aziende in altri settori
Fonte: World Manufacturing Report 2021.

Come cambia il ciclo di vita del prodotto in un’industria sostenibile

Lo sviluppo sostenibile deve quindi conciliare il desiderio di innovazione con l’esigenza di ridurre l’obsolescenza dei prodotti.

Il tema è stato trattato anche nel rapporto del World Manufacturing Foundation del 2021, che oltre a fornire delle linee guida su come implementare questo modello di manifattura circolare ha indicato i suoi cinque obiettivi primari:

  • ridisegnare i prodotti e selezionare nuovi materiali
  • conservare e rigenerare le risorse
  • sviluppare nuovi metodi produttivi
  • implementare un modello basato sui servizi
  • passare a materie prime rinnovabili

Nell’implementazione di questo nuovo approccio al ciclo di vita del prodotto, le tecnologie 4.0 giocano, ancora una volta, il ruolo di abilitatore. I gemelli digitali, ad esempio, permettono di progettare nel mondo virtuale efficientamenti del prodotto per ridurne l’impatto sull’ambiente o migliorarne le prestazioni. Le informazioni contenute nel digital twin, inoltre, sono preziose anche per quanto riguarda il corretto smaltimento del prodotto o la possibilità di utilizzare le sue componenti come risorsa primaria in un’altra produzione.

La stessa spinta all’efficienza guida le aziende nel riciclo delle risorse necessarie alla produzione. Sforzi sostenuti da sistemi di monitoraggio energetico intelligenti e dai numerosi servizi che le aziende sono oggi in grado di offrire e che riguardano l’analisi dell’efficienza energetica di macchinari e impianti e il condition monitoring, essenziale per allungare la vita di componenti e macchinari.

Che cos’è la sostenibilità digitale e perché è importante parlarne

Se, da un lato, le tecnologie digitali sono un key enabler dello sviluppo sostenibile, occorre però anche prendere in considerazione il loro impatto sull’ambiente. Si stima, infatti, che l’IT generi il 4% delle emissioni di CO2 a livello globale e si prevede che questa cifra aumenterà di tre volte entro il 2025 rispetto ai livelli del 2010.

Qualsiasi azione che compiamo sul mondo digitale, anche la semplice risposta a un’email, ha infatti un impatto ambientale. Tra le tecnologie più energivore ci sono i data center, che costituiscono ad oggi l’1% della domanda energetica mondiale. Un fabbisogno che con la progressiva digitalizzazione della nostra società, lo sviluppo degli smart building e delle città intelligenti è destinato ad aumentare.

Ecco perché non si può parlare di sostenibilità senza prendere in considerazione la sostenibilità digitale: le tecnologie sono infatti diventati strumenti essenziali per tante attività produttive, di formazione e sociali.

Occorre anche tenere a mente che per la produzione dei chip che alimentano questi dispositivi si necessità di materiali rari, che spesso devono essere importati. Il trasporto di queste risorse genera emissioni, mentre la loro estrazione avviene spesso in territori dove non vengono garantiti i diritti dei lavoratori.

Infine, nonostante alcune delle componenti dei dispositivi smart che utilizziamo tutti i giorni siano diventate sempre più difficili da reperire (e sempre più costose), il loro riciclo è ancora troppo limitato. Per raggiungere davvero un modello di sviluppo sostenibile occorrerà quindi far entrare anche questi dispositivi e questi materiali nell’economia circolare.

Le politiche europee a sostegno dello sviluppo sostenibile

Creare un modello di sviluppo sostenibile richiede di cambiare, spesso totalmente, il nostro modo di utilizzare le risorse del pianeta. Si tratta dunque di un impegno a 360 gradi che implica, oltre al cambiamento dei nostri modelli di produzione e consumo molti altri impegni, come evidenziato dall’Agenda 2030.

La complessità dell’obiettivo da raggiungere fa sì che anche le politiche rivolte all’ambiente siano piuttosto articolate e composte da diverse strategie, ognuna delle quali rappresenta un tassello fondamentale allo sviluppo del modello desiderato.

L’approccio europeo al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, si articola su sei pillar fondamentali:

  • European Green Deal, la strategia adottata per promuovere una ripresa sostenibile e digitale dopo la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19
  • Il programma “un’economia che funziona per le persone” (dall’inglese, “an economy that works for people”), che mira allo sviluppo dell’economia sociale all’interno dell’UE grazie cinque settori di intervento: Unione economica e monetaria; mercato interno; occupazione; crescita e investimenti; coordinamento delle politiche economiche e sostegno all’occupazione giovanile
  • il programma “un’Europa pronta per l’era digitale” (“Europe fit for a digital age”), la strategia digitale dell’UE che mira a fare sì che tale trasformazione vada a beneficio dei cittadini e delle imprese, contribuendo allo stesso tempo a raggiungere l’obiettivo di un’Europa neutra dal punto di vista climatico entro il 2050. All’interno del programma si trovano numerose aree di intervento e ambiti di regolamentazione, come il regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale, la strategia sui semiconduttori e la strategia industriale europea
  • promozione dello stile di vita europeo, attraverso la strategia “European way of life” che punta a promuovere e tutelare i diritti fondamentali dei cittadini all’interno dell’UE. Ne fa parte, tra le altre iniziative, anche la direttiva in materia work-life balance entrata in vigore ad agosto 2022 in tutti gli Stati membri
  • la strategia “un’Europa più forte nel mondo” (“a stronger Europe in the world”), che sostiene il multilateralismo e un ordine mondiale basato su regole con un ruolo più attivo e una voce più forte dell’UE nel mondo
  • il piano di azione per la democrazia europea, che punta a migliorare la cooperazione tra Commissione e Parlamento europeo e a favorire la partecipazione dei cittadini nella costruzione del futuro dell’UE

Sviluppo sostenibile, a che punto siamo? Cosa è successo alla Cop26 di Glasgow

Quello verso lo sviluppo sostenibile, come abbiamo visto, è un percorso intrapreso ormai diversi decenni fa. Da tempo si parla di cosa fare e come farlo, mentre la vera sfida resta quella di trovare un consenso a livello internazionale e impegni concreti che guidino le strategie di sviluppo di tutti i Paesi.

Se è vero che sono i Paesi già sviluppati quelli ad aver emesso, storicamente, più emissioni (pensiamo appunto a UE e USA), è altrettanto vero che per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici occorre ottenere un impegno concreto anche dai Paesi ancora in via di sviluppo, affinché questo sviluppo non sia carbon-based (come è avvenuto per l’Occidente), ma possa seguire una rotta diversa, quella della sostenibilità.

Ed è proprio questo quello che, secondo molti critici, non si è riusciti a fare nel corso della Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è svolta a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021.

L’allarme sul clima e il vertice del G20 in Italia: verso la Cop26

Una conferenza che ha avuto, più di altre volte, un senso di estrema urgenza, soprattutto dopo la pubblicazione del rapporto del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) del 9 agosto del 2021, che ha lanciato un vero e proprio allarme sul clima.

Il rapporto, infatti, ha sottolineato come sia innegabile e comprovata la responsabilità dell’uomo nel rialzo delle temperature e ha evidenziato come gli sforzi ad oggi adottati non serviranno per contenere il riscaldamento della Terra al di sotto dei 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali.

Se la soglia dell’1,5°C sembra ormai destinata ad essere superata già entro la fine di questo decennio, mantenere il rialzo delle temperature al di sotto dei 2°C è indispensabile per evitare ulteriori danni che metterebbero a rischio la vita di milioni di persone e che provocherebbero effetti devastanti sui nostri ecosistemi.

Gli eventi meteorologici estremi – come le alluvioni che hanno colpito la Germania nell’estate del 2021, ma anche la siccità che sta interessando l’Italia quest’anno e le elevate temperature che stanno mettendo in ginocchio l’Europa meridionale – diventeranno sempre più frequenti e violenti nel futuro, se non saremo in grado di invertire la rotta.

Il vertice del G20 di Roma, del 30 e 31 ottobre 2021, aveva anticipato le difficoltà che si sarebbero riscontrate a Glasgow, ma aveva fatto anche ben sperare. Il vertice si era concluso con l’accordo, tra i partecipanti, di lavorare per mantenere il rialzo delle temperature al di sotto della soglia dei 2°C e possibilmente sotto quella di 1,5°C. Particolare soddisfazione era stata espressa dall’apertura della Cina (fortemente dipendente dai combustibili fossili) rispetto a questo obiettivo, in rottura con posizioni più rigide assunte in passato.

Tuttavia, dalla bozza finale dell’incontro è stato eliminato il riferimento al 2050 come limite massimo per raggiungere la neutralità carbonica in favore di un più generico “entro metà secolo”.

Cosa si è deciso alla Cop26 di Glasgow

La Cop26 si è aperta quindi con la consapevolezza della difficoltà di raggiungere un punto comune, ma con altrettanta consapevolezza dell’urgenza del momento. Urgenza che molti leader non hanno mancato di sottolineare, come nel caso di Simon Kofe, Ministro delle Tuvalu per la Giustizia, le Comunicazioni e gli Affari esteri, che ha voluto realizzare il suo collegamento con l’acqua fino le ginocchia, per dimostrare i rischi a cui è esposto il suo Paese (che è un’isola situata nell’Oceano Pacifico tra l’Australia e le Hawaii) a causa dell’innalzamento del livello del mare.

La conferenza di Gloasgow, conclusasi con l’adozione del Patto di Glasgow, ha portato ad alcuni importanti risultati, tra cui:

  • mitigazione dei cambiamenti climatici, con la riaffermazione dell’impegno di mantenere l’aumento della temperatura media globale a 1,5°C, anziché 2°C, attraverso la riduzione del carbone e della della deforestazione, in favore a un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili
  • invito ad ogni Paese a rafforzare i rispettivi Ndcs (contributi determinati a livello nazionale) entro la fine del 2022
  • adattamento, ovvero sostegno ai Paesi più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici, attraverso ulteriori fondi (raddoppiati rispetto al passato) e un programma di monitoraggio e misurazione dei risultati ottenuti dalle attività di adattamento
  • finanza per il clima, con la promessa di raggiungere l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno da destinare ai Paesi in via di sviluppo entro il 2023
  • finalizzazione dell’accordo di Parigi, con la decisione di introdurre dal 2024 un nuovo metodo di reportistica, fondamentale per fare in modo che i Paesi utilizzino le stesse metriche per rendicontare le proprie emissioni gas serra

Luci e ombre della Cop26 di Glasgow

La conferenza di Glasgow è stata caratterizzata da alcuni segnali importanti e aspettative disattese. C’è da premettere che ogni decisione adottata nell’ambito delle Convenzioni quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) deve essere presa all’unanimità. Si tratta, pertanto, di trovare una posizione condivisibile e condivisa da tutti i 196 Paesi aderenti, una sfida di certo non semplice.

Di particolare rilevanza è il riferimento esplicito che il Patto di Glasgow fa alla necessità di ridurre l’utilizzo del carbone: si è infatti trattato della prima volta che tale necessità è presente nel testo di una decisione finale della Cop.

Ma è proprio su questo punto che si sono aperte diverse critiche. Nel testo originale, infatti, veniva utilizzata l’espressione “phase out” per riferimento a una progressiva riduzione dell’uso carbone e dei combustibili fossili fino alla sua totale eliminazione.

Tuttavia, proprio nelle fasi finali di determinazione del testo, questa espressione è stata sostituita con “phase down”, ovvero una semplice riduzione. Cosa è successo, quindi? La modifica sarebbe stata voluta dall’India, con il sostegno di Cina e Australia.

Tra i motivi della rottura ci sarebbe la delusione dell’India, così come degli altri Paesi in via di sviluppo, del mancato raggiungimento dell’impegno in materia di finanza climatica. L’impegno preso da parte dei Paesi ricchi ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a intraprendere uno modello di sviluppo sostenibile grazie all’erogazione di 100 miliardi di dollari l’anno era stato preso nella Cop del 2009 e ridiscusso successivamente a Parigi.

Tuttavia nel 2019, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, sono fluiti solo 80 miliardi di dollari. E anche la Cop di Glasgow non si è conclusa con un impegno concreto. La discussione, infatti, è stata rimandata a vertici ad hoc che si dovranno tenere tra il 2022 e il 2024 attraverso quattro riunioni annuali.

Il Patto di Glasgow, inoltre, ha stabilito che a partire dal 2025 tutti i Paesi dovranno assumere impegni comuni di riduzione delle emissioni su un periodo di 10 anni, che dovranno però comunicare ogni cinque, in modo da essere anche confrontabili tra loro. L’accelerazione in materia di Ndcs è stata dovuta all’evidenza, sottolineata dai dati UNFCCC, che gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni porterebbero invece a un aumento delle stesse, entro il 2030, del 13,6%.

Mantenere il rialzo della temperatura terrestre al di sotto della soglia di 1,5° richiede, invece, una diminuzione del 45% delle emissioni entro il 2030. Impegno che i Paesi del Patto di Glasgow si sono assunti. Tuttavia, dato che in materia di Ndcs non si è trovato un accordo, nel testo finale si lascia ai Paesi la possibilità di presentare i propri impegni anche dal 2030. Inoltre, il patto stabilisce che gli Stati che fino a ora non hanno aggiornato i propri Ndcs dovranno farlo entro la Cop 27 (come nel caso dell’Egitto).

La conferenza di Glasgow ha segnato il ritorno degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici – l’amministrazione Trump, ricordiamo, aveva deciso l’uscita del Paese dagli Accordi di Parigi – ed è stata ” la Conferenza sul clima più politica dai tempi di Parigi” secondo l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Per altri, al contrario, si è trattata dell’ennesima occasione persa: Greta Thunberg, ormai simbolo dei giovani che lottano per l’ambiente, nel suo intervento a Glasgow ha infatti definito la conferenza “il vertice del greenwashing“.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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