L’Unione Europea si prepara ad assumere un ruolo sempre più rilevante nella cattura della CO2 (Carbon Capture and Storage/Utilisation – CCUS), grazie all’obiettivo di passare di dai circa 50 Mt di CO2 catturati al 2030 ai 450 Mt al 2050, quota destinata per il 55% allo stoccaggio permanente.
L’Italia è ben posizionata su questo fronte, classificandosi come terzo Paese dell’UE per capacità di stoccaggio annunciata al 2030 dopo Paesi Bassi e Danimarca, con 4 milioni di tonnellate di capacità di iniezione annua prevista nel sito di Ravenna, che ha il potenziale per diventare un hub di riferimento per tutti i Paesi del Mediterraneo grazie a una capacità totale stimata in oltre 500 milioni di tonnellate.
Tuttavia, esiste un disallineamento critico tra le proiezioni e la realtà operativa. Il persistere di incertezze regolatorie e l’assenza di meccanismi di supporto lungo l’intera catena del valore minacciano di compromettere le tempistiche imposte dai target internazionali.
Senza un impegno finanziario pubblico stimato tra 1,6 e 3,1 miliardi di euro annui — una cifra comparabile al sostegno strutturale già destinato alle fonti rinnovabili — il contributo della tecnologia rischia di risultare ampiamente insufficiente per il raggiungimento della neutralità climatica.
Sono i risultati che emergono dallo “Zero Carbon Technology Pathways Report“, redatto dal gruppo Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano.
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Aumenta l’interesse globale ed europeo per le tecnologie di cattura della CO2
L’adozione delle tecnologie di cattura della CO2 non rappresenta un’opzione complementare, ma una necessità strutturale per i comparti hard-to-abate, dove le emissioni generate dai processi produttivi non possono essere eliminate esclusivamente tramite l’elettrificazione o l’impiego di fonti rinnovabili.
In settori quali cemento, siderurgia, chimica, ceramica, carta e vetro, la produzione di anidride carbonica è spesso un esito intrinseco delle reazioni chimiche fondamentali, rendendo la tecnologia CCUS l’unico strumento in grado di abbattere l’impronta carbonica senza compromettere la continuità operativa.
Un potenziale che sta guidando l’evoluzione del mercato e dei progetti basati su queste tecnologie, sia a livello geografico che per quanto concerne i casi applicativi.
L’interesse a livello globale registra un aumento, con una forte crescita degli impianti (62 operativi, con una capacità di cattura complessiva di 64 Mtpa, e altri 35 in costruzione).
L’Europa, secondo l’analisi del rapporto, assumerà un ruolo sempre più rilevante: il continente rappresenta al momento solo il 4% della capacità di cattura operativa a livello globale, ma questa percentuale è destinata a salire fino al 29% della capacità totale in fase di sviluppo, stimata a 405 Mtpa, in linea con il percorso di decarbonizzazione che ha velocizzato le iniziative di CCUS.

La prossimità delle scadenze associate agli obiettivi di decarbonizzazione a livello globale ed europeo ha determinato, tra 2024 e 2025, un’accelerazione dei progetti di CCUS nel mondo, passati da 408 a 489 (+19%) per 513 Mt di CO2 catturati all’anno (+23%).
Si tratta ancora, per lo più, di impianti in fase di sviluppo preliminare o avanzato, e solo in numero più ridotto già operativi o in costruzione, che insieme costituiscono, nel 2025, circa il 21% della capacità di cattura annunciata (108 Mt di CO2 su 513).

Le soluzioni di cattura della CO2
Le soluzioni di cattura applicabili all’industria rientrano prevalentemente nella categoria della Point Source Capture, in cui la CO2 viene separata direttamente nei punti di emissione.
Le tecnologie disponibili si differenziano sia per l’approccio di integrazione nei processi industriali, sia per i meccanismi chimico-fisici di separazione della CO2 dai fumi: tra le opzioni più mature figurano l’assorbimento chimico e fisico tramite solventi, l’adsorbimento e la separazione mediante membrane, ciascuna con specifici punti di forza o criticità e impatti differenziati sui costi di cattura a seconda del settore industriale di applicazione.
Come sta cambiando la capacità di cattura operativa
L’analisi della capacità di cattura operativa a livello globale indica un cambio di scala senza precedenti, con una proiezione che passa dalle 64 milioni di tonnellate annue del 2025 alle 337 milioni di tonnellate attese entro il 2030.
Una crescita che è accompagnata da una profonda mutazione della rilevanza dei settori coinvolti. Se nel 2025 il trattamento del gas naturale rappresenta il 64% delle emissioni catturate, seguito dalla trasformazione dei combustibili (18%) e dalla chimica (8%), la distribuzione per il 2030 riflette una maggiore diversificazione verso comparti più complessi da decarbonizzare.
In particolare, il contributo della generazione di elettricità, calore e della termovalorizzazione salirà complessivamente al 19%, mentre l’industria del cemento passerà dall’1% all’8%. Specularmente, l’incidenza del trattamento del gas naturale subirà una contrazione, scendendo al 27% del totale.
L’evoluzione dei casi applicativi: il primato dello stoccaggio permanente
Oltre a questi cambiamenti, il rapporto evidenzia un mutamento paradigmatico nella destinazione finale della molecola catturata.
L’impiego della CO2 per pratiche di recupero migliorato del petrolio (EOR), storicamente lo sbocco prevalente, è destinato a ridimensionarsi drasticamente a favore dello stoccaggio geologico permanente.
Si stima, infatti, che lo stoccaggio permanente passerà dal rappresentare il 22% della destinazione finale nel 2025 a costituire il 66% nel 2030, sancendo il passaggio da una logica legata all’efficientamento estrattivo a una strategia di mitigazione climatica strutturale e definitiva.
L’importanza delle le infrastrutture di trasporto e stoccaggio
La gestione logistica della CO2 richiede infrastrutture differenziate in base alla scala e alla distanza: se le condotte si confermano la soluzione più efficiente per grandi volumi su tratte medio-brevi, il trasporto navale emerge come l’opzione preferenziale per le lunghe percorrenze.
Sul fronte dello stoccaggio, l’ordinamento italiano limita attualmente l’attività ai soli giacimenti di idrocarburi esauriti, a differenza del Nord Europa dove lo sfruttamento degli acquiferi salini garantisce potenziali di stoccaggio nettamente superiori.
Allo sviluppo di queste tecnologie si affiancano soluzioni orientate all’economia circolare, come la mineralizzazione della CO2 e il suo reimpiego in prodotti a lunga durata, che rappresentano un’ulteriore evoluzione verso la gestione integrata delle emissioni.
Il divario tra obiettivi e investimenti
L’analisi dei progetti evidenzia tuttavia una discrepanza tra le ambizioni di cattura e la disponibilità effettiva di siti di stoccaggio.
Se la capacità di cattura annunciata in Europa al 2030 si attesta a 44 milioni di tonnellate — un dato coerente con i 50 milioni previsti dal Net-zero Industry Act — il versante infrastrutturale mostra segnali di ritardo.
Al termine del terzo trimestre del 2025, i progetti di stoccaggio con entrata in esercizio entro il decennio erano soltanto 16, per una capacità complessiva di 28,6 milioni di tonnellate annue, corrispondenti appena al 57% del target europeo.
Il dato più critico riguarda la maturità finanziaria delle iniziative: solo il 5,8% dell’obiettivo fissato dal regolamento europeo, pari a 2,9 milioni di tonnellate annue ripartite su due soli progetti, ha raggiunto la decisione finale di investimento (fid).

L’evoluzione dei modelli di business e la sostenibilità economica
Il mercato della cattura e dello stoccaggio della CO2 sta attraversando una fase di riconfigurazione strutturale, passando da modelli “full-chain”, in cui un unico operatore coordina l’intera filiera, a configurazioni “partial-chain”.
La transizione sta favorendo una specializzazione degli attori nelle singole fasi di cattura, trasporto e deposito, riflettendo la maturazione industriale del settore.
In questo scenario, la redditività per gli emettitori dipende in misura crescente dalla definizione delle tariffe di accesso alle infrastrutture, che possono essere regolate o negoziate bilateralmente, e dalla capacità di attivare strategie di revenue stacking.
Oltre al risparmio derivante dal mancato acquisto delle quote ETS, le potenziali fonti di ricavo si estendono alla valorizzazione della CO2 come materia prima, alla generazione di crediti di carbonio e all’applicazione di un green premium sui prodotti finali a basse emissioni.
Nonostante queste prospettive, l’analisi economica condotta su settori campione come il cementizio, la termovalorizzazione e la generazione elettrica a gas rivela che, allo stato attuale, la tecnologia CCS non raggiunge ancora la competitività rispetto agli scenari privi di cattura.
L’incidenza dei costi operativi e di investimento sui prezzi finali di beni e servizi rimane elevata, sebbene l’attesa dinamica rialzista e la volatilità dei prezzi nel mercato ETS potrebbero modificare progressivamente gli equilibri di convenienza relativa.













