Economia circolare, che cos’è e quali sono i vantaggi per ambiente, consumatori e aziende

Il progresso economico e sociale dell’ultimo secolo è stato accompagnato da un degrado ambientale che sta mettendo in pericolo gli stessi sistemi da cui dipende il nostro sviluppo futuro, anzi, la nostra stessa sopravvivenza. Per questo il passaggio a un modello di economia circolare è una delle colonne portanti delle politiche di sostenibilità volte a contrastare i cambiamenti climatici.

Pur essendo consapevoli che “non c’è un pianeta B” – uno degli slogan maggiormente utilizzati nei cortei e nelle proteste ambientaliste – continuiamo a vivere come se, effettivamente, avessimo più di un pianeta a disposizione.

Il fenomeno è monitorato, ogni anno, da una triste ricorrenza: Earth Overshoot Day, una giornata che serve a ricordarci che, ogni anno, consumiamo molte più risorse di quelle che il Pianeta Terra è in grado di produrre. Un fenomeno che, seppur in diversa misura tra i vari Paesi, continua a peggiorare di anno in anno.

Lo dicono anche le previsioni dell’Onu, secondo cui da qui al 2050 utilizzeremo tante risorse come se avessimo ben 3 Pianeti Terra. Ecco perché si parla sempre di più del bisogno di abbandonare il modello di economia lineare a favore di un modello di economia circolare.

Cosa si intende per economia circolare

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che prevede la condivisione, il noleggio, il riutilizzo, la riparazione, la rimessa a nuovo e il riciclaggio di materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. In questo modo, si estende il ciclo di vita dei prodotti e i rifiuti vengono ridotti al minimo.

L’economia circolare si basa su due cicli complementari che si ispirano ai cicli biologici: uno per i materiali biologici (che possono essere decomposti da organismi viventi) e uno per i materiali tecnici (che non possono essere decomposti da organismi viventi).

In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di limitare più possibile la perdita di risorse. Un modello in netto contrasto con quello tradizionale dell’economia lineare, basata sul principio prendi-produci-consuma-getta via.

La storia del concetto di economia circolare

Il concetto di economia circolare ha una lunga storia. Non può essere ricondotto a un solo autore o a una sola data e si ispira a diverse scuole di pensiero.

Di questo parla una pubblicazione dell’Ocse ad opera di Paul Ekins Professore di Resources and Environmental Policy alla London University College (UCL), che ripercorre l’evoluzione del concetto.

Secondo Ekins, il concetto di economia circolare si è evoluto lungo due filoni. Il primo relativo al flusso di materiali attraverso un’economia e il secondo incentrato sulle condizioni economiche che potrebbero portare a tale flusso.

Queste due correnti concettuali risalgono ai primi giorni del moderno movimento ambientalista negli anni ’60 e ’70 e hanno una successiva relazione simbiotica con esso.

Per quanto riguarda il filone legato al flusso dei materiali, si è sviluppato dal concetto di economia industriale. Un concetto utilizzato, insieme a quello di simbiosi industriale, per  descrivere i fattori determinanti l’ubicazione delle industrie, al fine di fare un uso efficiente delle risorse ed evitare gli sprechi.

Un filone che si è sviluppato nei trent’anni successivi, fino a guadagnare anche un carattere normativo. L’evidenza di ciò, precisa Ekins, si può trovare in un discorso del Presidente dell’Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze (AAAS), Athelstan Spilhaus, del 1970.

“L’obiettivo della prossima rivoluzione industriale sarà fare in modo che non esistano più i rifiuti, sulla base del fatto che i rifiuti sono semplicemente delle sostanze che non abbiamo ancora l’ingegno di usare”, disse Spilhaus.

Per fare ciò, secondo il Presidente dell’AAAS, era necessario creare un ciclo continuo in grado di riportare il prodotto dall’utente alla fabbrica, chiudendo così un cerchio. E per chiudere il cerchio, i prodotti avrebbero dovuto prevedere, già dalla fase di design, caratteristiche volte a facilitarne il riuso e il rifacimento.

L’interesse per la circular economy da parte del mondo accademico

Passarono altri vent’anni prima che queste idee divennero parte centrale dell’emergente disciplina di ricerca dell’ecologia industriale. Nel 1989, Scientific American pubblicò “Strategie per la produzione”, articolo ad opera degli ingegneri Nicholas Gallopoulos e Robert Frosch.

Nell’articolo, gli autori sostenevano che la manifattura sarebbe dovuta passare a un modello produttivo simile a un ecosistema biologico. Un sistema dove il consumo di energia e di risorse è ottimizzato, la produzione di rifiuti ridotta al minimo e “gli scarti di un processo servono come materia prima per un altro processo”.

Il crescente interesse del mondo accademico verso questi argomenti portò alla fondazione del Journal for Industrial Ecology nel 1997, che divenne presto una delle principali pubblicazioni per articoli sull’economia circolare.

Economia circolare, l’origine dei suoi fondamenti

Il testo di riferimento su cui si basano i principi dell’economia circolare è però ad opera dell’economista Kenneth Boulding, “The Economics of Knowledge and the Knowledge of Economics”, pubblicato nel 1966.

In questo articolo, Boulding presenta la distinzione tra “l’economia del cowboy” (il modello economico lineare) e “l’economia dell’astronave“. Nella seconda, la Terra è paragonata a una navicella spaziale dove le risorse sono limitate e che deve quindi adottare un “sistema ecologico ciclico che è capace di una continua riproduzione della forma materiale, anche se non può sottrarsi all’apporto di energia”.

Un sistema dove l’attenzione deve passare da fattori quali livelli di produzione, consumo, rendimento e Pil, alla manutenzione delle scorte.

L’economista, inoltre, affronta anche il dilemma sul perché la società del momento avrebbe dovuto occuparsi della questione. Da un lato, sottolinea, anche se le conseguenze del fallimento dell’economia lineare non sarebbero state visibili alle persone in vita in quel momento, vi era comunque una questione etica.

Non si poteva semplicemente “scaricare” i problemi sulle generazioni future, sosteneva Boulding, anche alla luce del fatto che “l’ombra dell’astronave del futuro, infatti, sta già cadendo sulla nostra allegria spendacciona”.

Il lavoro di Boulding sarà, negli anni successivi, un punto di riferimento per molti altri studiosi che hanno affrontato il tema della circolarità.

I principi dell’economia circolare

Attraverso le due metafore, l’economista descrive quelli che sono i principi che caratterizzano i due modelli economici. Da un lato, nell’economia del cowboy si agisce come se le risorse della Terra siano illimitate.

In questo modello dominano i principi del take, make, dispose (prendi, produci, getta). Si prendono le risorse naturali per produrre beni e, una volta terminato il loro ciclo di vita, questi diventano scarti.

In contrapposizione, l’economia circolare si basa sul principio repair, reuse, recycle (ripara, riutilizza, ricicla). In questo modello il prodotto, una volta terminato il suo ciclo di vita, ne intraprende uno distinto.

Può essere riparato o ricondizionato, per servire ancora allo stesso utilizzo, ma non solo. Il prodotto può fungere da materia prima per un’altra produzione, in un ciclo di vita che continua a rigenerarsi, in un cerchio.

economia circolare

I vantaggi della circular economy

Il passaggio dall’economia del cowboy a quella dell’astronave richiederà uno sforzo considerevole in materia di politiche, risorse, investimenti e capacità di promuovere uno sforzo congiunto a livello globale.

Man mano che l’astronave si fa sempre più vicina, sono ormai evidenti e quantificabili i vantaggi dell’adottare un modello economico circolare e i rischi derivanti dal procrastinare gli impegni concreti.

A sottolinearlo sono i  rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organo delle Nazioni Unite che si occupa di monitorare i cambiamenti climatici. Un vero e proprio “codice rosso per l’umanità”, come lo ha definito il segretario generale Onu Antonio Gutierrez.

I vantaggi per l’ambiente: il contrasto ai cambiamenti climatici

Secondo questi studi, anche se si riuscisse a mantenere l’innalzamento della temperatura media terrestre a “soli” 1,5°C (traguardo che ormai siamo destinati a superare), lo scenario che ci attende nei prossimi anni è tutt’altro che rassicurante.

Tra le conseguenze che questo innalzamento comporterà c’è un aumento dei periodi di siccità annuali (a due mesi), delle aree bruciate dagli incendi durante un’estate media nel Mediterraneo (+41%) e dei mammiferi che perderanno almeno metà del loro habitat (+4%).

Se le emissioni di CO2 (ma più in generale di gas climalteranti) continuassero su questi livelli, inoltre, entro il 2100 si assisterebbe a una riduzione di un terzo del ghiaccio mondiale. Non solo, scomparirebbe quasi tutto il ghiaccio alpino e l’innalzamento del livello del mare arriverebbe fino a 1 metro.

Se l’aumento della temperatura terrestre superasse gli 1,5° C, la situazione diventerebbe ancora più critica. Il passaggio a un modello economico circolare è indispensabile per contenere i danni dei cambiamenti climatici, in quanto tutti questi cambiamenti sono generati dall’aumento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, legate inequivocabilmente (come ha sottolineato il rapporto) all’attività dell’uomo.

I cambiamenti climatici sono di origine antropica
Il contributo dell’uomo al cambiamento della temperatura terrestre dall’anno 1850 al 2020.

Economia circolare: i vantaggi per i consumatori

L’economia circolare si basa non solo su una produzione più sostenibile, ma anche su un diverso modello di consumo dei prodotti.

A livello europeo, la strategia per la transizione green punta a un consumo più responsabile e informato da parte dei consumatori. A questo proposito il Parlamento Europeo è partito da una relazione sul mercato unico e sui comportamenti dei consumatori per indicare una serie di azioni da adottare per rendere il mercato unico più sostenibile.

A partire proprio dalla promozione della consapevolezza: secondo la relazione, infatti, il 59% dei consumatori non è a conoscenza del fatto che il periodo di garanzia legale nell’UE è di almeno 2 anni. Consapevolezza che si costruisce con la trasparenza di tutta la catena di fornitura delle aziende, dei processi e delle risorse impiegate nella produzione.

La strategia europea, inoltre, si basa su iniziative per combattere l’obsolescenza programmata dei prodotti, migliorare la durata e la riparabilità dei prodotti e rendere più forti i diritti dei consumatori attraverso iniziative come l’istituzione del diritto alla riparazione.

I vantaggi dell’economia circolare per le aziende

Il rapporto dell’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano ha evidenziato i vantaggi dell’economia circolare per le aziende.

Secondo il rapporto, l’adozione di pratiche manageriali per l’economia circolare nell’industria italiana genererebbe, al 2030, circa 100 miliardi di euro annui. Un dato che equivale quasi al 4,5% del Pil nazionale del 2019.

Il settore a beneficiarne di più sarebbe quello delle costruzioni, dove l’adozione di pratiche di economia circolare potrebbe liberare  37 miliardi annui. Nel settore food & beverage il guadagno sarebbe di 20,2 miliardi all’anno, mentre nell’automotive di 18,2 miliardi. Seguono l’elettronica di consumo (12,9 miliardi), machinery (6,2 miliardi) e mobili e arredamenti (4,5 miliardi).

Inoltre, diversi studi hanno evidenziato che l’adozione di pratiche rivolte alla sostenibilità è un fattore che influenza sempre maggiormente la considerazione che i consumatori hanno di un brand e la loro propensione a sceglierlo rispetto ai competitor.

L’economia circolare in Italia

Il rapporto fornisce anche la fotografia di quante aziende adottano pratiche di circolarità nel nostro Paese: il 44% in media, contro un 34% di aziende non adopter.

Dall’analisi settoriale emerge una forte adozione delle pratiche di economia circolare nelle aziende delle costruzioni (60%), seguite da food & beverage (50%), automotive (43%), impiantistica (41%), elettronica di consumo (36%) e mobili e arredo (23%).

L’Italia è tra i Paesi dell’Ue più performanti in economia circolare, con un tasso di riciclo dei rifiuti del 68% (contro una media europea del 57%). Anche il tasso di uso circolare di materia è superiore alla media europea (19,3% contro l’11,9%).

Tuttavia, l’ultima edizione del Rapporto sull’Economia Circolare in Italia del Circular Economy Network sottolinea che questo primato è a rischio.

Nella produzione, infatti, pur mantenendo il primato europeo, l’Italia non ha fatto alcun miglioramento rispetto al 2021. Un’importante spinta arriverà dal PNRR, che mette sul piatto 59,6 miliardi di euro (il 31,95% del totale delle risorse) per la transizione verde del Paese.

Esempi di economia circolare nel nostro Paese

Proprio in virtù dei tanti vantaggi che possono derivare dal modello circolare, sono sempre più le aziende – dalle start-up ai grandi brand – che adottano pratiche ad esso connesse.

Diversi sono gli esempi di aziende impegnate nella sostenibilità di cui abbiamo già parlato su Innovation Post.

La sostenibilità della circular economy  nella cosmesi, l’esempio di Reynaldi

Tra i casi più virtuosi che abbiamo presentato vi è quello di Reynaldi, azienda torinese del settore cosmetico e prime società benefit in Italia.

Quella dell’azienda è, infatti, un esempio di produzione sostenibile e circolare. In primo luogo, l’impianto dell’azienda è autosufficiente a livello energetico, grazie ai pannelli fotovoltaici di cui è dotato.

Gli scarti di produzione, inoltre, vengono portati in un centro di recupero situato non lontano dall’impianto produttivo. Grazie a questo centro, l’azienda riesce a riutilizzare il 97% del materiale di scarto.

Verso una siderurgia sostenibile, l’acciaieria ORI Martin

Anche l’industria siderurgica sta compiendo importanti passi verso una produzione più sostenibile, sfruttando le tecnologie digitali.

Un esempio è quello dell’acciaieria ORI Martin, che fa parte dei Lighthouse Plant del progetto Acciaio_4.0.

Con sede a Brescia, l’acciaieria utilizza un forno elettrico per la produzione di acciai speciali ed è collegata, dal 2018, a un ossigenodotto di Air Liquide con una tubazione sotterranea di 5 km.

Inoltre, il 10% del fabbisogno dell’impianto è coperto dall’energia generata da un impianto fotovoltaico in Sardegna. Azioni che hanno permesso all’impianto di ridurre le emissioni di CO2 e passaggi dei mezzi pesanti.

Non solo, grazie alle tecnologie digitali l’impianto è collegato al teleriscaldamento della città di Brescia, a cui fornisce calore.

I primi passi verso la circolarità nella produzione della carta: il caso di Pigna

Altra azienda ad aver intensificato, nel 2021, il suo sforzo verso una produzione più sostenibile è Pigna, marchio storico dell’industria cartaria italiana.

Lo scorso anno, infatti, l’azienda ha presentato il suo primo bilancio di sostenibilità, nel quale ha descritto le varie azioni intraprese per promuovere la sostenibilità nel concetto più ampio (quindi non solo ambientale, ma anche economico e sociale).

Per quanto riguarda l’impatto della sua produzione sull’ambiente, l’azienda negli ultimi anni si è impegnata per efficientare i suoi impianti per ridurre l’energia e l’acqua necessaria alla produzione e le emissioni prodotte.

Inoltre, Pigna sta puntando su diverse linee di prodotti ispirati al modello circolare: dai quaderni prodotti con carta riciclata ai notebook realizzati con carta riciclata e scarti alimentari, fino a zaini e pennarelli.

L’attenzione alla circolarità si declina in ogni ambito della produzione: dall’utilizzo di materie prime certificate, alla ricerca di packaging sostitutivi alla plastica, alla riduzione dei rifiuti generati dall’impianto e dell’acqua utilizzata nei processi produttivi.

Estendere il modello circolare a tutta la Supply Chain: l’obiettivo di Gefran

Tra le tante sfide che le aziende si trovano ad affrontare nell’attuare la rivoluzione green, una delle più ardue è quella di promuovere la sostenibilità all’esterno dell’azienda.

Se per una grande azienda può risultare relativamente semplice dotarsi delle risorse (economiche, tecnologiche e umane) per passare a un modello circolare, spesso le piccole e medie imprese faticano di più.

Tuttavia, cresce la domanda per prodotti che siano realizzati in modo sostenibile lungo tutti i passaggi della produzione. Questo include, dunque, tutta la catena di fornitura di un’azienda.

Catene spesso molto complesse e lunghe, che possono includere molte aziende di diverse dimensioni e con approcci diversi alla sostenibilità. Non mancano però gli esempi di aziende che, dopo aver ottimizzato i processi interni, stanno tendendo la mano anche ai loro fornitori, per aiutarli nel passaggio a un modello di produzione diverso.

Un esempio è quello di Gefran, azienda specializzata in sensori, tecnologie per l’automazione e motion control. Nel suo piano strategico per la sostenibilità l’azienda si impegna – oltre che a continuare a ottimizzare i processi interni – a ricercare una maggiore sostenibilità lungo tutta la sua catena di fornitura.

Nei prossimi anni, l’azienda realizzerà numerose attività volte a promuovere la conoscenza della sostenibilità tra i suoi fornitori ed offrirà un supporto concreto nella realizzazione di progetti in tale ambito.

L’economia circolare in Europa

L’Unione Europea ha fatto del passaggio all’economia circolare uno dei pilastri su cui poggiano gli ambiziosi progetti del Green Deal.

La strategia e le linee di azione da seguire sono delineate nel Piano di azione per l’economia circolare, “EU Circular Economy Action Plan”. Il documento, adottato dalla Commissione nel marzo 2020, fa parte della strategia di trasformazione dell’Europa nell’ottica di una maggiore sostenibilità e competitività.

Gli obiettivi del piano sono quelli di:

  • fare dei prodotti sostenibili la regola nell’UE
  • responsabilizzare i consumatori e gli acquirenti pubblici
  • concentrarsi sui settori che utilizzano più risorse e in cui il potenziale di circolarità è alto
  • garantire meno rifiuti
  • far funzionare la circolarità per le persone, le regioni e le città
  • guidare gli sforzi globali sull’economia circolare

Il piano d’azione include iniziative lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, a partire dal modo in cui i prodotti sono progettati. Le azioni contenute nel documento mirano a promuove processi di economia circolare, incoraggiare il consumo sostenibile e a garantire che i rifiuti siano evitati e le risorse utilizzate siano mantenute nell’economia dell’UE il più a lungo possibile.

Introduce misure legislative e non legislative che mirano a settori in cui l’azione a livello UE porta un reale valore aggiunto, come elettronica e ICT, batterie e veicoli, imballaggi, plastica, tessili, edilizia e costruzioni, cibo, acqua e nutrienti.

Agli sforzi interni verranno associati accordi globali con Paesi che vogliono aderire all’Unione e altri Paesi terzi, al fine di promuovere il passaggio all’economia circolare anche al di fuori dei confini europei.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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