Mario Draghi ha ricevuto oggi ad Aquisgrana il Premio internazionale Carlo Magno, uno dei riconoscimenti più prestigiosi assegnati a chi ha contribuito all’unità europea. Il discorso che ha tenuto davanti al Cancelliere Merz, alla presidente della Bce Christine Lagarde e al Primo Ministro greco Mitsotakis non è stato un discorso di circostanza, ma un’analisi densa, a tratti impietosa, della condizione dell’Europa nel 2026. Con una proposta politica su come uscirne.
“Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile”, ha esordito Draghi. “La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”.
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Tre vulnerabilità che si sono accumulate per decenni
Il filo conduttore del discorso è questo: l’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno, ed è questa asimmetria la radice di tutte le sue fragilità. Draghi ha anche quantificato il problema: la stima di 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva necessaria, contenuta nel suo ormai celevre rapporto sulla competitività europea, è salita grazie agli impegni in materia di difesa degli ultimi anni a quasi 1.200 miliardi l’anno.
“La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano.”
La prima vulnerabilità è l’esposizione alla domanda esterna. Dal 1999 il commercio in percentuale del Pil è salito dal 31% al 55% nell’area euro, mentre negli Stati Uniti e in Cina si è a malapena mosso. “La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo”.
La seconda è la dipendenza strategica: metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, l’Europa dipende dall’America per il 60% delle sue importazioni di Gnl, e anche nella transizione verde non riesce a dispiegarsi su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi. Draghi ha citato un dato significativo: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato in media circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori.
La terza vulnerabilità, “forse la più importante”, come dice lo stesso Draghi, riguarda il posizionamento tecnologico. Dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali. “L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario. Gli scenari dell’Ocse suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia”. Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, ha avvertito Draghi, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ai livelli attuali.
Il punto più politicamente sensibile riguarda la natura dell’IA come tecnologia auto-rinforzante: “A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente”.
Federalismo pragmatico: la proposta di Draghi
Di fronte a queste sfide Draghi ha indicato con chiarezza due strade che non portano da nessuna parte. La prima è affidarsi alla sola apertura commerciale: anche concludendo con successo tutti i negoziati in corso, la spinta a lungo termine sul Pil europeo ammonterebbe a meno dello 0,5%. “Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione”, ha detto. La seconda è la politica industriale condotta su scala nazionale: studi del Fmi mostrano che i sussidi concessi da uno Stato membro sopprimono la crescita negli altri, con esternalità negative che erodono i guadagni originali in appena due anni.
La sua proposta si chiama “federalismo pragmatico“: i paesi che sentono il peso del momento in modo più acuto devono essere liberi di andare avanti, approfondendo la cooperazione in aree concrete attraverso strumenti che producano risultati misurabili. “La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda”.
L’esempio storico che Draghi ha citato è l’euro: “Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un’autorità vera. Quando l’impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile”.
Sul fronte della difesa il discorso è stato altrettanto diretto. La R&S europea nel settore è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi l’anno in armi americane, e il fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate. Draghi ha indicato due percorsi non esclusivi: coalizioni più ridotte di paesi con capacità e percezioni della minaccia affini – in pratica il gruppo già attivo formato da Germania, Polonia, Francia, Regno Unito e i paesi nordici e baltici – e la traduzione operativa dell’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato Ue, la clausola di difesa reciproca che “sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando”.
Sul rapporto con Washington Draghi è stato esplicito: dal Liberation Day le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%. “Ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation”. La dipendenza in materia di sicurezza, ha concluso, si estende a ogni altra negoziazione – commerciale, tecnologica, energetica. Costruire autonomia militare significa quindi guadagnare forza negoziale su tutto il resto.
Il discorso si è chiuso con un richiamo ai dati dell’Eurobarometro: nove europei su dieci vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità, tre quarti vogliono che disponga di più risorse. “Quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge e li responsabilizza, in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto”.






