La crisi dell’industria chimica italiana non accenna a fermarsi. Dopo il calo del 3,2% registrato nel 2025, la produzione è prevista in ulteriore contrazione del 3% nel 2026, portando la perdita complessiva rispetto al 2021 a oltre il 13%. E il 2027, per il quale Federchimica prevede una crescita di appena lo 0,5%, non sembra destinato a segnare una vera inversione di tendenza.
Sono i dati presentati in occasione dell’Assemblea pubblica 2026 di Federchimica, svoltasi il 26 ottobre a Milano, che ha visto il presidente Francesco Buzzella lanciare un nuovo, forte allarme sul futuro industriale dell’Europa.
“L’industria è decisiva per l’Europa e la chimica lo è per l’industria”, ha ricordato Buzzella, sottolineando che la chimica rappresenta una componente essenziale di tutte le filiere manifatturiere, dalla meccanica all’elettronica, dall’automotive all’agroalimentare, dalla salute all’energia.
Con quasi 60 miliardi di euro di valore della produzione, oltre 40 miliardi di esportazioni, 2.900 imprese e 117 mila addetti, la chimica è la quinta industria italiana e il nostro Paese è il terzo produttore europeo.
La preoccupazione non riguarda quindi soltanto il futuro di un singolo settore, ma la tenuta di un sistema produttivo in cui la chimica fornisce materiali, componenti e soluzioni tecnologiche indispensabili per realizzare il 95% dei manufatti.
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La crisi della chimica italiana: il peso dell’energia e la debolezza della domanda
La nota economica presentata da Federchimica descrive un settore che continua a risentire degli effetti delle crisi energetiche e delle tensioni geopolitiche, aggravate dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente.
La chimica è particolarmente esposta a questi fenomeni perché utilizza gas e petrolio non soltanto come fonti energetiche, ma anche come materie prime per le proprie lavorazioni.
Le tensioni sulle rotte commerciali e sugli approvvigionamenti hanno determinato rincari a doppia e tripla cifra per alcune materie prime, ai quali si aggiungono i maggiori costi della logistica, dei trasporti e delle assicurazioni.
Nella prima parte del 2026 la produzione ha beneficiato di acquisti anticipati da parte delle imprese clienti, preoccupate per possibili interruzioni nelle catene di fornitura. Ma nella seconda parte dell’anno la debolezza della domanda industriale ha determinato un nuovo peggioramento. Nei primi otto mesi la produzione chimica italiana ha registrato una flessione del 4%.
A soffrire maggiormente sono la chimica di base e le materie plastiche, particolarmente energivore ed esposte alla sovraccapacità produttiva mondiale. Più contenuta la contrazione della chimica fine e specialistica, mentre alcuni comparti, come la cosmetica, continuano a mostrare segnali di espansione.
Anche l’andamento dei settori clienti evidenzia forti differenze: gli impulsi positivi provengono soprattutto dai beni di investimento, in particolare meccanica ed elettronica, e dall’aerospazio. L’automotive mostra un parziale recupero dopo le pesanti cadute precedenti, mentre moda e legno-arredo rimangono in difficoltà.
In Europa perso il 9% della capacità produttiva: il rischio di deindustrializzazione
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto l’Italia. Secondo uno studio realizzato da Roland Berger per Cefic, l’associazione europea dell’industria chimica, tra il 2022 e il 2025 l’Europa ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva chimica, pari al 9% del totale, a causa delle chiusure degli impianti, con circa 110 mila posti di lavoro coinvolti.
Nello stesso periodo gli investimenti in nuova capacità produttiva sono diminuiti del 90%, mentre le chiusure annunciate sono aumentate di sei volte.
Numeri che indicano un rischio ben più grave di quello legato a una fase negativa del ciclo economico: la perdita permanente di capacità industriale, competenze e autonomia tecnologica.
La struttura integrata dell’industria chimica rende il fenomeno particolarmente pericoloso. La chiusura di uno stabilimento che produce intermedi chimici può mettere in difficoltà numerose imprese a valle, costrette a rivolgersi a fornitori esteri e ad aumentare la propria dipendenza dalle importazioni.
È su questo aspetto che Buzzella ha insistito con particolare forza: “Le fabbriche, però, possono chiudere in pochi mesi. E se una fabbrica chiude, non riapre come per incanto con un nuovo regolamento”.
Secondo il presidente di Federchimica, la variabile decisiva è ormai il tempo: l’Europa continua a discutere di strategie e nuove normative, ma rischia di intervenire quando una parte della propria capacità produttiva sarà già scomparsa.

Urso: “Rischiamo di perdere capacità produttive strategiche difficilmente recuperabili”
L’allarme sulla tenuta dell’industria chimica europea è stato condiviso anche dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto con un videomessaggio all’Assemblea.
“Il settore della chimica è uno dei pilastri del sistema manifatturiero, poiché sostiene in modo trasversale competitività e innovazione ed è uno snodo della transizione energetica, tecnologica e ambientale”, ha ricordato il ministro, evidenziando come il comparto stia attraversando una crisi strutturale in Europa.
“Corriamo il rischio di perdere capacità produttive strategiche difficilmente recuperabili”, ha avvertito Urso.
Il ministro ha ricordato che nel 2025 l’Italia, insieme a Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia e Spagna, ha promosso un non paper, un documento informale di proposta politica, per chiedere all’Unione europea interventi a tutela delle produzioni strategiche e a sostegno degli investimenti nelle tecnologie a basso impatto ambientale.
A questo appello è seguito il Piano d’azione europeo per l’industria chimica, adottato dalla Commissione l’8 luglio 2025, dal quale è nata anche la Critical Chemicals Alliance, l’Alleanza per le sostanze chimiche critiche, lanciata nell’ottobre dello stesso anno per identificare le produzioni strategiche da preservare e favorire interventi coordinati a sostegno della competitività e degli investimenti.
Per Urso, tuttavia, queste iniziative rappresentano soltanto una prima risposta. Occorre ora una strategia organica che porti le esigenze della chimica all’interno dei principali provvedimenti europei per la competitività industriale.
In particolare, il Mimit sostiene il riconoscimento della chimica come settore strategico nell’Industrial Accelerator Act, la proposta di regolamento europeo presentata nel marzo 2026 per accelerare lo sviluppo della capacità industriale e la decarbonizzazione dei settori strategici.
Il ministro ha indicato inoltre due condizioni fondamentali per la sopravvivenza e il rilancio del comparto: “Il ritorno a prezzi competitivi dell’energia e una riforma radicale dell’ETS che tenga conto delle specificità della chimica”.
Una posizione che trova quindi un punto di convergenza con le richieste avanzate da Federchimica, soprattutto sulla necessità di evitare che gli obiettivi della transizione ambientale finiscano per compromettere la capacità produttiva europea.
Energia e ETS: il costo della transizione rischia di penalizzare gli investimenti
Al centro delle critiche di Federchimica c’è il divario nei costi energetici che separa le imprese europee dai principali concorrenti internazionali.
L’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica italiana è passata dal 14% del 2021 al 18% del 2024 e, secondo le stime dell’associazione, rischia di raggiungere il 23%.
Il gas naturale in Europa arriva a costare fino a nove volte quello statunitense. All’interno dell’Unione persistono inoltre forti differenze nazionali: all’inizio del 2026 i prezzi dell’elettricità in Italia risultavano più che doppi rispetto alla Francia e persino tripli rispetto alla Spagna.
A questi squilibri si aggiungono i costi derivanti dalle politiche climatiche europee, in particolare dal sistema ETS (Emission Trading System), il meccanismo che impone alle imprese soggette alla normativa di disporre di quote corrispondenti alle proprie emissioni di gas serra.
Secondo le elaborazioni di Federchimica, tra costi diretti e indiretti l’ETS pesa sull’industria chimica italiana per oltre 600 milioni di euro all’anno, una cifra sostanzialmente equivalente agli investimenti annuali dell’intero settore in ricerca e sviluppo.
In assenza di una revisione del sistema, l’onere complessivo potrebbe superare 1,5 miliardi di euro entro il 2030.
È proprio questo uno dei nodi più controversi della transizione industriale europea.
Per Federchimica, quando le tecnologie necessarie per abbattere ulteriormente le emissioni non sono ancora disponibili o economicamente sostenibili su scala industriale, il costo crescente dei permessi rischia di sottrarre alle imprese le risorse che potrebbero essere destinate agli investimenti necessari per decarbonizzare.
Buzzella ha quindi chiesto una politica industriale “in due tempi: proteggere la capacità strategica oggi, trasformarla domani”, ribadendo che la premessa indispensabile è poter contare su energia sicura, disponibile e a costi sostenibili.
L’associazione chiede una profonda revisione dell’ETS, la salvaguardia delle quote gratuite per i settori esposti alla concorrenza internazionale e il rafforzamento delle compensazioni per i costi indiretti, insieme a una politica energetica europea più integrata.
L’obiettivo dichiarato non è rinunciare alla decarbonizzazione, ma evitare il cosiddetto carbon leakage: lo spostamento delle produzioni verso Paesi con vincoli ambientali meno stringenti, che ridurrebbe le emissioni europee senza necessariamente diminuire quelle globali.
“La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica”, ha affermato Buzzella.
Il presidente ha ricordato anche i risultati ambientali conseguiti dal settore: rispetto al 1990 le emissioni dirette di gas serra della chimica italiana si sono ridotte del 70%, mentre l’efficienza energetica è migliorata del 44% rispetto al 2000.
La posizione di Federchimica si inserisce in un dibattito che coinvolge tutta la manifattura italiana, come emerso anche nel recente intervento del presidente di Federmeccanica Simone Bettini, che ha posto al centro il rapporto tra politica industriale, costi energetici e neutralità tecnologica.
La pressione cinese: dal 5% al 17% delle importazioni italiane
L’altra grande questione riguarda la concorrenza internazionale e soprattutto il ruolo crescente della Cina.
Nel 2004 il Paese asiatico rappresentava circa un decimo della produzione chimica mondiale. Nel 2025 la sua quota è arrivata al 46% del valore della produzione globale, contro il 13% dell’Unione europea e il 12% degli Stati Uniti.
Questa crescita si riflette anche negli scambi commerciali italiani.
Nel 2019 dalla Cina proveniva il 5% delle importazioni chimiche italiane. Nel 2025 la quota è salita al 17%. Nello stesso periodo le esportazioni italiane verso il mercato cinese sono aumentate del 20%, mentre le importazioni sono cresciute del 410%.
Il risultato è un disavanzo commerciale della chimica italiana nei confronti della Cina superiore a 8 miliardi di euro nel 2025, a fronte di una situazione prossima all’equilibrio nel 2019.
Secondo Buzzella questa evoluzione non è soltanto il risultato della maggiore efficienza e capacità produttiva cinese, ma anche di politiche pubbliche di sostegno alle imprese difficilmente confrontabili con quelle europee.
Federchimica richiama a questo proposito un’analisi dell’OCSE secondo la quale, tra il 2005 e il 2024, le imprese cinesi hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico, tra agevolazioni fiscali e finanziamenti, da tre a otto volte superiori a quelle dei Paesi OCSE. Il comparto chimico, insieme all’acciaio, risulta tra i principali beneficiari.
Il tema è strategico perché la chimica è alla base di gran parte delle altre produzioni industriali: sostenere questo settore significa rafforzare la competitività di tutte le filiere che utilizzano materiali e intermedi chimici.
Per l’Europa la questione non riguarda dunque soltanto il riequilibrio degli scambi commerciali, ma la capacità di preservare una base produttiva autonoma nei settori tecnologicamente strategici.
Ricerca e innovazione: 600 milioni di investimenti e oltre mille imprese attive
Nonostante la crisi l’industria chimica italiana continua a investire in ricerca e innovazione.
Ogni anno vengono destinati alla R&S oltre 600 milioni di euro, con più di mille imprese attive e circa 8 mila addetti dedicati. Negli ultimi quindici anni il personale impegnato nella ricerca è cresciuto del 67% e rappresenta ormai quasi il 7% dell’occupazione del settore.
Per numero di imprese chimiche impegnate nella ricerca, l’Italia è seconda in Europa soltanto alla Germania.
Si tratta di un patrimonio fondamentale per un settore che trova nella specializzazione e nella capacità di sviluppare nuovi materiali e processi una delle sue principali leve competitive.
Le opportunità riguardano numerosi ambiti: materiali avanzati, batterie, chimica bio-based, salute, gestione dell’acqua, ambiente, tecnologie per lo spazio e la difesa.
Un ulteriore impulso potrà arrivare dall’intelligenza artificiale, che secondo Buzzella sta già contribuendo ad accelerare le attività di ricerca e sviluppo e a migliorare l’efficienza dei processi produttivi.
Proprio i materiali avanzati e la chimica sostenibile sono al centro anche dei due progetti IPCEI BioChem e CAM, dedicati rispettivamente alla chimica biotecnologica e ai materiali avanzati circolari, sui quali l’Europa punta per rafforzare capacità industriali strategiche.
Secondo Federchimica occorre però rafforzare le condizioni che consentono alle imprese, soprattutto alle PMI, di investire con continuità.
“È necessario potenziare gli incentivi alla ricerca attraverso strumenti accessibili anche per le PMI e dedicati non solo all’innovazione radicale, ma anche a quella incrementale”, ha sottolineato Buzzella.
In particolare il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo dovrebbe essere rafforzato, reso strutturale e accompagnato da procedure più semplici, in modo da ridurre gli oneri di rendicontazione e dare certezza alle imprese nella programmazione pluriennale degli investimenti.
Le quattro priorità di Federchimica per la politica industriale europea
Dall’analisi presentata all’Assemblea emerge una richiesta di fondo: la competitività industriale deve tornare a essere parte integrante delle politiche europee di transizione.
Federchimica individua quattro ambiti prioritari di intervento.
Il primo è la riduzione dei costi dell’energia e del carbonio, per diminuire le asimmetrie competitive rispetto ai produttori extraeuropei.
Il secondo è la semplificazione normativa, con una riduzione degli oneri amministrativi e procedure che consentano di realizzare gli investimenti in tempi compatibili con quelli della competizione internazionale.
Il terzo è il rafforzamento degli incentivi alla ricerca e all’innovazione, sostenendo sia lo sviluppo di tecnologie radicalmente nuove sia il miglioramento incrementale di prodotti e processi esistenti.
Il quarto è la promozione della domanda di prodotti chimici Made in Europe, circolari e a bassa intensità di carbonio.
Su quest’ultimo punto Federchimica propone di introdurre strumenti capaci di riconoscere un premio di mercato ai prodotti più sostenibili, valorizzando le produzioni europee e favorendo il ritorno economico degli investimenti in decarbonizzazione.
Le misure, secondo l’associazione, dovrebbero riguardare anche i prodotti finali e non soltanto gli intermedi chimici, per evitare che requisiti più stringenti sui materiali possano essere aggirati importando direttamente manufatti realizzati al di fuori dell’Unione.
Si tratta di una questione centrale nel dibattito europeo sul Made in Europe: creare condizioni che sostengano concretamente la produzione industriale nel continente, e non limitarsi a imporre nuovi obblighi alle imprese che vi operano.
Il tempo della politica industriale
Il messaggio conclusivo dell’Assemblea di Federchimica riguarda soprattutto la velocità con cui l’Europa è chiamata ad affrontare queste sfide.
Negli ultimi anni non sono mancati piani e iniziative comunitarie, dalla Bussola per la Competitività al Clean Industrial Deal, fino al Piano d’azione europeo per l’industria chimica.
Secondo Buzzella, tuttavia, le misure adottate non hanno ancora prodotto un cambiamento sufficiente nelle condizioni competitive delle imprese.
Il rischio è che la trasformazione industriale richieda tempi molto più lunghi di quelli in cui si stanno deteriorando le condizioni economiche per continuare a produrre.
Per questo il presidente di Federchimica ha richiamato la necessità di allineare gli obiettivi della transizione ai tempi effettivi di adattamento delle imprese, preservando capacità produttiva e competenze durante il percorso.
“Possiamo imporre dazi, fare trattative, accordi o intese con chiunque, ma non possiamo fare patti con il tempo”, ha avvertito.
Una considerazione che va ben oltre i confini dell’industria chimica e riguarda il futuro dell’intero sistema manifatturiero europeo: la transizione tecnologica ed ecologica richiede innovazione e investimenti, ma per realizzarla occorre prima di tutto conservare le imprese in grado di sostenerla.











