Il 75% degli esportatori continua ad aspettarsi una crescita positiva delle esportazioni nel 2026. L’impatto del conflitto in Medio Oriente sembra moderato, ancor più se confrontato con lo shock tariffario del 2025, quando le aspettative sono crollate di 40 punti percentuali. Questo ottimismo rimane però fragile e potrebbe svanire rapidamente se il conflitto si dovesse protrarre.
È quanto emerge dal Global Survey 2026 di Allianz Trade, indagine che ha coinvolto 6.000 aziende in 13 mercati differenti, in due fasi tra febbraio e marzo 2026, per valutare l’impatto del conflitto sulle aspettative delle imprese in merito a esportazioni, commercio globale e catene di approvvigionamento.
Dal rapporto emerge che il conflitto in Medio Oriente non ha fatto deragliare le aspettative di crescita delle esportazioni, ma ha rimescolato la mappa dei rischi dopo un anno di guerra commerciale.
Indice degli argomenti
Le imprese restano fiduciose, nonostante il conflitto
I risultati dell’analisi hanno quindi evidenziato che le ripercussioni del conflitto in Medio Oriente non hanno eroso la fiducia delle imprese sulla crescita dell’export, anche se si rilevano alcune differenze tra i diversi mercati analizzati.
Infatti le aziende vietnamite, statunitensi e spagnole hanno tutte perso più di 10 punti percentuali di fiducia a causa del conflitto, mentre le imprese cinesi hanno perso 9 punti percentuali.
Il conflitto ha però ridefinito i fattori di rischio per le imprese: il rischio geopolitico e politico sale al primo posto tra le minacce globali per il 65% delle aziende, superando la complessità e la concentrazione delle catene di approvvigionamento (45%), che erano la principale preoccupazione nel 2025 durante la guerra commerciale.
Le problematiche legate all’offerta, come il fallimento dei fornitori e la carenza di input, sono salite al secondo posto (57%).
“Tuttavia, meno di un quarto delle aziende è preoccupato per gli effetti a catena del conflitto su energia e trasporti marittimi: o le imprese sono fiduciose nei propri meccanismi di adattamento, oppure si aspettano che il conflitto sia di breve durata”, spiega Aylin Somersan Coqui, CEO di Allianz Trade.
Aumenta il rischio di mancato pagamento
Nonostante questa fiducia resiliente, il conflitto in Medio Oriente sta irrigidendo le condizioni del finanziamento commerciale.
I tempi di pagamento si stanno allungando e la quota di aziende pagate entro 30 giorni è scesa dal 10% al 7%, dall’inizio del conflitto, mentre, quella di chi attende oltre 70 giorni è aumentata dal 15% al 24%.
Guardando al futuro, il 43% delle aziende prevede un ulteriore deterioramento delle condizioni di pagamento (+5% rispetto al periodo pre-conflitto).
Anche il rischio di mancato pagamento è peggiorato: la quota di imprese che si aspettano un rischio più elevato è salita al 40% (+6 punti percentuali rispetto al periodo pre-conflitto).
I settori farmaceutico, delle costruzioni e dell’informatica/telecomunicazioni risultano i più esposti, mentre le aziende di maggiori dimensioni affrontano cicli di pagamento sproporzionatamente più lunghi.
Di fronte agli shock delle supply chain le aziende puntano su scorte e diversificazione
Dall’inizio della guerra commerciale nel 2025 le imprese hanno implementato strategie di mitigazione per adattarsi al nuovo contesto.
Le realtà con catene di approvvigionamento lunghe sono state le più reattive e particolarmente più inclini a rivolgersi a nuovi fornitori e a reindirizzare i flussi rispetto al campione complessivo.
I meccanismi di adattamento più comuni sono stati l’aumento delle scorte e la diversificazione verso nuovi mercati (64% ciascuno), così come l’approvvigionamento da nuovi fornitori (63%), indicando uno sforzo diffuso per ridurre i rischi sia sul lato della domanda sia su quello dell’offerta.
Segue il reindirizzamento attraverso mercati terzi (57%), a conferma del fatto che le imprese stanno adattando anche la logistica per aggirare le frizioni commerciali.
Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente le imprese hanno adottato diverse strategie operative per mitigare i disagi logistici. La maggior parte delle aziende, circa il 53%, sta cercando rotte o vettori alternativi, una tendenza particolarmente forte in Italia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Polonia.
Il 52% delle imprese punta a velocizzare le pratiche doganali collaborando con broker specializzati, con picchi di adozione in Italia, Germania, Cina e Regno Unito.
Una terza soluzione, scelta dalla metà delle aziende, riguarda la rimodulazione dei tempi di consegna, pratica diffusa soprattutto in Vietnam, Francia e nei mercati citati in precedenza.
Al contrario, la rinegoziazione dei termini contrattuali attraverso la modifica degli Incoterms coinvolge solo il 36% del campione, a dimostrazione del fatto che le imprese preferiscono agire tempestivamente sul piano pratico piuttosto che su quello legale.
La crisi in Medio Oriente non ha compromesso le prospettive delle aziende riguardo al reshoring globale: il 72% degli esportatori prevede almeno di proseguire allo stesso ritmo.
I principali vincoli al reshoring restano concentrati su problematiche legate ai fornitori, come la mancanza di accesso o di fornitori nazionali di alta qualità (circa 83%), seguiti dai costi di produzione (67%) e dalla mancanza di incentivi fiscali o sussidi (61%).
Dall’analisi emerge quindi che catene di approvvigionamento più complesse stanno spingendo le imprese a porre la resilienza al centro delle proprie strategie di investimento, dando priorità al consolidamento dei mercati, a nuove rotte commerciali e alla costruzione di strutture all’estero.
Europa e Asia emergono come le due principali regioni per la crescita futura
La guerra commerciale ha ridotto l’attrattività degli Stati Uniti per gli esportatori: solo il 13% li considera un mercato in crescita.
Nel contesto della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento e dei recenti accordi di libero scambio, Europa e Asia sono prioritarie per la crescita futura, poiché le imprese cercano sempre più stabilità e apertura dei mercati.
L’interesse per l’Europa come destinazione delle esportazioni è cresciuto in modo generalizzato, con gli esportatori di Singapore (+10% rispetto al 2025) e degli Stati Uniti (+9% rispetto al 2025) che mostrano l’aumento più marcato dell’interesse.
L’Asia rimane complessivamente la destinazione offshore preferita, anche se l’attrattività degli investimenti in Cina è crollata: solo il 23% delle imprese (-30 punti percentuali rispetto al 2025) prevede di aumentare la propria presenza, anche se solo il 10% sta pianificando attivamente di uscire.
Nuove rotte e limiti all’export: quali li scenari per le imprese
“Le opportunità di crescita sono rafforzate da una nuova ondata di accordi commerciali”, spiega Ana Boata, Head of Economic Research di Allianz Trade.
Il 93% delle aziende prevede di espandersi sfruttando i nuovi accordi di libero scambio, come quelli tra Unione Europea e India o con il Mercosur.
Mercati come India, Brasile, Vietnam e Francia sono considerati prioritari per la crescita.
Tuttavia l’efficacia di questi trattati è frenata dalle barriere non tariffarie, in particolare dagli obblighi relativi a licenze e certificazioni. Tali ostacoli burocratici impediscono alle imprese di trasformare le agevolazioni commerciali in un reale aumento delle esportazioni.











