L’industria italiana ed europea rischiano la “polverizzazione” se non si interviene con urgenza per spezzare la morsa di una “tempesta perfetta” fatta di conflitti, dazi e shock energetici: è il messaggio lanciato da Confindustria, attraverso le parole della sua Vicepresidente Lucia Aleotti, in occasione della presentazione del Rapporto di previsione Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria.
Il rapporto cerca di delineare le prospettive per l’andamento della nostra economia in un periodo dove l’incertezza regna sovrana. Fattore che il rapporto analizza presentando tre scenari per l’economia italiana, con impatti diversi a seconda della durata del conflitto in Medio Oriente (4 settimane, 4 mesi o 9 mesi).
Una variabile che inciderebbe pesantemente sia sull’andamento dell’economia in Italia, ma anche sul resto del mondo: secondo lo scenario di base elaborato ipotizzando che il conflitto termini entro fine mese – che lo stesso Presidente Orsini ha definito “molto ottimistico” –, nel 2026 l’economia italiana si attesterebbe a una crescita del +0,5%, comunque meno dello 0,8% precedentemente stimato.
Tuttavia, nel caso in cui il conflitto dovesse perdurare per quattro mesi (scenario considerato più realistico), il Prodotto Interno Lordo italiano nel 2026 rimarrebbe fermo. Anche per il 2027 la ripresa sarebbe estremamente debole, fermandosi al +0,1%.
Nello scenario più pessimistico, in cui si ipotizza un perdurare del conflitto oltre i 9 mesi, l’economia italiana potrebbe invece entrare in recessione.
L’evoluzione degli scenari non è solo legata al perdurare della chiusura dello Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del petrolio mondiale oltre al gas liquefatto e ad alcune materie prime, ma si inserisce in un contesto dove pesano i dazi USA e la sovraproduzione high-tech cinese.
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Il “fattore Hormuz” sull’economia italiana: i tre scenari ipotizzati e il rischio di recessione
Il Rapporto di previsione di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre possibili traiettorie per l’economia italiana nel biennio 2026-2027, condizionate in modo determinante dalla durata del conflitto in Iran e dalle ripercussioni sullo Stretto di Hormuz.
Nello scenario di base, che ipotizza una risoluzione delle ostilità entro il mese di marzo, il PIL italiano crescerebbe del +0,5% nel 2026. In questa configurazione, l’inflazione si attesterebbe al 2,5% e gli investimenti fissi lordi mostrerebbero una tenuta del +2,3%.
Tuttavia, lo scenario considerato più realistico dagli analisti, basato su un conflitto della durata di quattro mesi, prefigura una crescita nulla (0,0%) per il 2026.
In tale eventualità, lo shock energetico e l’incertezza globale eroderebbero 0,5 punti percentuali di crescita rispetto alla baseline, portando l’inflazione al 4,3% e determinando una contrazione degli investimenti dello -0,1%.

La ripresa nel 2027 risulterebbe estremamente fragile, con il PIL fermo al +0,1% e un timido recupero degli investimenti al +0,8%.
Il quadro più critico, definito scenario avverso, ipotizza un prolungamento del conflitto per dieci mesi. In questa ipotesi, l’Italia entrerebbe in una fase di recessione, con una contrazione del Prodotto Interno Lordo pari al -0,7% nel 2026 (seguita da un ulteriore -0,1% nel 2027).
La pressione sui prezzi al consumo balzerebbe al 5,9%, mentre gli investimenti subirebbero una flessione del -0,8%. Anche le esportazioni, pilastro della tenuta nazionale, registrerebbero un forte arretramento del -1,6%.

Lo shock energetico e i costi per la manifattura
Il Rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria isola il fattore energetico come la principale determinante della possibile frenata economica.
La struttura dei costi delle imprese italiane risente ancora degli shock passati, con un’incidenza della bolletta energetica sui costi totali della manifattura superiore del 25% rispetto ai livelli di sei anni fa.
La crisi del 2023 potrebbe rappresentare una ulteriore variabile secondo Libero Monteforte, Direttore del servizio di analisi macroeconomica dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB).
“Il fatto che il ricordo dell’ondata inflazionistica del 2023 sia ancora fresco potrebbe spingere le famiglie e le imprese a reagire al nuovo shock in modo più rapido e tempestivo rispetto a quanto solitamente indicato dai modelli economici. Questa reattività rappresenta un ulteriore elemento di incertezza in un quadro geopolitico già complesso”, spiega.
In questo contesto ogni rincaro del 10% del prezzo dell’energia si traduce in un aumento dell’inflazione di un punto percentuale entro un solo mese, evidenziando una velocità di trasmissione dei costi estremamente elevata.
Il rapporto quantifica l’impatto economico diretto sulle imprese in base alla durata del conflitto in Iran. Nello scenario considerato più probabile, con una crisi di quattro mesi, il sistema manifatturiero italiano dovrebbe sostenere un esborso aggiuntivo di 7 miliardi di euro l’anno rispetto al 2025. In questa ipotesi l’incidenza dei costi energetici sul totale dei costi di produzione salirebbe dal 4,9% al 5,9%.
Il quadro peggiora drasticamente nello scenario avverso di un conflitto della durata di dieci mesi. In tale circostanza, la bolletta energetica per l’industria italiana subirebbe un’impennata di 21 miliardi di euro in più su base annua.
L’incidenza dei costi dell’energia balzerebbe al 7,6%, un valore che metterebbe a rischio la sostenibilità dei margini operativi per ampi comparti della produzione nazionale.
Una pressione asimmetrica che rischia di penalizzare l’Italia più dei suoi partner europei, in particolare rispetto a Francia e Spagna, a causa del persistere di un differenziale di costo che incide sulla competitività internazionale del Made in Italy.
L’incognita dei dazi USA e l’impatto sull’export
La recente sentenza della Corte Suprema americana ha impresso una brusca accelerazione alle barriere commerciali, con l’introduzione di tariffe “erga omnes” del 10% che gravano pesantemente sulle rotte dell’export italiano.
Secondo l’analisi del Centro Studi Confindustria, un eventuale inasprimento delle aliquote fino al 15% spingerebbe la tariffa effettiva media sui prodotti Made in Italy in una forchetta compresa tra il 12,6% e il 15,3%.
L’asimmetria di questo shock è evidente nel confronto con le altre grandi economie dell’Unione Europea. In uno scenario di dazi al 15%, ben il 31% dei prodotti italiani subirebbe tariffe superiori ai precedenti accordi commerciali, mentre per Francia e Germania l’incidenza rimarrebbe molto più contenuta, coinvolgendo meno del 20% delle merci esportate.
Una pressione selettiva che mette a rischio un valore delle esportazioni superiore ai 16 miliardi di euro, colpendo direttamente la capacità dell’industria nazionale di presidiare uno dei suoi mercati di sbocco storicamente più rilevanti.

L’offensiva high-tech cinese e la vulnerabilità europea
Spostando lo sguardo verso Oriente, la sfida competitiva è alimentata da una trasformazione strutturale del modello produttivo di Pechino.
La Cina ha impresso una decisa accelerazione verso le produzioni ad alto valore tecnologico, portando la quota di export high-tech al 42% del proprio totale.
L’evoluzione non è dettata solo da un avanzamento qualitativo, ma è sostenuta da una massiccia sovraproduzione interna derivante da sussidi statali, che spinge le imprese cinesi a riversare i volumi in eccesso sui mercati internazionali a prezzi estremamente aggressivi.

Il sistema industriale dell’Eurozona si ritrova particolarmente vulnerabile a questa ondata di importazioni, che colpisce i settori pilastro della manifattura italiana come l’automotive e la meccanica strumentale.
In questi ambiti, i prodotti cinesi a basso costo non sfidano le imprese nazionali solo sul piano del prezzo, ma erodono quote di mercato fondamentali grazie a un posizionamento tecnologico sempre più avanzato.
Una dinamica che agisce come un secondo shock commerciale che, sommandosi alle restrizioni tariffarie americane, stringe l’industria italiana in una morsa asimmetrica capace di alterare profondamente le catene del valore globali.
Difesa e innovazione: il target NATO come acceleratore tecnologico
Mentre le barriere tariffarie e i costi energetici comprimono i margini industriali, la nuova strategia di investimenti nella difesa offre, secondo il rapporto, uno strumento per controbilanciare il rallentamento della manifattura civile.
Il nuovo obiettivo punta a portare gli stanziamenti dal 2% al 3,5% del PIL entro il 2035, con un ulteriore 1,5% destinato alla sicurezza civile. Secondo le simulazioni del Centro Studi Confindustria, il raggiungimento di questo target può generare un impatto positivo sul Prodotto Interno Lordo italiano compreso tra lo 0,9% e il 3,0% in dieci anni, a seconda delle modalità di impiego delle risorse.
Il valore massimo della crescita (+3,0%) si realizzerebbe nello scenario in cui l’aumento della spesa venisse concentrato su investimenti diretti e sulla produzione nazionale, limitando il ricorso alle importazioni di sistemi d’arma esteri.
“Il settore della difesa è un settore ad alta tecnologia con enormi ricadute e può essere un importante valore di crescita se noi sappiamo utilizzarlo, orientando i maggiori investimenti verso la produzione nazionale e contenendo le importazioni”, spiega Alessandro Fontana, Direttore del Centro Studi Confindustria.
La natura duale delle tecnologie sviluppate in questo ambito – dall’elettronica avanzata alla scienza dei materiali, fino alla cyber sicurezza – contribuirebbe a innalzare il livello tecnologico complessivo del sistema produttivo, offrendo uno sbocco innovativo a settori oggi sotto pressione.
Le ricadute occupazionali di questo incremento di spesa sono altrettanto significative. Lo scenario che privilegia la produzione interna porterebbe a un aumento cumulato dell’occupazione del 2,1% entro il 2035, coinvolgendo profili professionali ad alta qualificazione.
Un processo di rafforzamento industriale che permetterebbe inoltre di consolidare la presenza italiana nelle catene del valore europee della difesa, trasformando un obbligo di spesa in uno strumento di resilienza economica.
Il paradosso demografico e il nodo del capitale umano
La possibilità di attivare queste leve di sviluppo tecnologico si scontra tuttavia con una criticità strutturale che riguarda il capitale umano: l’Italia sta perdendo la sua risorsa più scarsa, i giovani.
Le proiezioni demografiche indicano che il Paese perderà 5 milioni di lavoratori entro il 2040, un declino che si intreccia con un paradosso occupazionale.
Nonostante la carenza di profili tecnici lamentata dalle imprese, i giovani italiani restano tra i meno occupati d’Europa, con tassi di inserimento lavorativo nella fascia 15-24 anni significativamente inferiori alla media dell’Eurozona.
A pesare sulla tenuta del sistema produttivo è soprattutto la fuga di talenti qualificati verso l’estero: tra il 2019 e il 2023, sono circa 190.000 i giovani che hanno lasciato l’Italia e, di questi, oltre la metà era in possesso di una laurea.
La ricerca di retribuzioni più competitive e di percorsi di carriera trasparenti oltreconfine priva l’industria nazionale delle competenze necessarie proprio nel momento della transizione verso l’AI e l’automazione.
Un fenomeno che alimenta un mismatch che rende difficile per le aziende trovare i profili necessari per gestire i nuovi processi produttivi.

Per invertire questa tendenza, l’analisi del Centro Studi Confindustria suggerisce di superare la logica degli sgravi contributivi temporanei a favore di una strategia strutturale.
“Sgravi e bonus sulle assunzioni agiscono prevalentemente sul lato del costo del lavoro per le imprese, ma incidono poco sulle determinanti strutturali della bassa occupabilità giovanile”, spiega Fontana.
“Serve quindi un cambio di paradigma: affiancare agli incentivi alla domanda di lavoro una strategia strutturale che intervenga sul sistema formativo, che anticipi l’ingresso dei giovani nel mercato, che sostenga i loro redditi e che potenzi i servizi di orientamento”, aggiunge.
Stabilità politica e costo del credito: il “Dividendo Italia”
Oltre ai fattori industriali e demografici, il Rapporto di previsione individua nella stabilità istituzionale una variabile economica determinante, capace di generare benefici tangibili per il sistema produttivo attraverso il canale finanziario.
La continuità nelle direttrici di politica economica e la gestione prudente dei conti pubblici hanno contribuito a rafforzare la fiducia degli investitori, traducendosi in quello che gli analisti definiscono il “dividendo Italia”.
Il clima di maggiore prevedibilità ha favorito una performance della Borsa italiana del +28,4% nel corso del 2025, facilitando l’accesso delle imprese al mercato dei capitali.
L’effetto più rilevante per il tessuto imprenditoriale riguarda tuttavia il calo del costo del credito. La riduzione del rischio Paese ha favorito una discesa dei tassi di interesse sui nuovi prestiti bancari alle imprese, passati dal picco del 5,79% di fine 2023 al 3,38% rilevato a settembre 2025.
Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, questa contrazione dei tassi genera un risparmio diretto sugli oneri finanziari delle imprese compreso tra 0,5 e 1,4 miliardi di euro annui. Si tratta di risorse sottratte al servizio del debito che possono essere riorientate verso gli investimenti in innovazione e tecnologia.
“La stabilità è un valore fondamentale per la pianificazione degli investimenti industriali a lungo termine”, ribadisce il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, commentando i dati del rapporto.
Il rapporto evidenzia che il mantenimento di un quadro istituzionale solido non solo riduce la spesa per interessi delle aziende, ma garantisce anche una traiettoria di calo dei rendimenti sui titoli di Stato.
Le proiezioni indicano che, a regime, una riduzione costante dello spread potrebbe generare risparmi per le casse pubbliche fino a 30 miliardi di euro annui, liberando spazi di manovra per politiche fiscali a sostegno della crescita e della competitività internazionale del Paese.
Evidenze che dimostrano quanto importante sia per la Banca Centrale Europea adottare una politica “più coraggiosa” in questo momento, come precisa il Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
“Non è l’inflazione che può crescere dello 0,5% che deve fermare una politica monetaria a sostegno dell’economia reale. Siamo un continente industriale, l’accesso al credito è fondamentale”, commenta.
L’appello di Orsini a una responsabilità condivisa e a preparare strategie di risposta alla crisi
Il dibattito intorno gli scenari presentati vede una contrapposizione tra il realismo di Confindustria – che si traduce in un appello a un’azione urgente – con il moderato ottimismo che emerge dalle parole di Tajani.
Secondo il Vicepremier, infatti, la resilienza dimostrata dall’economia italiana nonostante gli shock e le buone performance dell’export dimostrano come “la nave Italia si stia muovendo nella giusta direzione”, grazie ai progressi sulle diversificazione delle fonti energetiche – che scontano, tuttavia, decenni di immobilismo – e l’impegno messo in campo dal Governo per l’individuazione di nuovi partner commerciali.
“Ce la faremo nonostante tutto, nonostante i dazi, nonostante le guerre, nonostante il contesto internazionali, perché ce l’abbiamo sempre fatta”, sostiene il Ministro.
Più realista il Presidente di Confindustria secondo cui gli avvenimenti degli ultimi anni devono imporre alla politica nazionale ed europea l’urgenza di non aspettare il concretizzarsi dello scenario più funesto prima di agire.
La richiesta è quella di predisporre misure di salvaguardia già “pronte nel cassetto”, strumenti di intervento rapido da attivare qualora il conflitto dovesse scivolare verso le ipotesi più critiche di quattro o dieci mesi.
Orsini motiva questa urgenza evidenziando come l’industria italiana sia ormai “fuori scala di competizione” a causa dei costi energetici, specialmente nel confronto con i partner europei.
Mentre paesi come la Francia hanno imposto un tetto ai prezzi dell’energia a 70 euro/MWh e la Spagna beneficia di scelte energetiche strutturali che portano il prezzo medio a 40 euro, l’Italia rimane esposta alla volatilità dei mercati.
Per il Presidente di Confindustria, il rischio non è solo congiunturale ma strutturale. Sotto accusa finisce in particolare il meccanismo degli ETS, definito “un mercato speculativo” che ha compromesso la tenuta industriale favorendo un processo di deindustrializzazione.
Orsini rimarca come l’Italia non possa rispondere a questa crisi ricorrendo ad aiuti di Stato nazionali, data l’assenza della capacità fiscale di partner come la Germania, che ha potuto stanziare 21 miliardi di euro per l’energia. La proposta è dunque netta: è indispensabile il ricorso a Eurobond e debito pubblico europeo per evitare che il divario di competitività tra i Paesi membri diventi incolmabile, garantendo una risposta coesa che protegga l’intero mercato unico dalle asimmetrie dei costi energetici.











