Le dinamiche economiche del 2026 non dipendono più soltanto dai tassi di interesse o dall’inflazione, ma da una trasformazione profonda guidata da tre shock contemporanei: geopolitico, fiscale e tecnologico. L’ultimo report “Chief Economists’ Outlook” del World Economic Forum descrive un mondo in cui i governi sono costretti a cambiare radicalmente le proprie priorità. Le conclusioni nascono da un’indagine condotta tra 36 economisti di primo piano provenienti sia dal settore pubblico che da quello privato. Tra i partecipanti figurano esperti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, oltre ad analisti di gruppi come Google, Microsoft e Deutsche Bank.
Indice degli argomenti
I rischi finanziari e il dilemma del debito pubblico
La prima vulnerabilità che emerge dall’analisi riguarda la sostenibilità del sistema finanziario. Il debito pubblico globale ha raggiunto la cifra record di 102 trilioni di dollari e il 53% degli economisti intervistati prevede che le condizioni economiche generali peggiori nel corso dell’anno. In un sistema economico tradizionale un debito così alto porterebbe a tagli drastici della spesa pubblica. L’instabilità geopolitica impedisce però ai governi di seguire questa strada. Nelle economie avanzate il 97% degli esperti prevede un aumento della spesa per la difesa, mentre nei mercati emergenti questa quota si attesta al 74%.
Gli Stati insomma devono spendere di più proprio mentre hanno meno risorse a disposizione. Questa pressione sta già producendo un cambio nelle gerarchie di bilancio. I governi tendono a sacrificare la spesa per il sociale, l’istruzione e l’ambiente per finanziare la sicurezza nazionale e la modernizzazione tecnologica. Il rischio è che questa morsa finanziaria possa frenare lo sviluppo a lungo termine, lasciando poco spazio per gli investimenti necessari alla transizione ecologica.
L’intelligenza artificiale come motore di crescita (e il rischio bolla)
In questo scenario di bassa crescita l’intelligenza artificiale rappresenta per molti l’unica soluzione possibile per rilanciare la produttività. Dal report emerge come l’IA sia un fattore economico decisivo. Esiste però un legame diretto tra l’entusiasmo tecnologico e i rischi del mercato azionario. Gli esperti temono che l’attenzione quasi esclusiva verso le aziende tecnologiche americane abbia creato una bolla speculativa. Se questa bolla dovesse scoppiare, l’impatto sul resto dell’economia sarebbe pesantissimo: il 74% degli economisti ritiene che un crollo dei titoli legati all’IA negli Stati Uniti produrrebbe conseguenze negative in tutto il mondo.
Il successo dell’IA come motore economico dipende dalla capacità di tradurre gli investimenti in guadagni reali di produttività. Ma i tempi non saranno uguali per tutti. I settori dell’informatica, della finanza e dei servizi professionali vedranno i primi benefici entro i primi due anni. Al contrario settori come la manifattura, l’agricoltura e l’estrazione mineraria avranno bisogno di un periodo compreso tra i due e i cinque anni. Anche geograficamente il divario è netto: mentre Stati Uniti e Cina raccoglieranno i frutti della rivoluzione digitale quasi immediatamente, l’Europa rischia di dover attendere oltre tre anni per vedere risultati significativi.
Le nuove priorità di spesa e le infrastrutture digitali
La logica che unisce debito, difesa e tecnologia si riflette nelle scelte infrastrutturali. Oltre alla difesa, i governi stanno concentrando i propri fondi sulle infrastrutture digitali e sull’energia. Quest’ultima è diventata fondamentale per alimentare i data center necessari all’intelligenza artificiale, creando un nuovo legame tra politica industriale e approvvigianamento elettrico. Negli Stati Uniti la spesa per i centri dati potrebbe toccare i 225 miliardi di dollari annui, una cifra che spiega perché la tecnologia sia diventata un tema centrale della sicurezza nazionale.
Inoltre la necessità di sostenere questi carichi energetici sta spingendo gli investimenti verso nuove reti di distribuzione. Tuttavia la concentrazione di capitali in questi settori lascia scoperte altre aree della manutenzione pubblica. Il report evidenzia come la spesa per i trasporti e le infrastrutture civili tradizionali sia destinata a rimanere invariata o a diminuire nel 35% dei casi nelle economie avanzate. La trasformazione digitale insomma non è solo una questione di software, ma richiede una ristrutturazione massiccia delle risorse fisiche di ogni nazione.
Il mercato del lavoro tra automazione e nuove opportunità
Il futuro del lavoro risente direttamente di questa accelerazione tecnologica, ma con prospettive che cambiano drasticamente in base all’orizzonte temporale. Nel breve termine il 72% degli economisti si aspetta una riduzione dei livelli occupazionali globali. Di questi, il 66% prevede perdite modeste e il 6% perdite significative. Il fenomeno colpisce già i ruoli entry-level e i neolaureati, specialmente nei servizi professionali e nel tech, dove l’intelligenza artificiale inizia a sostituire compiti analitici e di scrittura di base. Al momento la tecnologia sembra modificare le mansioni interne ai singoli impieghi piuttosto che eliminare intere professioni, ma la pressione sui salari dei profili meno specializzati resta alta.
In una prospettiva a dieci anni lo scenario diventa invece più incerto e polarizzato. Se il 57% degli esperti continua a prevedere una contrazione dei posti di lavoro, la quota di chi ipotizza una crescita occupazionale sale al 32%. Questa fiducia nasce dalla convinzione che l’intelligenza artificiale creerà occupazioni e mercati che oggi non hanno equivalenti. La sfida per i governi sarà gestire questa transizione nei prossimi ventiquattro mesi investendo massicciamente nella riqualificazione. La capacità di bilanciare il debito record con il finanziamento di queste nuove competenze deciderà quali nazioni guideranno l’economia globale nel prossimo decennio.

















