Per il quarto anno consecutivo il prodotto interno lordo del Mezzogiorno è cresciuto più di quello del Centro-Nord. Lo certificano i numeri contenuti nell’ultimo report dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno: nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è salito dello 0,7% contro lo 0,5% del Centro-Nord. Un periodo così esteso – quattro anni – in cui il Sud cresce più del resto del Paese non si verificava nelle serie statistiche dai tempi del boom economico del dopoguerra, quando però la crescita nazionale procedeva a ritmi molto più sostenuti.
Va sottolineato che il dato dello 0,7% di crescita complessiva delle regioni meridionali, seppur positivo, è comunque in rallentamento rispetto ai numeri registrati nel 2024, quando il Mezzogiorno aveva fatto segnare un incremento dell’1%.
A crescere di più nel 2025 è stato il Centro (+1%) mentre il fanalino di coda è l’area del Nord Ovest, che ha fatto registrare una crescita di appena lo 0,3%.
Particolarmente interessante il confronto che prende in considerazione gli ultimi 4 anni, dal 2022 al 2025 (ultima colonna della tabella riportata di seguito), da cui emerge come la crescita cumulata del Sud nel quadriennio sia significativamente superiore a quella registrata dalle altre macroregioni (soprattutto quelle del Nord). Segno, questo, che la strada per ridurre il gap è stata intrapresa. Ma, come vedremo, è ancora lunga da percorrere.

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Le regioni che crescono di più: il boom di Lazio e Abruzzo e la crisi di Piemonte e Veneto
Nel 2025 la crescita è risultata modesta in entrambe le circoscrizioni del Nord, con il Nord-Ovest fermo a +0,3% e il Nord-Est a +0,4%, mentre il Centro ha recuperato terreno con un +1,0%, trainato dal risultato del Lazio (+2,0%, sostenuto da industria e costruzioni).
A impattare negativamente sulle performance delle macroregiorni settentrionali sono i numeri di Piemonte e Veneto, in calo rispettivamente dello 0,4% e dello 0,7%.
Tra le regioni del Sud spicca il dato dell’Abruzzo, che ha chiuso l’anno a +1,9% grazie a una crescita dell’industria dell’1,3% e a una forte accelerazione delle costruzioni, salite del 21,9%. Segue la Sardegna con un +1,1%, sospinta dal buon andamento dell’industria (+3,4%).
Da sottolineare in particolare il risultato della Campania, che con un +0,9% si colloca sopra la media nazionale e dell’area, con una crescita distribuita in modo omogeneo tra i principali settori, e quello della Calabria, che a +0,8% supera la media dell’area dopo anni di posizioni di retroguardia.
Per il Centro-Nord merita una menzione l’Emilia-Romagna, che con un +1,7% realizza la performance migliore tra le regioni settentrionali. L’unica regione meridionale in territorio negativo è il Molise, con un -1,1% a cui hanno contribuito quasi tutti i comparti produttivi regionali.
| Area / Regione | Agricoltura | Industria | Costruzioni | Servizi | Pil 2025 |
|---|---|---|---|---|---|
| Mezzogiorno | 1,0 | 1,2 | -0,1 | 0,5 | 0,7 |
| Abruzzo | 7,1 | 1,3 | 21,9 | -0,6 | 1,9 |
| Molise | 0,8 | -2,0 | -4,3 | -0,8 | -1,1 |
| Campania | 1,4 | 3,3 | 1,5 | 0,2 | 0,9 |
| Puglia | 0,1 | -1,7 | -11,3 | 1,3 | 0,2 |
| Basilicata | -0,6 | 2,9 | 1,4 | -0,7 | 0,4 |
| Calabria | 2,9 | 4,5 | 2,6 | -0,1 | 0,8 |
| Sicilia | -1,4 | -1,0 | -2,6 | 1,0 | 0,6 |
| Sardegna | 1,5 | 3,4 | 1,0 | 0,6 | 1,1 |
| Centro-Nord | -0,9 | 0,1 | 3,4 | 0,2 | 0,5 |
| Nord-Ovest | -0,8 | -0,3 | 4,3 | 0,0 | 0,3 |
| Piemonte | -1,4 | -4,4 | 2,2 | 0,7 | -0,4 |
| Valle d’Aosta | 13,1 | 5,6 | -1,6 | -0,7 | 0,6 |
| Lombardia | -1,2 | 0,8 | 4,6 | -0,3 | 0,3 |
| Liguria | 3,0 | 2,6 | 9,4 | 0,5 | 1,6 |
| Nord-Est | -1,6 | -0,2 | 0,6 | 0,4 | 0,4 |
| Trentino-Alto Adige | -1,5 | -1,0 | -0,6 | -0,1 | -0,2 |
| Veneto | 3,2 | -0,5 | -1,6 | -1,0 | -0,7 |
| Friuli-Venezia Giulia | -3,8 | 4,4 | -13,5 | -0,7 | 0,0 |
| Emilia-Romagna | -6,0 | -0,7 | 7,5 | 2,4 | 1,7 |
| Centro | 0,2 | 1,8 | 5,1 | 0,4 | 1,0 |
| Toscana | -1,7 | -0,7 | 3,0 | -1,0 | -0,6 |
| Umbria | 1,3 | 2,9 | 11,5 | -2,3 | -0,2 |
| Marche | 10,0 | 1,5 | 0,8 | 0,2 | 0,9 |
| Lazio | -0,9 | 4,4 | 6,7 | 1,3 | 2,0 |
| Italia | -0,1 | 0,3 | 2,4 | 0,3 | 0,5 |
Valore aggiunto per settore e Pil per regione, variazione % 2025 su 2024 a prezzi costanti – fonte: stime Svimez.
Per quanto riguarda le regioni settentrionali pesa la debolezza dell’export, diventata la principale variabile a determinare il tono della congiuntura in un contesto di salari strutturalmente contenuti.
Il fenomeno è particolarmente evidente in Lombardia e Veneto, entrambe con una propensione all’export superiore al 30%, dove le vendite all’estero hanno segnato rispettivamente un +1,8% e un -0,2%. Nel Nord-Est risultano negative anche le variazioni di Trentino Alto Adige (-0,2%) e Veneto (-0,7%), a fronte del buon risultato dell’Emilia-Romagna.
Nel Nord-Ovest, come accennato, l’unica Regione in territorio negativo è il Piemonte, con un -0,4%.
Investimenti pubblici motore della crescita meridionale
A spiegare il differenziale di crescita a favore del Sud è soprattutto la dinamica degli investimenti in costruzioni, che secondo i dati del report Svimez nel periodo 2022-2025 sono saliti del 48,6% nel Mezzogiorno contro il 34,3% del Centro-Nord. Una crescita che ha più che compensato il crollo del decennio precedente, quando tra il 2008 e il 2019 gli investimenti in costruzioni erano calati del 36,9% al Sud e del 18,6% al Centro-Nord.
Il ruolo determinante spetta alla spesa in opere pubbliche, che nel triennio 2022-2025 è quasi raddoppiata in entrambe le aree del Paese: +88,3% al Sud e +87,8% al Centro-Nord. A livello nazionale gli investimenti fissi lordi sono cresciuti nel 2025 del 3,5%, risultando la componente di gran lunga più dinamica della domanda, a fronte di un +0,7% delle esportazioni e di un +0,9% dei consumi finali. Il quadro riflette una tendenza consolidatasi dal 2021, quando prima il superbonus e poi il Pnrr hanno sostenuto in maniera marcata le diverse componenti della spesa in investimenti.
Sul piano regionale gli incrementi più rilevanti negli investimenti in opere pubbliche si registrano in Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Lazio, Toscana, Puglia e Calabria, con una crescita 2022-2025 superiore al 60% in tutte le regioni a eccezione del Trentino Alto Adige e dell’Abruzzo, dove a trainare è stata soprattutto la componente privata.
Occupazione in crescita, ma resta il nodo della precarietà
Nel 2025, rileva l’analisi dello Svimez, l’occupazione nazionale ha continuato a crescere, anche se con un ritmo meno sostenuto rispetto al triennio precedente: gli occupati sono saliti a 24 milioni 117mila, 185mila in più rispetto al 2024, pari a un +0,8%. L’incremento riguarda esclusivamente la fascia over 50 (+4,2%), mentre cala l’occupazione tra gli under 35 (-2,0%) e nella fascia 35-49 anni (-1,3%), un andamento che riflette soprattutto l’allungamento della vita lavorativa determinato dalle riforme pensionistiche più che un aumento delle nuove assunzioni.
Per il quinto anno consecutivo il Mezzogiorno registra una crescita occupazionale superiore al Centro-Nord, con un +1,4% contro il +0,6%. Tra le regioni meridionali si distinguono Calabria (+3,8%), Campania (+2,6%) e Basilicata (+1,6%), mentre nel Centro-Nord le performance migliori si osservano in Liguria (+2,7%) ed Emilia-Romagna (+2,0%). Particolarmente sostenuta nel Sud la crescita dell’occupazione femminile, salita dell’1,9% contro l’1,0% di quella maschile.
I contratti a tempo indeterminato continuano a crescere, con un +2,4% nel Mezzogiorno e un +1,7% nel Centro-Nord, mentre calano quelli a termine, soprattutto al Centro-Nord (-10,2% contro -3,6% al Sud). Il rapporto Svimez invita però a interpretare questi dati con cautela: l’aumento dell’occupazione stabile non deriva da una maggiore capacità del mercato di trasformare i contratti temporanei in permanenti, ma riflette in larga misura la crescente permanenza dei lavoratori più anziani in posizioni già stabilizzate. La quota di non occupati che riesce a trovare lavoro è scesa dal 12,3% del biennio 2021-2022 al 5,9% del 2024-2025, e oltre due terzi di chi ha trovato un’occupazione nell’ultimo anno è entrato con un contratto vulnerabile, a termine o in part-time involontario.
Resta inoltre ampio il divario salariale tra Nord e Sud. Nel 2023 i lavoratori standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, del Nord hanno percepito una retribuzione mediana annua di circa 5.000 euro superiore a quella dei lavoratori del Mezzogiorno, con 30.000 euro al Nord contro 25.000 euro al Sud. Per i lavoratori vulnerabili il divario si allarga ulteriormente: nelle regioni meridionali la retribuzione mediana non supera i 6.000 euro annui, e quasi la metà delle giornate lavorative, 48 su base annua, risulta priva di copertura contrattuale.
Sul fronte del potere d’acquisto, nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 3,1%, a un ritmo superiore all’inflazione, ferma all’1,7%. Il miglioramento è riconducibile solo in parte agli aumenti salariali: vi ha contribuito anche la riduzione dell’incidenza del lavoro a tempo parziale, scesa al 15,5% degli occupati.
Il confronto con l’Europa: Pil e salari
A livello nazionale il Pil italiano è cresciuto dello 0,5% nel 2025, in calo rispetto al +0,8% dell’anno precedente, e per il secondo anno consecutivo sotto la media dell’Ue a 27, ferma all’1,5%.
Il confronto con le altre economie europee resta disomogeneo: la Spagna prosegue una fase di espansione significativa con un +2,8%, la Francia si muove su un sentiero di crescita moderata (+0,8%), mentre la Germania resta sostanzialmente stazionaria con un +0,2%, dopo la recessione registrata nel biennio precedente. Dopo un triennio, dal 2021 al 2023, di sviluppo relativamente più intenso, nell’ultimo biennio l’Italia è tornata su un sentiero di crescita basso, non molto diverso, per intensità, dai modesti incrementi osservati nei primi due decenni del nuovo millennio.
Il ritardo italiano emerge con ancora più chiarezza sul fronte del potere d’acquisto. Tra il 2021 e il 2025 le retribuzioni reali si sono ridotte di circa il 4% in Italia, contro il 2% della Grecia, mentre la Francia ha sostanzialmente recuperato le perdite e Germania e Spagna hanno registrato incrementi reali rispettivamente dell’1,0% e dell’1,6%.
Alla base del divario c’è soprattutto la più contenuta crescita delle retribuzioni nominali: nel quinquennio 2021-2025 i salari italiani sono aumentati in media del 3,2% l’anno, contro il 4,0% della Francia, il 4,7% della Spagna e il 5,0% della Germania. Il divario pesa di più al Sud, dove la perdita di potere d’acquisto nel periodo raggiunge il 4,3%, contro il 3,6% del Centro-Nord: un segnale che la ripresa salariale, pur verificatasi solo di recente, fatica a distribuirsi in modo uniforme sul territorio, amplificando differenze già marcate nella struttura retributiva di partenza.
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