Conviene tassare i robot per difendere posti di lavoro e salari? Henrik Kleven e Owen Zidar, ricercatori della Princeton University specializzati in finanza pubblica e tassazione ottimale, sono convnti che una tassa sui robot, invocata a più riprese da Bill Gates e discussa da anni al Parlamento europeo, non sarebbe la risposta giusta al rischio di sostituzione dei lavoratori con macchine e algoritmi. In un nuovo studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research i due economisti propongono però una via alternativa e – secondo loro – più efficace: alzare i sussidi ai redditi da lavoro più bassi fino al 77% e di tassare i redditi da capitale fino quasi al 50%, rendendo il sistema fiscale molto più progressivo.
Lo studio, intitolato “Automation and Optimal Taxation: A Task-Based Theory”, costruisce un modello in cui lavoratori e macchine competono direttamente per gli stessi compiti produttivi, e ne calcola le implicazioni per il sistema fiscale. La conclusione centrale è che non serve colpire le macchine con un’imposta dedicata: conviene invece ridisegnare le aliquote su lavoro e capitale.
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Un modello in cui lavoratori e macchine si contendono lo stesso compito
Nel modello utilizzato da Kleven e Zidar i lavori sono ordinati per livello di competenza richiesta. Dalla base di questa scala fino a una determinata soglia i compiti possono essere svolti indifferentemente da un lavoratore o da una macchina: sono “compiti automatizzabili” per i quali il salario dipende dal costo del capitale necessario per sostituire quel lavoratore. Sopra quella soglia, invece, il lavoro non è automatizzabile e i compiti restano quindi appannaggio esclusivo delle persone. In questi casi il salario si forma come in un mercato del lavoro tradizionale, senza concorrenza diretta delle macchine.
Tornando alla fascia dei dipendenti a rischio, gli economisti traggono poi anche le necessarie conseguenze sugli aspetti salariali: più le macchine diventano economiche (se si abbassano i prezzi) o produttive (se migliora la tecnologia), più si abbasserà il salario al quale avrà senso tenere i lavoratori esposti alla concorrenza dell’automazione, anche quando restano occupati.
Il ceto medio, non i lavori più poveri, nel mirino dell’automazione
Calibrando il modello sulla distribuzione dei salari e sull’esposizione all’automazione negli Stati Uniti gli autori rilevano che l’intensità più alta di sostituzione uomo-macchina non si trova in corrispondenza dei livelli salariali più bassi, ma intorno al 41° percentile della distribuzione: lì la quota di produzione affidata alle macchine tocca circa il 56%. Nei mestieri più “poveri”, al contrario, il modello prevede poca o nessuna automazione, perché si tratta di occupazioni già a basso costo che rende poco conveniente l’investimento in macchine.
Il risultato conferma insomma un’ipotesi già circolata a proposito dell’intelligenza artificiale: a essere più esposto non è il lavoro meno qualificato, ma il ceto medio-basso, quello impiegatizio e delle mansioni ripetitive di competenza intermedia.
Più sussidi ai redditi bassi, più tasse su quelli alti
Da questa mappa dei rischi Kleven e Zidar ricavano una proposta di politica fiscale.
Il modello riassume l’effetto di tasse e sussidi su chi lavora in un solo numero per ogni livello di reddito, la cosiddetta aliquota di partecipazione: se è positiva lo Stato tassa il lavoro, se è negativa lo Stato lo sussidia. È lo stesso principio dietro all’Earned Income Tax Credit americano, il credito d’imposta che integra i redditi da lavoro più bassi.
Sotto la soglia di automazione quell’aliquota è negativa, cioè è un sussidio, e nel calcolo degli autori può arrivare fino al 77% della retribuzione per i salari più bassi. Nel modello di riferimento usato per il confronto, costruito sulle stesse ipotesi ma senza automazione, il sussidio massimo si ferma al 36% e riguarda solo il 7% più povero della distribuzione salariale, contro circa un quarto dei lavoratori nel modello con automazione.
Sopra la soglia di automazione, nella metà più protetta della distribuzione salariale, la stessa aliquota diventa invece positiva: qui lo Stato tassa davvero il lavoro, con aliquote che salgono dal 38% al 47% man mano che si sale di reddito, sempre più alte di quelle del modello senza automazione.
La ragione sta nei conti che tengono in equilibrio il sistema di redistribuzione: l’automazione abbassa i salari sotto la soglia e li rende più bisognosi di sostegno, quindi il sussidio in quella fascia si allarga; per finanziarlo, a parità di gettito complessivo, le tasse sopra la soglia devono salire. Il risultato finale è un sistema complessivamente molto più progressivo (più generoso in basso, più esigente in alto) rispetto allo scenario senza automazione.
Perché tassare i robot non convince gli economisti
L’idea di una tassa sui robot torna periodicamente nel dibattito pubblico. Bill Gates l’ha rilanciata più volte, da ultimo proponendo di tassare AI e robot al posto del lavoro e di riservare alcune professioni esclusivamente agli esseri umani. Se ne discute da anni anche al Parlamento europeo, mentre la Corea del Sud sta pensando concretamente a una tassa per la transizione all’AI.
La letteratura accademica sul tema, però, non è mai stata generosa con questa proposta. Gli studi più citati calcolano aliquote ottimali sui robot modeste o addirittura nulle a regime: la stima più nota, quella degli economisti del MIT Arnaud Costinot e Iván Werning, si ferma a circa il 4%.
Anche Kleven e Zidar arrivano alla conclusione che la tassa sui robot non serva, ma lo fanno per una ragione diversa: se lo Stato può già tassare in modo specifico ogni livello salariale e i redditi da capitale, allora non ha bisogno di colpire una tecnologia in particolare per ottenere la redistribuzione che desidera. È il principio di efficienza produttiva formulato nel 1971 dagli economisti Peter Diamond e James Mirrlees: tassare direttamente i redditi e non gli strumenti con cui vengono prodotti.
Non a caso nel modello di Kleven e Zidar l’aliquota ottimale sui redditi da capitale, non sui robot in quanto tali ma sul capitale nel suo complesso, può arrivare fino al 50%, molto più alta di qualsiasi proposta di tassa sui robot discussa finora. Quell’aliquota, sottolineano gli autori, non dipende da quanto le macchine sostituiscono i lavoratori: dipende solo da quanto i capitalisti reagirebbero a un aumento delle imposte, cioè da quanto capitale sarebbero disposti a ritirare dal mercato.
Il modello, come ogni esercizio di questo tipo, semplifica la realtà: assume che i lavoratori restino nella propria occupazione senza possibilità di riqualificarsi, ed è calibrato sui dati statunitensi. Gli stessi autori indicano però che l’intuizione di fondo, tassare i redditi e non le macchine, reggerebbe anche in un modello con più mobilità tra mestieri. Per il dibattito europeo e italiano su incentivi alla robotica e AI-based Robotics Act, è un argomento in più per chi sostiene che la partita si giochi sul fisco più che sulla tecnologia.








