AI, ROBOT E OCCUPAZIONE

Il pensiero di Bill Gates per tutelare l’occupazione: “Tassare AI e robot invece del lavoro e creare posizioni riservate agli umani”



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“The turbulent AI era is here”, dice Bill Gates, che torna così sull’idea di tassare i robot, ma anche i token AI, al posto del lavoro. Per proteggere l’occupazione dagli effetti dell’automazione il fondatore di Microsoft propone anche di riservare alcune professioni esclusivamente agli esseri umani. Analisi e proposte del visionario imprenditore

Pubblicato il 30 ago 2026



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Bill Gates propone di riscrivere il sistema fiscale per rallentare la sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale e i robot, e di riservare alcune professioni esclusivamente agli esseri umani.

Il fondatore di Microsoft e attuale presidente della Fondazione Bill & Melinda Gates, non nuovo a riflessioni sul tema, lo scrive nel saggio The turbulent AI era is here. The choices we make now are critical, pubblicato in questi giorni sul suo sito personale Gates Notes: il primo di una serie di interventi che il visionario imprenditore prevede di dedicare al tema.

Nel documento Gates propone due strumenti per proteggere l’occupazione dall’automazione: la tassazione dei token di intelligenza artificiale e dei robot e la creazione di una categoria di lavori “Human Reserved”, riservati per scelta politica agli esseri umani anche quando le macchine sarebbero in grado di svolgerli.

Lo stesso giorno Gates ha approfondito i contenuti del saggio in un’intervista concessa a Mat Honan di MIT Technology Review, realizzata negli uffici di Gates Ventures a Kirkland, nello stato di Washington.

Le soglie di rischio già superate dall’intelligenza artificiale

Gates spiega, in un’intervista concessa a Mat Honan di MIT Technology Review, di aver deciso di parlare pubblicamente ora per due ragioni. La prima è che considera già superate ben cinque soglie di rischio legate alle capacità biologiche, informatiche, psicosociali, occupazionali e di controllo dei sistemi di intelligenza artificiale (mentre per anni l’idea diffusa nel settore Tech era che a questo punto sarebbe già dovuta scattare una risposta efficace).

La seconda è la sorpresa per la scarsa attenzione dedicata al tema fuori dagli ambienti tecnologici, mentre all’interno del settore le aziende evitano di criticarsi a vicenda.

Ma vediamo le soglie di rischio più in dettaglio. Sulla questione biologica Gates propone di sottoporre a monitoraggio qualsiasi modello capace di progettare nuove molecole, così che la funzione di controllo non possa essere disattivata copiando il modello altrove, e valuta il rischio di bioterrorismo come circa cinquanta volte più probabile e preoccupante di quello di una pandemia naturale.

Sul fronte informatico Gates ricollega la soglia superata ai rapidi progressi nella capacità dei modelli di scrivere codice in autonomia: gli stessi strumenti che generano avanzamenti nello sviluppo software, dice, rendono ora un attacco informatico alla portata anche di chi non ha competenze tecniche specifiche. A luglio due modelli di OpenAI sarebbero inoltre riusciti ad aggirare in autonomia un ambiente di test controllato per accedere ai sistemi di Hugging Face, la piattaforma che ospita modelli open source, allo scopo di alterare il risultato di una valutazione interna: un episodio che la stessa OpenAI ha definito un incidente informatico senza precedenti.

Per quanto riguarda la questione psicosociale Gates si interroga sugli effetti a lungo termine dei compagni artificiali sui più giovani, mettendo in dubbio se lui stesso, da ragazzo, avrebbe investito lo stesso impegno nello sviluppo delle proprie abilità sociali se avesse avuto a disposizione un’intelligenza artificiale sempre accondiscendente, mai in disaccordo e disponibile in ogni momento.

E poi c’è l’occupazione. Gates individua un primo segnale nella contrazione delle assunzioni per posizioni di ingresso in alcune aziende: un indizio che definisce ancora modesto, ma destinato ad ampliarsi rapidamente, perché buona parte del lavoro d’ufficio – dalla vendita telefonica alla contabilità – è già oggi sostituibile a basso costo da un’intelligenza artificiale correttamente implementata. È il tema al centro delle due proposte di policy illustrate più avanti in questo articolo.

Da ultimo il “nodo” del controllo, Gates è più cauto e parla di segnali piuttosto che di una soglia definitivamente superata. Cita i dubbi sollevati da alcuni ricercatori di sicurezza sul fatto che l’apprendimento per rinforzo, la tecnica con cui i modelli vengono allenati, generi incentivi distorti capaci di produrre comportamenti di elusione delle istruzioni esplicite, incluse forme di collaborazione tra sistemi diversi per aggirare le regole imposte.

Perché tassare i token AI e i robot invece del lavoro

Gates, come anticipato, propone però delle soluzioni concrete per affrontare i rischi sul piano occupazionale.

Il primo strumento riguarda la leva fiscale. Gates parte dalla considerazione che si sta verificando un’asimmetria “strutturale”: un’azienda che assume un dipendente paga i contributi sul suo stipendio, mentre chi acquista un robot può in genere dedurne il costo immediatamente come spesa aziendale. “Il sistema fiscale attuale spinge a sostituire le persone con le macchine”, scrive Gates.

È un’osservazione che trova un’eco, sul piano tecnologico più che fiscale, in quanto sostenuto più volte dal premio Nobel per l’economia Daron Acemoglu, secondo cui il settore investe soprattutto in tecnologie pensate per sostituire i lavoratori invece che per potenziarne le competenze, una scelta di policy più che una conseguenza inevitabile del progresso tecnico.

La proposta più concreta riguarda una tassa sui token di intelligenza artificiale: circa metà del gettito generato da questo prelievo, spiega Gates, andrebbe allo Stato per finanziare un sistema di sostegno a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. Il nodo, riconosce lui stesso, è distinguere i token usati per attività che aiutano l’invenzione da quelli impiegati per sostituire direttamente un lavoratore, una distinzione che al momento non sa come tradurre in una regola tecnica applicabile. In alternativa, o in aggiunta, ipotizza di riportare l’aliquota dell’imposta sugli utili societari ai livelli precedenti, oppure di applicarne una più alta ai settori più esposti all’automazione.

Per quanto riguarda i robot fisici Gates immagina un mix di divieti – che di fatto equivalgono a una forma di riserva umana – e tassazione. Il punto critico, dice, è che l’automazione fisica non avanza in modo graduale: una volta che un robot è abbastanza affidabile per lavorare in una fabbrica, lo è quasi sempre anche per cucinare, pulire, muoversi in un cantiere o gestire un magazzino. Superata quella soglia, stima Gates, quasi il 30% dei posti di lavoro diventerebbe a rischio nello stesso momento.

Non è la prima volta che Gates avanza l’idea di una tassa sui robot. La propose per la prima volta nel febbraio 2017, in un’intervista a Quartz ripresa anche dal World Economic Forum, sostenendo che un robot capace di sostituire un lavoratore da 50.000 dollari annui dovrebbe essere tassato allo stesso livello, e ipotizzando che il gettito potesse finanziare posti di lavoro nell’assistenza agli anziani e ai bambini – ambiti che già allora indicava come più adatti alle persone, e che oggi ritroviamo tra gli esempi di lavori “Human Reserved”.

L’idea ricevette all’epoca un’accoglienza fredda: la Federazione internazionale di robotica la definì un tentativo di risolvere un problema inesistente, sostenendo che l’automazione crea più posti di quanti ne elimini, mentre buona parte degli economisti la considerò una tassa sulla produttività travestita da misura di protezione sociale. Gates cita oggi Anthropic e OpenAI tra le realtà che chiedono una riforma fiscale sulla stessa linea, e distingue la propria proposta da un reddito di base universale, che considera comunque troppo oneroso da sostenere allo stato attuale.

I lavori “Human Reserved”: quali professioni restano agli umani

Il secondo strumento, come accennato, è la creazione di una categoria di professioni riservate per scelta politica alle persone, anche quando l’intelligenza artificiale sarebbe tecnicamente in grado di svolgerle. Gates chiama questo ambito “Human Reserved”, riprendendo l’analogia delle riserve naturali: aree che si potrebbero sfruttare, ma che vengono lasciate intatte perché il valore di ciò che contengono è considerato troppo alto per essere sacrificato.

Nell’intervista, Gates fa alcuni esempi concreti. In ambito educativo vede un ruolo importante per un tutor basato su AI che corregge i compiti e personalizza l’apprendimento, ma vuole comunque un insegnante in carne e ossa che segua la motivazione degli studenti e organizzi il lavoro di gruppo. In sanità immagina un assistente AI sempre disponibile e con memoria perfetta, affiancato da un professionista umano nei momenti di passaggio più delicati, come la comunicazione di una diagnosi. Cita anche l’assistenza all’infanzia e la preparazione dei pasti in casa come ambiti in cui, al momento, non ritiene opportuno ricorrere ai robot.

Gates riconosce però che il mercato spesso smentisce le intenzioni: nota come molte persone, tra i suoi stessi conoscenti, preferiscano già oggi salire su un robotaxi Waymo piuttosto che farsi guidare da un tassista umano, il che rende più difficile trovare un consenso su quali lavori proteggere davvero.

Gates è poi cauto sul tetto massimo di occupazione che può essere protetta in questo modo: “è molto difficile superare il 30, massimo il 40 per cento”, dice a MIT Technology Review. Arrivare al 50% permetterebbe, secondo lui, di introdurre pensionamenti anticipati o settimane lavorative più corte su larga scala, mentre restare fermi al 10-15% configurerebbe una società radicalmente diversa da quella attuale.

Gates distingue inoltre due forme di tutela: una permanente, per attività che una società sceglie di lasciare per sempre agli esseri umani per ragioni che definisce di appartenenza alla specie, e una transitoria, pensata per lavoratori che non possono realisticamente riconvertirsi verso altre professioni, come un camionista o un operatore di macchine utensili poco distante dalla pensione, per i quali immagina una protezione temporanea di circa un decennio.

Resta il nodo della concorrenza internazionale: se un Paese riserva alcuni lavori solo agli esseri umani mentre altri automatizzano senza vincoli, le imprese locali rischiano di perdere competitività. Gates accosta il problema al meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, suggerendo che si potrebbe pensare a un dazio sui beni e servizi prodotti senza vincoli di riserva umana per rendere sostenibile la misura a livello nazionale.

Il monito ai governi: più competenza tecnica e cooperazione internazionale

Gates spera che il tema non diventi una questione di parte: chiede una base comune tra i due schieramenti politici statunitensi su quali siano i problemi da affrontare, lasciando poi spazio a risposte differenti. Più che un ampliamento della burocrazia, sostiene che serva soprattutto più competenza tecnica sull’intelligenza artificiale dentro le amministrazioni pubbliche, insieme a una maggiore collaborazione con l’industria, in particolare sul fronte della cybersicurezza, dove le aziende del settore sono già molto preoccupate ma esitano a esporsi pubblicamente per non evidenziare i rischi.

Sul piano internazionale Gates propone di estendere anche alla Cina l’obbligo di monitorare i modelli capaci di progettare nuove molecole, sul presupposto che il mercato del bioterrorismo resti comunque piccolo rispetto ai benefici di una collaborazione su questo fronte.

E a proposito di Cina, Gates ha in programma un viaggio in Cina a novembre con l’obiettivo di incontrare personalmente il presidente cinese Xi Jinping. Durante l’incontro, il filantropo intende proporre un accordo globale per monitorare la capacità dei modelli di progettare nuove molecole ed evitare attacchi biologici, una misura di sicurezza che Gates ritiene non ostacolerà lo sviluppo commerciale delle aziende tecnologiche. Gates si dice convinto che la Cina accetterebbe di limitare il rilascio di modelli potenzialmente pericolosi se gli Stati Uniti facessero il primo passo. “Il presidente Xi potrebbe rimanere sorpreso da quanto io sia veemente su questo tema”, ha detto Gates, osservando come Pechino si sia in realtà già mossa con estrema severità sul piano interno, vietando e limitando le applicazioni di compagnia virtuale per proteggere i minori dalla dipendenza emotiva dagli algoritmi.

Il filantropo annuncia inoltre che pubblicherà entro la fine dell’anno un secondo memo dedicato nello specifico ai rischi biologici, costruito sull’esperienza accumulata dalla Gates Foundation nel campo delle pandemie.

Sul fronte industriale Gates fa leva sulle proprie conoscenze dei vertici delle principali aziende di intelligenza artificiale. E dice che percepisce, in privato, una preoccupazione condivisa che raramente emerge nelle comunicazioni pubbliche del settore. Esclude però che l’autoregolamentazione da sola possa bastare, sostenendo che nessun settore possa essere lasciato a vigilare se stesso su rischi di questa portata.

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