Quanto sono utili, concretamente, i Competence Center alle imprese che li utilizzano? Per provare a rispondere a questa domanda non basta guardare ai pur importantissimi dati quantitativi come volumi di attività o risorse movimentate. I numeri aggregati, che abbiamo già raccontato nell’articolo I Competence Center alla prova dei numeri: nel periodo PNRR abilitati 320 milioni di investimenti, restituiscono certamente la dimensione dell’intervento: circa 180 milioni di euro di aiuti concessi hanno contribuito ad attivare progetti e servizi per 320 milioni, con un effetto leva pari a 1,8. A questi si aggiungono circa 4.700 servizi, 733 imprese beneficiarie dei bandi per ricerca e innovazione, 1.460 percorsi di formazione e oltre 57.000 persone formate.
Questi dati dicono soprattutto quanto hanno fatto gli otto Centri. Ma analizzando più in dettaglio la ricerca presentata il 28 settembre al Ministero da Eleonora Di Maria, docente dell’Università di Padova e presidente del Consiglio di Gestione di Smact, e Andrea Filippetti, dirigente di ricerca del CNR, si può rispondere anche a una domanda più complessa: che cosa succede alle imprese quando entrano in relazione con un Competence Center?
La ricerca combina i dati gestionali dei Centri relativi al periodo 2023-2025 con circa 1.200 questionari rivolti alle imprese beneficiarie, riferiti all’esperienza maturata tra il 2018 e il 2026, e con una serie di interviste qualitative. Quattro le aree analizzate: consapevolezza digitale, trasferimento tecnologico, sviluppo delle competenze ed ecosistema dell’innovazione.
Il quadro che emerge aiuta a capire perché il ruolo dei Competence Center non possa essere letto soltanto attraverso la quantità di contributi erogati.
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Le imprese cercano soprattutto competenze e know-how
Il primo elemento interessante riguarda le ragioni che spingono un’azienda a rivolgersi a un Competence Center.
L’accesso a competenze specialistiche e know-how è indicato dal 39,9% delle imprese intervistate, praticamente allo stesso livello dello sviluppo tecnologico e dell’innovazione di prodotto (39,6%) e dell’innovazione di processo (38,8%). Seguono lo sviluppo delle competenze interne, indicato dal 31,8%, e solo successivamente l’accesso prioritario a finanziamenti agevolati, al 27,5%.
È un dato significativo perché restituisce un’immagine dei Centri diversa da quella di semplici intermediari nell’erogazione degli incentivi. Il contributo economico rimane importante – e, come vedremo, è uno dei fattori che le aziende considerano determinanti per il successo dei progetti – ma viene accompagnato dalla ricerca di conoscenze e capacità che spesso non sono disponibili all’interno dell’impresa.
Lo conferma anche il tipo di servizi utilizzati. Il 37,2% delle aziende intervistate ha lavorato con i Centri su progetti di sviluppo di soluzioni tecnologiche, il 33% sulla formazione e il 28,5% su attività di consulenza per l’innovazione tecnologica. Seguono l’assessment tecnologico, utilizzato dal 20,9% del campione, e attività più specifiche come test-before-invest e sviluppo di demo e Proof of Concept.
AI e software avanzato, dove l’accompagnamento pesa di più
Un altro dato permette di capire meglio dove l’intervento dei Competence Center sembra avere maggiore rilevanza.
Nel caso dell’intelligenza artificiale e del machine learning il 34% delle imprese dichiara di avere adottato la tecnologia con il supporto di un Competence Center, contro il 28,5% che ha proceduto autonomamente. Un andamento simile emerge per software e Data Science: 28,6% con il supporto del Centro e 26,6% in autonomia.
Il rapporto si inverte invece per diverse tecnologie maggiormente consolidate. Nella cybersecurity, per esempio, l’adozione autonoma arriva al 28,4% contro il 13,2% con il supporto dei Centri; nel networking e nella security le quote sono rispettivamente del 27% e del 14,4%.
I dati suggeriscono quindi che l’accompagnamento tende ad avere un peso maggiore quando aumenta l’incertezza tecnologica e diventa più difficile per l’impresa valutare autonomamente tecnologie, competenze necessarie e possibili applicazioni. È proprio in questa fascia che attività come assessment, dimostrazione, sperimentazione e sviluppo di Proof of Concept possono ridurre la distanza tra la disponibilità di una tecnologia e la sua effettiva applicazione industriale.
Non a caso il posizionamento individuato dalla ricerca per i Competence Center è soprattutto quello compreso tra i TRL 5 e 9, cioè nella fase che va dalla validazione e dimostrazione fino all’industrializzazione. Il 70% delle imprese dichiara inoltre di avere continuato autonomamente ad aumentare il livello di maturità tecnologica dopo aver concluso il percorso con il Centro.

L’effetto non si esaurisce con il progetto
E probabilmente è proprio questo uno dei punti più interessanti dello studio: una parte dei benefici dichiarati dalle imprese rimane anche dopo la conclusione dello specifico servizio.
Tra le aziende che hanno utilizzato la formazione il 62% indica tra i risultati il miglioramento delle competenze interne, mentre il 41,8% segnala lo sviluppo di competenze verticali specifiche per funzioni o processi. Seguono l’aumento delle soft skill, lo stimolo all’intraprendenza e alla creatività dei dipendenti, la ridefinizione del modello organizzativo e il reskilling verso nuove funzioni.
Sul versante del trasferimento tecnologico, il beneficio con la valutazione media più elevata è l’introduzione di nuove tecnologie nei processi aziendali, seguita dalla maggiore velocità di innovazione di prodotto o processo. Il 34,9% delle imprese dichiara inoltre di avere avviato iniziative di natura imprenditoriale successivamente al servizio ricevuto; la percentuale sale al 38,8% tra le aziende che hanno realizzato progetti di sviluppo di soluzioni tecnologiche.
Anche il giudizio sui servizi è elevato. Nessuna tipologia scende sotto 4,2 punti su 5 e, a seconda del servizio considerato, tra il 79,2% e il 90,6% delle valutazioni si concentra sui voti 4 e 5. Alla domanda sull’intenzione di rivolgersi nuovamente ai Competence Center nei tre anni successivi, il 50,2% risponde sì, il 46,1% dice di essere in fase di valutazione e appena il 3,8% lo esclude.
Addizionalità, un progetto su quattro non sarebbe partito
C’è poi il tema dell’addizionalità, cioè della capacità dell’intervento di produrre qualcosa che senza il supporto pubblico non sarebbe avvenuto, oppure sarebbe avvenuto in condizioni differenti.
Il 93,3% delle imprese intervistate dichiara un qualche effetto addizionale. In particolare, il 25,1% afferma che senza il Competence Center non avrebbe realizzato affatto l’iniziativa. Negli altri casi il progetto sarebbe stato portato avanti, ma con un maggiore investimento economico (19,7%), maggiori difficoltà nel reperire competenze e partner (17,2%), tempi più lunghi (17%) oppure minore efficacia (14,3%). Solo il 6,7% dichiara che avrebbe realizzato l’iniziativa nello stesso modo e negli stessi tempi.
“Nel 93% dei casi le imprese ci dicono che c’è un effetto addizionale: i Competence Center sono stati in grado di attivare e mobilitare percorsi di innovazione, investimenti e scelte tecnologiche che non necessariamente le imprese sarebbero state in grado di fare”, spiega Di Maria.

Si tratta di addizionalità dichiarata dalle imprese beneficiarie, quindi il dato non equivale a una stima causale dell’impatto sull’intero sistema produttivo italiano. Resta però un’indicazione utile per comprendere quanto le aziende considerino determinante l’intervento ricevuto.

C’è inoltre un altro dato che misura la domanda potenziale. Per i bandi di ricerca, sviluppo e innovazione nei quali il fabbisogno era misurabile, tra il 2023 e il 30 giugno 2026 le imprese hanno espresso richieste per 211,5 milioni di euro, a fronte di 114 milioni di bandi emessi: un rapporto vicino a due a uno.
Non esiste un solo modo di utilizzare un Competence Center
L’analisi realizzata dal CNR aggiunge un ulteriore livello di lettura. Le imprese sono state suddivise in cinque cluster sulla base di quattro indicatori: varietà dei servizi utilizzati, soddisfazione, impatto e continuità del rapporto con il Centro.
Il gruppo degli Integrati, il 24,4% del campione analizzato, è quello che presenta contemporaneamente elevata varietà dei servizi, soddisfazione, impatto e continuità della relazione. I Soddisfatti sporadici, che rappresentano il 26,1%, ottengono benefici significativi e mostrano un alto grado di soddisfazione pur mantenendo un rapporto meno continuativo. I Consolidati, pari al 20,2%, si distinguono invece soprattutto per la continuità molto elevata del rapporto. Gli Specializzati soddisfatti, il 15,4%, utilizzano pochi servizi molto mirati con elevata soddisfazione. Infine i Non integrati, il 14%, presentano valori più bassi su soddisfazione, impatto, continuità e varietà.
È qui che emerge uno degli aspetti meno intuitivi della ricerca. Il cluster con la continuità più elevata non è quello con il maggiore impatto: i Consolidati raggiungono 84,1 punti nell’indice di continuità ma 42,7 nell’indice di impatto, mentre gli Integrati hanno una continuità leggermente inferiore, 81,5, e un impatto molto più alto, 65,1.
In altre parole, mantenere per molti anni una relazione con un Competence Center non è di per sé sufficiente a massimizzarne gli effetti. A fare la differenza sembra essere la qualità e la completezza della relazione, cioè la capacità di combinare servizi diversi, competenze e accompagnamento in funzione delle esigenze dell’impresa. Allo stesso tempo il buon risultato degli Specializzati soddisfatti mostra che non tutte le aziende hanno necessariamente bisogno di un rapporto molto articolato: per alcune può essere efficace anche un utilizzo selettivo e altamente mirato.
Conta più il settore della dimensione aziendale
L’analisi dei cluster riserva anche un’altra indicazione interessante. La dimensione dell’impresa, da sola, spiega solo parzialmente il diverso modo di utilizzare i Centri.
Le piccole imprese sono distribuite in maniera piuttosto uniforme tra i cinque gruppi; le medie mostrano una certa concentrazione tra Consolidati e Specializzati soddisfatti. Solo per le grandi imprese emerge una differenza più netta, con una presenza superiore tra gli Integrati.
È un risultato sul quale Filippetti ha richiamato esplicitamente l’attenzione: “La notizia interessante è che qui non c’è una differenza sistematica tra piccole e medie imprese e i cinque cluster: si equi-distribuiscono all’interno dei cinque gruppi”.

Più discriminante risulta invece la specializzazione economica. Le imprese delle tecnologie industriali tendono a concentrarsi tra i Consolidati, quelle delle tecnologie digitali tra gli Specializzati soddisfatti, mentre le attività classificate come Servizi e Mercati sono maggiormente presenti tra i Non integrati.
È un’indicazione che suggerisce anche una conseguenza per il modello di trasferimento tecnologico: imprese appartenenti a settori diversi possono avere bisogno di modalità differenti di accesso alle competenze e ai servizi, indipendentemente dalla loro dimensione.

Dove restano le difficoltà
Il quadro complessivamente positivo espresso dalle imprese non elimina, naturalmente, le criticità.
Il 51,7% degli intervistati dichiara di non avere riscontrato problemi nella relazione con il Competence Center. Quando le difficoltà emergono, tuttavia, molte riguardano la capacità dell’impresa stessa di assorbire e mettere a terra l’innovazione: il 25,4% segnala la mancanza di personale interno, il 24% i tempi di implementazione, il 22% l’entità dell’investimento e dei costi e il 19,3% l’insufficienza delle competenze interne.
È un passaggio importante perché aiuta a individuare anche il limite dell’intervento esterno. Laboratori, finanziamenti e competenze possono ridurre le barriere all’adozione, ma per trasformare una sperimentazione in innovazione industriale servono persone, organizzazione e capacità di portare il progetto dentro i processi aziendali.
D’altra parte, quando alle imprese viene chiesto quali siano stati gli elementi determinanti per il successo dell’iniziativa, al primo posto compare la disponibilità o l’accesso ai finanziamenti, indicata dal 50,3%, ma immediatamente dopo arrivano le competenze specialistiche del Competence Center (40,4%), l’accesso a partner qualificati (35,3%) e la disponibilità di personale qualificato presso il Centro (31,4%).
Finanziamento e competenze, quindi, risultano complementari: le risorse riducono la barriera economica all’investimento, mentre il trasferimento di know-how contribuisce a ridurre quella tecnologica e organizzativa.
È questo, in definitiva, il livello di lettura che i dati di dettaglio aggiungono ai grandi numeri già noti. I Competence Center non vengono utilizzati allo stesso modo da tutte le imprese e non producono gli stessi effetti in tutte le situazioni. La ricerca mostra però dove le aziende beneficiarie dichiarano di ottenere maggior valore: nell’accesso a competenze difficili da costruire internamente, nell’adozione delle tecnologie più complesse, nello sviluppo del capitale umano e nella possibilità di sperimentare prima di investire.
Resta ora il tema della continuità di questo modello una volta conclusa la fase straordinaria del PNRR. Sul versante della politica industriale, il ruolo previsto per i Centri nella nuova fase del trasferimento tecnologico è il tema che abbiamo approfondito nell’articolo Il futuro del trasferimento tecnologico e il ruolo dei Competence Center dopo il PNRR. Il Governo ha indicato che gli otto Centri continueranno ad avere un ruolo nel sistema nazionale di trasferimento tecnologico, all’interno del nuovo quadro di coordinamento tra MIMIT e MUR.













