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Il 2026 secondo Taisch: ‘L’industria resti al centro: concentriamo le risorse su poche tecnologie chiave’



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Marco Taisch riflette sui rischi di declino della manifattura italiana e suggerisce ai policy maker una strategia di politica industriale selettiva, che abbia il coraggio delle scelte e che punti su alcune tecnologie in grado di parlare il linguaggio del sistema industriale…

Pubblicato il 1 gen 2026



Marco Taisch, presidente MICS
Marco Taisch, presidente MICS



Il 2026 potrebbe essere un anno-spartiacque per il futuro del sistema produttivo nazionale. Per questo Marco Taisch, docente di Digital Manufacturing al Politecnico di Milano e presidente del Competence Center MADE 4.0, esorta ad abbandonare le ormai insostenibili “narrazioni consolatorie” e ad affrontare una realtà che vede l’industria italiana perdere progressivamente peso specifico sul Prodotto Interno Lordo e sui livelli occupazionali.

La flessione dell’attività produttiva – che non è solo quantitativa – aggredisce le fondamenta del sistema economico nazionale. La chiusura di poli industriali di medie e grandi proporzioni ha lasciato vuoti che nuovi insediamenti produttivi non sono riusciti a colmare, né per numero né per impatto economico. D’altra parte – rileva Taisch – sarebbe un errore pensare che i servizi e il terziario possano sorreggere da soli l’economia del Paese a causa della loro “aleatorietà” e della dipendenza dall’industria.

Scongiurare il rischio desertificazione

L’erosione del patrimonio industriale colpisce settori storici che hanno garantito per decenni la competitività dell’export italiano. Il comparto tessile, quello calzaturiero, gli elettrodomestici e la siderurgia mostrano i segni di ridimensionamento profondo. Le delocalizzazioni hanno interessato in modo particolare il Centro-Sud e segmenti del Nord-Ovest. Il caso dell’automotive appare come il più emblematico di questa tendenza, caratterizzato da una perdita quasi totale dei centri decisionali e da volumi produttivi ridotti al minimo.

Secondo Taisch «dire che in Italia sia in corso una progressiva desertificazione industriale è una tesi forte, ma non del tutto infondata». A pesare sono problemi strutturali mai risolti, tra cui l’alto costo dell’energia, una burocrazia che salvo rare eccezioni rallenta ogni iniziativa amministrativa e la cronica difficoltà delle piccole e medie imprese nell’accedere al credito.

Il superamento di queste criticità richiede un cambio di paradigma che parta da una consapevolezza di fondo: negare queste fragilità significa indebolire il Paese anziché difenderlo.

“Non è tutto strategico, è ora di scegliere le priorità”

La politica industriale del prossimo biennio deve segnare una discontinuità netta rispetto al passato recente. Bisogna «tornare a una politica industriale vera. Non incentivi a pioggia. Non bandi scollegati tra loro. Non “tutto è strategico”. Serve una politica industriale definita, coerente con il quadro europeo, che indichi priorità, concentri risorse e competenze», osserva Taisch.

Lo Stato deve quindi accompagnare le imprese nella trasformazione e non più (o quanto meno non solo) nel consolidamento di modelli obsoleti. Un approccio questo che richiede una selezione rigorosa degli ambiti di intervento.

L’Italia – rileva Taisch – non possiede le risorse per presidiare ogni frontiera tecnologica e deve quindi puntare su poche tecnologie chiave. «Presidiare tutto sarebbe solo una dispersione di risorse. Può però essere leader, se si concentra su alcune traiettorie: manifattura avanzata e automazione; digitalizzazione industriale e AI per l’industria; tecnologie per la transizione energetica applicate ai processi produttivi; materiali avanzati, meccatronica, sistemi complessi; servitizzazione e modelli data-driven. Sono tecnologie che parlano il linguaggio del nostro sistema industriale e che possono essere integrate rapidamente».

Transizione e competitività nello spazio industriale europeo

Il dibattito sulle transizioni ecologica e digitale deve affrancarsi dalla contrapposizione tra sostenibilità e profitto. Questi processi non devono essere percepiti come costi sterili bensì come leve per incrementare la competitività sui mercati internazionali.

Taisch avverte che «senza industria non c’è transizione e senza competitività non c’è sostenibilità», sottolineando che ogni politica pubblica deve garantire la neutralità tecnologica e la sostenibilità economica degli investimenti.

In questo contesto il ruolo dell’Europa diventa fondamentale. Il continente non può essere considerato esclusivamente uno spazio regolatorio ma deve trasformarsi in un vero spazio industriale. Partecipare attivamente alle politiche dell’Unione, sfruttare strumenti come gli Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (IPCEI) e rafforzare le alleanze su scala continentale sono passaggi obbligati. Il futuro industriale dell’Italia è indissolubilmente legato alla capacità di portare a Bruxelles un messaggio univoco: la manifattura è il presupposto indispensabile per l’autonomia strategica dell’intero blocco europeo.

Verso il 2026 tra pragmatismo e visione

Le scelte che verranno compiute nei primi mesi determineranno la fisionomia dell’economia nazionale per il prossimo decennio. «Il 2026 può essere l’anno delle scelte», conclude Taisch, indicando la necessità di smontare le illusioni e concentrarsi su poche obiettivi realizzabili e di alto impatto. Valorizzare il capitale umano, le filiere complesse e il know-how ingegneristico diffuso è l’unico modo per generare valore duraturo.

Il “segreto” sta nel mettere a sistema quanto già esiste per renderlo resiliente alle sfide globali. L’industria deve tornare a essere percepita come l’asset principale del futuro, costruendo un’economia più solida e autonoma che sappia guardare oltre l’emergenza del momento.

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