ROBOTICA E PHYSICAL AI

Umanoidi e Physical AI, quali sono gli incentivi allo studio e perché il Governo è diviso


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Urso spinge per fare dell’Italia la “fabbrica europea” della Physical AI. Allo studio un fondo fino a 300 milioni per sostenere la produzione. Ma nel Governo la linea non è ancora condivisa. Dubbi su come sostenere l’offerta (Meloni è contraria), ma anche sugli incentivi all’adozione perché serve prima capire quale sarà l’impatto sul lavoro.

Pubblicato il 3 ott 2026



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Una legge sulla robotica avanzata e sugli umanoidi ancora non c’è. Ma dopo diverse settimane di dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso sono piuttosto chiari i contorni della politica industriale che il Mimit vorrebbe costruire attorno alla Physical AI: sostenere ricerca e produzione, proteggere tecnologie e know-how sviluppati in Italia e, almeno nelle prime formulazioni del progetto, incentivare anche l’utilizzo dei robot nelle imprese.

Ora però il progetto sembra aver incontrato un primo ostacolo politico. Secondo le ricostruzioni pubblicate da diversi quotidiani, nel corso del Consiglio dei ministri del 2 ottobre Urso avrebbe parlato della legge per tutelare la tecnologia italiana nella produzione degli umanoidi dalla concorrenza cinese. E la premier Giorgia Meloni avrebbe reagito contestando al ministro l’idea di voler creare in Italia nuove “fabbriche di robot”.

Al di là di quanto i due si siano effettivamente detti appare chiaro che sulla portata dell’intervento pubblico nel settore non sembra esserci, almeno per ora, una linea condivisa nel Governo.

Dalle prime aperture agli umanoidi alla “fabbrica europea” della Physical AI

Il percorso è iniziato già alla fine di agosto, quando Urso ha annunciato che il decreto Imprese atteso in autunno avrebbe previsto interventi sull’intelligenza artificiale applicata al sistema produttivo e sulla robotica.

A inizio settembre, al Forum di Cernobbio, il ministro ha fatto un passo ulteriore. Come abbiamo raccontato su Innovation Post, Urso ha parlato esplicitamente di un pacchetto di incentivi per robotica avanzata e umanoidi rivolto sia a chi questi sistemi li produce, sia alle imprese che li utilizzano in fabbrica.

Nelle settimane successive l’accento si è però progressivamente spostato sulla prima componente. Il 20 settembre Urso ha parlato di un “piano straordinario” per fare dell’Italia la fabbrica europea della robotica avanzata e dell’AI fisica, applicata non soltanto all’industria ma anche allo spazio e all’agricoltura.

La stessa impostazione è stata ribadita il 1° ottobre durante la visita alla sede genovese di Generative Bionics, società nata dall’ecosistema dell’Istituto Italiano di Tecnologia e impegnata nello sviluppo del robot umanoide GENE.01. Nel post pubblicato dopo la visita Urso ha scritto che il Governo sta lavorando a un “pacchetto di misure per la robotica avanzata e la Physical AI” e a una mappatura della filiera, con l’obiettivo di sostenere gli operatori già presenti e favorire nuove partnership industriali.

La direzione indicata dal ministro appare quindi ormai abbastanza definita: trasformare le competenze italiane nella robotica e nella ricerca in una vera capacità produttiva industriale.

Fino a 300 milioni per produrre robot: è qui che si concentra la vera novità

Anche sul fronte delle risorse cominciano a emergere le prime indicazioni. Secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore, in vista della manovra sarebbe allo studio una misura fino a 300 milioni di euro per incentivare la produzione di robot umanoidi in Italia. Il quotidiano precisa inoltre che un comitato tra ministri dovrebbe valutare le implicazioni della diffusione di queste tecnologie sul lavoro.

È questa componente del progetto a rappresentare probabilmente la scelta di politica industriale più significativa. Sostenere ricerca e sviluppo tecnologico non sarebbe di per sé una novità: esistono già strumenti nazionali ed europei per finanziare R&S, startup, trasferimento tecnologico e industrializzazione. Diverso sarebbe individuare espressamente la robotica umanoide e la Physical AI come filiera sulla quale concentrare risorse pubbliche per far nascere o crescere capacità produttive italiane.

Ed è proprio su questo punto che, secondo le ricostruzioni della discussione nel Governo, sembrerebbe concentrarsi la principale riserva di Meloni. Repubblica attribuisce alla premier una distinzione abbastanza precisa: un intervento volto a contrastare pratiche scorrette della concorrenza cinese sarebbe un conto; una politica con cui il Mimit decidesse direttamente di sostenere le “fabbriche di robot” sarebbe un altro.

Incentivare chi compra gli umanoidi? I robot sono già agevolati

Più complessa è la seconda possibile gamba dell’intervento, quella relativa alla domanda.

Nelle prime dichiarazioni Urso aveva prospettato incentivi anche per le imprese intenzionate a utilizzare robot avanzati e umanoidi. Negli interventi più recenti questo aspetto è però passato in secondo piano rispetto al sostegno alla produzione e alla costruzione della filiera.

C’è inoltre un elemento da considerare: gli investimenti in robotica sono già incentivati.

Il nuovo Iperammortamento 2026-2028 sostiene gli investimenti nei beni materiali e immateriali funzionali alla trasformazione digitale delle imprese contenuti negli Allegati IV e V alla legge di Bilancio 2026. Nell’Allegato IV della legge 199/2025 figurano espressamente “robot, robot collaborativi e sistemi multi-robot”.

Un’impresa che investe in un sistema robotico conforme ai requisiti previsti dalla norma può quindi già beneficiare dell’incentivo. Un’eventuale agevolazione specifica per gli umanoidi rappresenterebbe un sostegno aggiuntivo e selettivo.

E porrebbe inevitabilmente una domanda: per quale ragione lo Stato dovrebbe incentivare in misura maggiore l’acquisto di un robot umanoide rispetto, per esempio, a un cobot, a un sistema di robotica mobile o a un’altra soluzione di automazione in grado di generare lo stesso – o un maggiore – incremento di produttività?

La risposta non può essere soltanto tecnologica. Dipenderà anche dagli effetti economici e occupazionali che queste macchine produrranno.

Prima di incentivare la domanda bisogna capire che cosa succede al lavoro

È qui che assume particolare importanza un’iniziativa che apparentemente appartiene a un altro capitolo del dibattito sull’intelligenza artificiale.

A luglio il CNEL ha istituito il Comitato per l’economia dell’intelligenza artificiale, con il compito di costruire una base pubblica di evidenza sugli effetti dell’AI su produttività, occupazione, salari e distribuzione del valore, distinguendo gli impatti per territori, settori, dimensioni d’impresa, generi e generazioni.

Il 28 settembre il presidente del CNEL Renato Brunetta e Rosario Cerra hanno spiegato il senso dell’iniziativa in un intervento dedicato al “dividendo dell’intelligenza artificiale”.

Il problema di partenza è semplice: oggi sappiamo sempre meglio quante imprese adottano l’intelligenza artificiale, ma sappiamo ancora poco di ciò che accade dopo l’adozione. Quanto aumenta realmente la produttività? Quali mansioni vengono automatizzate? Quali nuove competenze vengono richieste? Quanto del lavoro umano viene sostituito e quanto, invece, viene potenziato? E come vengono distribuiti i benefici dell’aumento di produttività tra imprese, lavoratori e fornitori della tecnologia?

Il Comitato dovrà guardare, scrivono Brunetta e Cerra, “al tipo di cambiamento più che alla quantità di intelligenza artificiale in uso”. Il primo Rapporto è previsto nel 2027.

Per la Physical AI questa attività di misurazione potrebbe avere una rilevanza diretta anche sulla politica degli incentivi.

Se i dati mostrassero, per esempio, che in determinati comparti italiani l’introduzione di sistemi di AI fisica genera forti incrementi di produttività, compensa la difficoltà nel reperire manodopera e rende il lavoro umano più qualificato e complementare alla macchina, sarebbe possibile valutare su basi più solide l’opportunità di sostenere ulteriormente l’adozione.

Se invece in alcuni settori emergessero effetti prevalentemente sostitutivi sull’occupazione, diventerebbe molto più difficile giustificare politicamente un incentivo pubblico aggiuntivo finalizzato proprio ad accelerare quella sostituzione, almeno senza prevedere contemporaneamente strumenti di riqualificazione, transizione professionale o redistribuzione dei guadagni di produttività.

Non si tratta di un problema puramente teorico. Un working paper INAPP del 2025 di Irene Brunetti, Stefano Dughera e Andrea Ricci, basato su un ampio campione di imprese italiane, ha rilevato comportamenti diversi a seconda delle tecnologie con cui l’AI viene combinata. L’associazione con tecnologie informatiche avanzate, come i big data, appare maggiormente legata alla complementarità uomo-macchina; quando l’AI si combina con la robotica, invece, lo studio rileva una maggiore tendenza alla sostituzione del lavoro.

È un risultato che non permette naturalmente di prevedere quale sarà l’impatto degli umanoidi, tecnologia ancora nelle primissime fasi di adozione. Indica però perché misurare separatamente le diverse forme di AI sarà essenziale prima di costruire politiche pubbliche sulla domanda.

La questione della proprietà intellettuale

Resta infine il terzo possibile fronte della futura strategia: la protezione della tecnologia.

Secondo le ricostruzioni della discussione in Consiglio dei ministri, Urso avrebbe sostenuto la necessità di proteggere il “copyright italiano” sugli umanoidi, spiegando che sarebbero in atto iniziative volte a copiare le tecnologie messe a punto nei laboratori italiani.

Quel che è certo è che un tema legato alla proprietà intellettuale e alla protezione del know-how esiste eccome. Un robot avanzato incorpora brevetti, software, algoritmi, sistemi di controllo, design, dati, tecnologie di percezione e manipolazione, brevetti e conoscenze sviluppate nei laboratori di ricerca. E una parte importante della sfida europea consiste proprio nella capacità di evitare che ricerca e proprietà intellettuale sviluppate in Europa vengano poi industrializzate e portate su scala altrove.

Se risorse pubbliche sostengono ricerca, startup e trasferimento tecnologico, è quindi legittimo interrogarsi anche sugli strumenti con cui proteggere e soprattutto industrializzare in Europa il valore generato da quella ricerca.

È una questione diversa dal tentativo di chiudere il mercato alla concorrenza dell’estremo oriente, ed è anche molto più complessa.

Il nodo politico: quale ruolo deve avere lo Stato?

I tasselli emersi nelle ultime settimane chiariscono quindi quanto sia complesso metetre a punto una “legge sugli umanoidi”.

Sul tavolo ci sono almeno tre questioni differenti: sostenere la nascita di una filiera produttiva italiana ed europea della Physical AI; valutare se affiancare agli incentivi già esistenti strumenti specifici per accelerarne l’adozione; proteggere e valorizzare la proprietà intellettuale e il know-how sviluppati nel Paese.

Le tre scelte non sono equivalenti.

Destinare alcune centinaia di milioni specificamente alla produzione di robot umanoidi significherebbe invece compiere una scelta settoriale importante e individuare la Physical AI come tecnologia sulla quale l’Italia ritiene di avere competenze sufficienti per costruire una filiera competitiva.

Sul versante della domanda l’Iperammortamento di oggi e il vecchio piano Transizione 4.0 sostengono da anni l’ammodernamento tecnologico delle imprese. Un incentivo supplementare alla domanda richiederebbe a sua volta una valutazione ancora diversa, perché chiamerebbe direttamente in causa gli effetti della tecnologia su produttività, occupazione e competenze.

Lo scontro emerso in Consiglio dei ministri mostra che su questo disegno non c’è ancora una posizione definitivamente condivisa. La linea portata avanti da Urso è abbastanza chiara: fare dell’Italia non soltanto un Paese utilizzatore di tecnologie robotiche, ma uno dei luoghi europei in cui la Physical AI viene progettata, industrializzata e prodotta.

Resta da capire fino a che punto questa impostazione diventerà la politica del Governo e quale equilibrio verrà trovato tra sostegno all’offerta, protezione della tecnologia e incentivi alla domanda.

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