Confindustria chiede continuità per l’Industria 4.0

Continuità. E’ questo che Confindustria si aspetta dalla prossima legge di Bilancio “per allargare il più possibile la platea delle imprese coinvolte nella trasformazione digitale e sostenere le produzioni di macchinari innovativi”. In una nota diramata dal Centro Studi Confindustria (CSC), intitolata significativamente “Imprese e politica insieme per l’industria italiana 4.0”, l’associazione degli industriali ribadisce l’importanza dell’opportunità offerta dall’Industria 4.0 e pubblica alcuni dati relativi alle imprese sopra i dieci addetti. La situazione non è rosea.

L’analisi condotta dal CSC parte dai Istat per evidenziare come all’inizio dello scorso anno fossero ancora poche le imprese manifatturiere in Italia attrezzate ad affrontare il mondo 4.0. Solo il 4% di quelle con più di 10 addetti (2.700 circa) nel 2017 poteva definirsi già come “Innovatore 4.0 ad alto potenziale”, una quota che sale al 13% (9.000 circa) se si includono anche le imprese che pur avendone il potenziale non avevano ancora investito in modo significativo in tecnologie digitali. Di contro, quasi un’impresa manifatturiera su due (31.000 circa) apparteneva alla categoria degli “Analogici”. Fra Analogici (46%) e digitali incompiuti (37%) la gran parte delle aziende non era ancora pronta per la svolta digitale. Più della metà delle imprese non analogiche appartengono alla fascia 10-49 addetti. Più sei piccolo meno innovi.

Il made in Italy è ancora poco 4.0

Di contro, nella classe 250 e più addetti quasi la metà delle imprese rientra nella categoria degli “innovatori 4.0 ad alto potenziale”; sommando anche la categoria dei “possibili innovatori 4.0 ad alto potenziale” si raggiunge l’88% del totale. A livello territoriale non si registrano marcate differenze tra Nord e Sud (dove però si trova una quota maggiore di imprese analogiche).

A livello settoriale, spiega la nota, sono soprattutto tre i raggruppamenti che finora hanno maggiormente investito in tecnologie 4.0. Due prevalentemente in veste di produttori di beni strumentali 4.0, elettronica e meccanica strumentale e le apparecchiature elettriche dall’altro, uno in veste di attivatore di domanda di questi beni strumentali 4.0, i mezzi di trasporto. Molto più lenti nella corsa verso il digitale sono invece i settori tradizionali del Made in Italy: food, fashion e design.


Serve più formazione

Tracciato il quadro della situazione e specificando che i risultati i dati sui risultati dei provvedimenti governativi arriveranno nel 2019, il CSC aggiunge che è indispensabile uno sforzo aggiuntivo “nella formazione e l’inserimento di competenze tecniche e manageriali all’interno delle imprese” oltre che nel coordinamento degli investimenti 4.0 lungo le filiere.

Il rischio, visto l’alto grado di frammentazione verticale delle catene del valore nazionali, è che sia poco conveniente da parte soprattutto delle imprese di minori dimensioni sostenere i costi fissi, inclusi quelli organizzativi, necessari alla transizione verso il paradigma 4.0. Secondo Confindustria esistono ancora vincoli che ostacola la transizione verso il digitale che riguardano le infrastrutture Ict (la banda ultra-larga), le risorse finanziarie per le imprese, le competenze interne e il miglioramento del coordinamento tecnico produttivo lungo le filiere.

Dove intervenire

Tre le aree di intervento prioritario. “Innanzitutto, un maggiore impegno sul fronte della formazione digitale del personale” con il supporto alla domanda da parte delle imprese ma anche il rafforzamento del ruolo degli Its (che nel 2017 in Italia contavano solo 9 mila studenti, contro i 760 mila della Germania e i 530 mila della Francia), e dei dottorati industriali. Poi è necessario allagare le misure di sostegno all’introduzione di figure manageriali per le aziende che vadano oltre l’attuale Temporary Export Manager, per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese. “Infine, serve uno sforzo considerevolmente maggiore per superare l’eccessiva frammentazione degli investimenti, anche quelli in tecnologie 4.0”.

A pochi giorni dalla presentazione del Def, quando la discussione si concentra su reddito di cittadinanza, flat tax e legge Fornero, Confindustria sente la necessità di ribadire l’importanza dell’industria 4.0. un po’ probabilmente per il timore che certe risorse possano essere dirottate verso altre voci di bilancio e dall’altra perché il piano possa prendere direzioni di verse. La maggioranza non ha mai fatto mistero di voler dedicare particolare attenzione alle piccole imprese, ma il rischio è di riproporre uno schema (élite contro popolo) che in ambito industriale ha minore senso.

Come ha spiegato recentemente un report dello Studio Ambrosetti “La filiera italiana dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza” realizza una quota rilevante del Pil e possiede una capacità significativa di creare posti di lavoro. Per questa la politica del governo non può soltanto essere orientata alle famiglie, artigiani, piccoli imprenditori e ai dipendenti pubblici, ma deve favorire le condizioni per lo sviluppo delle grandi imprese a capo delle filiere. Grandi e piccole imprese devono marciare insieme.

Luigi Ferro

Giornalista, 54 anni. Da tempo segue le vicende dell’Ict e dell’innovazione nel mondo delle imprese. Ha collaborato con le principali riviste del settore tecnologico con quotidiani e periodici

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