Crisi economica, Industria 4.0 e ripartenza: 4 letture (e visioni) per andare oltre le difficoltà

Dobbiamo affrontare la più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale. Per il 2020 le stime prevedono il Pil italiano in forte calo (le previsioni oscillano tra un -8% e un -13%), mentre alla fine del prossimo anno dovrebbe risalire attorno al 6%. Ritrovandoci a fine 2021 agli stessi livelli di attività economica degli inizi del 2019: in pratica, la recessione da Covid 19 brucerà tre anni di crescita.

E non è certo il caso di consolarsi con la filosofia del “mal comune, mezzo gaudio”: l’entità dello Shock non colpirà molto di più l’Italia rispetto agli altri, ma è grosso modo simile per tutti i principali Paesi europei, con un calo tra i 7 e i 9 punti percentuali del Pil 2020. Ciò che fa la differenza è il livello di debito pubblico – se molto alto, come quello italiano, nel medio e lungo periodo frena la crescita –, e il livello di innovazione e rinnovamento delle imprese e del tessuto produttivo di un Paese.

Un fattore positivo, in questa grande tragedia del Coronavirus, è che tutto – o quasi – è rimasto bloccato per oltre due mesi, ma con la ripartenza (se non ci saranno gravi ricadute) il sistema economico si riprenderà progressivamente nella seconda parte dell’anno e poi nel 2021.

In questo scenario doloroso, un altro fattore positivo, innanzitutto per chi lavora nel mondo del Digitale, è che uno strumento e una spinta molto forti di rilancio e cambiamento sono attesi arrivare proprio dal settore delle nuove tecnologie, che possono rappresentare una fonte e un motore di nuova crescita e sviluppo. Servono però, ovviamente, investimenti e risorse adeguate, insieme a – e per finanziare – nuove idee e progetti.

Del resto, Niente è impossibile, come indica con ottimismo, speranza e ambizione il titolo di un nuovo libro, scritto da Cosimo Bambi e pubblicato da Il Saggiatore. “Se ci riflettiamo un po’ più a fondo, cosa è per noi oggi impossibile?”, si chiede e chiede a tutti l’autore. E risponde: “molto di quello che cinquant’anni fa compariva solo nelle pellicole dei film è oggi a nostra disposizione ogni giorno; spesso lo teniamo addirittura comodamente in tasca”, racchiuso in uno smartphone.

Gli esempi sono infiniti, di ciò che sembrava impossibile fino a qualche tempo fa e ora è a portata di mano: “esseri preistorici scomparsi da decine di migliaia di anni vengono clonati tra le steppe della Siberia; intelligenze artificiali create da noi ci ingannano sembrandoci più umane dei nostri migliori amici e ci surclassano in modi sempre più impensabili; robot fino a qualche anno fa dominatori esclusivamente di distopie fantascientifiche sono ora acquistabili con qualche semplice clic”.

Niente è impossibile, ma il ‘come’ farlo resta fondamentale

Il concetto stesso di impossibile, in effetti, ha sempre convissuto con l’avanguardia della ricerca scientifica: “quando alla fine del 1915 Albert Einstein annunciò al mondo la teoria della relatività generale, concetti come lo spaziotempo curvo e fenomeni come il rallentamento degli orologi in un campo gravitazionale dovevano sembrare poco più che vaneggiamenti all’uomo comune dell’epoca, teorie buone al massimo per qualche romanzo da edicola”, fa notare Bambi.

E invece “poggiavano saldamente su secoli e secoli di domande e scoperte, oltre che su decenni di studio personale e su una mente scientifica probabilmente senza precedenti”. Quello che ogni giorno si sta studiando e scoprendo nei punti di frontiera della ricerca fisica – dal Cern al Max Planck Institute, dal Fermilab al Laboratorio Cavendish, fino alla Fudan University – “è allo stesso modo elettrizzante e inebriante, e piega di continuo i confini di ciò che è accettabile o meno dalla coscienza comune”. Un’evoluzione e un progresso – scientifico e tecnologico – con qualche controindicazione (non da poco) e scenari da allarme: a un certo punto, mette in guardia l’autore, “le risorse sulla Terra potrebbero finire e i suoi abitanti fare la fine di quelli dell’Isola di Pasqua, che nel 18esimo secolo, dopo avere completamente deforestato la propria isola, non riuscirono nemmeno a trovare abbastanza alberi per costruire navi e trasferirsi in luoghi ancora abitabili”. Le previsioni sul Global warming, ad esempio, non sono affatto rassicuranti, e non è al momento in vista un adeguato cambiamento di rotta.

Siamo nella Digital Age, ma i computer non capiscono tutto

L’avvento della ricerca digitale, dove tutto viene trasformato in dati numerici, porta alla capacità di studiare il mondo secondo nuovi paradigmi: quello che conta è solo la correlazione tra due quantità di dati e non più una teoria coerente che spieghi questa correlazione. In pratica, attualmente assistiamo a sviluppi tecnologici (capacità di fare) che non corrispondono a nessuno sviluppo scientifico (capacità di conoscere e spiegare).

È ciò che rimarca Paolo Benanti nel suo Digital Age (Gruppo editoriale San Paolo): “oggi la correlazione viene usata per predire con sufficiente accuratezza, pur non avendo alcuna teoria scientifica che lo supporti, il rischio di impatto di asteroidi anche sconosciuti in vari luoghi della Terra, i siti istituzionali oggetto di attacchi terroristici, il voto dei singoli cittadini alle elezioni presidenziali Usa, l’andamento del mercato azionario nel breve termine”. La rivoluzione che hanno portato i computer e l’informatica nel campo scientifico-tecnologico è stata bene descritta da un altro studioso dell’evoluzione Hi-tech, Naief Yehya: “con un computer possiamo trasformare quasi tutti i problemi umani in statistiche, grafici, equazioni. La cosa davvero inquietante, però, è che così facendo creiamo l’illusione che questi problemi siano risolvibili con i computer”.

Ecco, in sintesi, cosa significa la rivoluzione digitale per il mondo scientifico: gli scienziati hanno sempre contato su ipotesi ed esperimenti. Di fronte alla disponibilità di enormi quantità di dati questo approccio – ipotesi, modello teorico e test – diventa obsoleto. C’è ora una via migliore. I petabytes ci consentono di dire: “la correlazione è sufficiente”. Possiamo smettere di cercare modelli teorici. Possiamo analizzare i dati senza alcuna ipotesi su cosa questi possano mostrare. Ma l’opportunità è grande: la nuova disponibilità di un’enorme quantità di dati, unita con gli strumenti statistici per elaborarli, offre una modalità completamente nuova per capire il mondo.

Governare la quarta rivoluzione industriale

Klaus Schwab

In che modo, le aziende e le organizzazioni che non hanno ancora un livello di innovazione avanzato, possono cogliere le opportunità offerte dalle tecnologie della quarta rivoluzione industriale? La risposta arriva da Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum di Davos, nel suo Governare la quarta rivoluzione industriale, pubblicato in Italia da FrancoAngeli. Per il mondo dell’imprenditoria, la priorità dovrebbe essere quella di comprendere le opportunità e realizzare esperimenti per sviluppare o adottare nuove modalità di business e di lavoro, che considerino l’impatto su lavoratori, clienti e comunità. Occorre adottare strategie di innovazione collaborative: l’innovazione tecnologica richiederà la collaborazione con diversi partner esterni, che possono includere Start-up, centri accademici e organizzazioni provenienti da settori radicalmente diversi, che forniscono prospettive, approcci e un tipo di accesso al mercato diametralmente opposti.

È fondamentale “apprendere attraverso la pratica e investire nelle persone“, sottolinea Schwab. Che spiega: “per coloro che occupano posizioni apicali nelle aziende, la strategia più importante da adottare è quella di sperimentare. La quarta rivoluzione industriale è ancora nella sua fase preliminare, e siamo ancora lontano dall’aver compreso pienamente le opportunità messe a disposizione dalle nuove tecnologie. In più, l’innovazione ha origine sempre più spesso da settori e organizzazioni periferici”.

Le aziende hanno bisogno di una conoscenza di base delle nuove tecnologie per avere una visione più ampia e comprendere quali opportunità si nascondono negli ambiti meno sviluppati. Devono essere curiose, dedicare il tempo necessario ad apprendere i progressi nei diversi settori, mostrando disponibilità a sperimentare. Solo in questo modo possono capire cosa siano in grado di fare le nuove tecnologie. “Le aziende non dovrebbero temere l’intelligenza artificiale, i materiali innovativi, le biotecnologie, le applicazioni relative all’IoT“, rileva il fondatore del World Economic Forum: “sperimentare può essere più semplice di quanto possa sembrare, anche per realtà piccole o che muovono i primi passi nel mercato”. La sperimentazione offre nuove prospettive, rivelando per esempio non solo cosa le tecnologie possono fare, ma anche cosa non possono fare.

Economia circolare, ma serve comunque l’innovazione

La cosiddetta economia circolare è qualcosa di molto concreto e a portata di mano: un esempio piuttosto banale ma efficace è uno smartphone, o computer, o altro strumento tecnologico, ‘ricondizionato’. Cioè controllato, aggiornato, rimesso a punto. E salvato dalla discarica. “L’economia circolare è un’economia migliore perché utilizza le risorse in modo più efficiente”, taglia corto Walter Stahel nel suo Economia circolare per tutti, pubblicato da Edizioni Ambiente. Finora la ricerca economica e finanziaria – spiega l’autore – è rimasta sostanzialmente indifferente rispetto alle opportunità offerte dall’economia circolare. Il fatto che il Ritorno sull’investimento (Roi) del remanufacturing di un motore a reazione sia cinque volte superiore al Roi della sua produzione, è noto ai ricondizionatori e a pochissimi altri.

In un’economia circolare matura, l’economia lineare, cioè quella tradizionale, che produce senza fare attenzione al ri-uso, al ri-ciclo e allo spreco – proprio perché non recuperare significa acquistare prodotti nuovi –, in realtà si integra con l’economia circolare, che, per sua natura, non innova la produzione. Quindi non fa passi avanti in termini di prodotto e di risultato finale. Mentre l’economia lineare ha la funzione e il vantaggio di generare innovazioni con cui aggiornare e rinnovare i prodotti.

“Nel settore elettromeccanico e in quello delle costruzioni”, sottolinea Stahel, “gli upgrade tecnologici spesso riguardano singoli componenti, che possono essere sostituiti da nuovi componenti che svolgono la stessa funzione. Trasformare una macchina per scrivere in un Pc non ha senso, ma un upgrade che utilizza batterie e micro-motori elettrici integrati nelle ruote per trasformare una bici tradizionale in una elettrica, o la trasformazione di una Jaguar E-type originale in una vettura elettrica sono possibili, e sono stati già fatti”. Ma queste opportunità di innovazione e business “sono spesso nascoste, e servono attori economici informati sulle nuove tecnologie e sugli stock esistenti di oggetti. Nei mercati attuali, esistono davvero pochi mediatori di questo tipo, e queste opportunità di business vanno prevalentemente perse”. Ma la tendenza in atto punta a sostituire componenti meccanici complessi (come i motori a combustione con scatole di trasmissione) con componenti con un lungo ciclo di vita e una bassa manutenzione (come i motori elettrici). E dato che componenti con un lungo ciclo vita e una bassa manutenzione portano a prodotti con un ciclo di vita più lungo, i produttori potrebbero cogliere l’opportunità e vendere beni come servizio per mantenere il controllo del mercato e trarre vantaggio dal progresso tecnologico.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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