L’iperammortamento ha generato il 16% degli investimenti dell’industria manifatturiera

L’introduzione nel 2017 dell’incentivo dell’iperammortamento per l’acquisizione di beni strumentali in grado di abilitare la transizione verso il modello dell’Industria 4.0 ha favorito gli investimenti delle imprese e generato un incremento di occupazione. Dell’argomento di erano già occupati, negli scorsi anni, diversi studi. Oggi tornano ad approfondirlo in un’analisi congiunta il Centro Studi Confindustria e la Direzione Studi e Ricerche Economico Fiscali del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il dato secco che emerge è di agevole lettura: l’incentivo ha consentito di generare circa 7 miliardi di euro di investimenti da parte delle società di capitali: una cifra che corrisponde all’8,5% degli investimenti privati medi annui in macchinari e attrezzature (esclusi autoveicoli) in Italia, ma che sale al 16% se si prende come riferimento il solo settore manifatturiero.

In dettaglio, lo studio rileva che nel 2017 il valore assoluto degli investimenti agevolati portati a termine è pari a 3,77 miliardi di euro, ma il dato appunto comprende solo quelli effettivamente contabilizzati e conclusi (quindi anche interconnessi).

Poiché, sulla base delle informazioni fornite da Ucimu – Sistemi per Produrre (l’Associazione nazionale di costruttori di macchine utensili) i tempi medi di consegna per l’anno 2017 sono stati pari a 6,6 mesi, lo studio desume che gli ordini successivi al mese di giugno 2017 non siano stati evasi entro l’anno. Ordini che, sempre sulla base delle informazioni fornite da Ucimu, corrispondono al 46% del totale degli ordini del 2017. Di qui la stima che gli investimenti avviati, ma che sono stati conclusi negli esercizi successivi, hanno generato ulteriori 3,27 miliardi di investimenti. Il totale di quelli conclusi e quelli avviati nel solo 2017 fa quindi 7,04 miliardi di euro.

Chi ha usato l’iperammortamento

Contrariamente a quanto spesso abbiamo sentito, a usare l’iperammortamento nell’anno 2017 sono state soprattutto le PMI, che hanno effettuato i due terzi degli investimenti agevolati. Non solo: un terzo del totale afferisce a imprese con meno di 50 addetti e l’8,0% addirittura a imprese con meno di 10 addetti.

Il calcolo è stato fatto integrando i dati delle dichiarazioni dei redditi con quelli contenuti nei bilanci delle società di capitali per l’anno 2017 (di fonte Bureau van Dijk).

L’investimento medio per impresa si stima pari a 496 mila euro. Come è ragionevole attendersi, esiste una relazione positiva tra investimento medio e scala dimensionale d’impresa: dai 98 mila euro per imprese fino ai 9 dipendenti ai 4,2 milioni per le imprese con almeno 250 dipendenti.

Nessuna sorpresa invece nel leggere che si tratta di imprese appartenenti in grande prevalenza al settore manifatturiero e localizzate nel Nord Italia. In particolare le aziende manifatturiere rappresentano il 56,1% dei beneficiari e hanno effettuato l’82,6% del totale degli investimenti in tecnologie digitali. Segue, molto distanziato, il settore del commercio (16,7% delle imprese beneficiarie e 6,5% degli investimenti).

Dal punto di vista territoriale la Lombardia è in cima alla classifica (33,2%), seguita dal Veneto (17,5%) e dall’Emilia Romagna (15,6%). Su livelli molto modesti tutte le regioni meridionali, con l’eccezione della Sicilia che, con una quota di investimenti in beni strumentali materiali del 3,7%, si colloca, dietro la Toscana, tra le prime posizioni, davanti, tra le altre, a Friuli Venezia-Giulia, Campania e Lazio.

L’efficacia dell’incentivo

L’incentivo ha effettivamente stimolato un certo tipo di investimenti che fino ad allora non erano stati effettuati, un dato interessante che sottolinea Livio Romano del CSC nel presentare il lavoro: “la stragrande maggioranza delle imprese beneficiarie della misura non aveva mai effettuato investimenti in tecnologie 4.0 prima dell’introduzione dell’agevolazione fiscale”.

Il dato è stato desunto integrando le informazioni raccolte dall’ISTAT nell’indagine campionaria 2018 sulle ICT (che non include le imprese con meno di dieci dipendenti). Ne emerge che ben l’84,7% delle imprese italiane beneficiarie dell’iperammortamento non aveva effettuato investimenti in tecnologie 4.0 prima del 2017. Inoltre, in un terzo dei casi (33,3%) ad essere coinvolte sono state imprese appartenenti alla parte più digitalmente arretrata del sistema produttivo, quella che appariva in ritardo anche rispetto all’adozione di tecnologie ICT più tradizionali. Anche perché solo le imprese con un grado di maturità digitale medio-alto o alto avevano già investito in almeno due tecnologie 4.0 nel triennio 2014-2016.

“Se ne può quindi ragionevolmente desumere – osserva Romano – che una quota rilevante degli investimenti in tecnologie 4.0 avviati nel 2017 (e a seguire) sia stata attivata in risposta all’introduzione dell’iperammortamento proprio in quell’anno, e che non si sarebbe quindi realizzata in assenza dell’incentivo fiscale previsto dal Governo”.

L’impatto sull’occupazione

Per quanto riguarda gli effetti sull’occupazione, tra gennaio 2017 e marzo 2019 “la dinamica delle assunzioni nelle imprese beneficiarie dell’iperammortamento è stata migliore di quella che si sarebbe presumibilmente registrata in assenza degli investimenti agevolati: +3 punti percentuali in media mensile”.

Disaggregando la stima per anno, si evince come l’effetto positivo si manifesti già a partire dal 2017 (+1,8 punti percentuali) per proseguire nel 2018 (+3,2 punti percentuali) e nel primo trimestre 2019 (+4,0 punti percentuali).

Al tempo stesso, la dinamica delle cessazioni mensili di posizioni di lavoro dipendente non risulta, nella media di periodo, influenzata dalla decisione d’investimento in tecnologie 4.0.

Considerando la dinamica occupazionale complessiva (ingressi meno uscite occupazionali), si stima che il numero di dipendenti sia cresciuto dell’11,3% tra la fine del 2016 e marzo 2019 nelle imprese beneficiarie dell’iperammortamento nel 2017, contro una crescita del 4,4% per imprese simili che non avevano utilizzato l’agevolazione fiscale in quell’anno. L’investimento agevolato in tecnologie 4.0 ha quindi prodotto una maggiore crescita occupazionale di 6,9 punti percentuali nel periodo considerato.

L’effetto positivo sulle assunzioni si riscontra in tutte le classi dimensionali, dalle micro alle grandi imprese. L’impatto rispetto allo scenario senza investimenti in tecnologie digitali è particolarmente rilevante per queste ultime: +10,9 punti percentuali. A livello geografico, l’effetto si registra sia tra le imprese con sede nel Nord Italia sia per quelle del Meridione. Per queste ultime si stima l’effetto maggiore: +4 punti percentuali.

Rispetto al profilo dei nuovi assunti, l’impatto positivo degli investimenti in tecnologie 4.0 si registra innanzitutto tra i giovani lavoratori (con meno di 35 anni di età), un risultato coerente con il loro maggior grado di competenze digitali rispetto alla forza lavoro più anziana: +2,4 punti percentuali la stima della maggiore crescita mensile delle assunzioni nel periodo compreso tra gennaio 2017 e marzo 2019, rispetto a +1,4 stimato per i lavoratori over 35. Questi ultimi però hanno potuto beneficiare non solo di una maggiore domanda di lavoro per nuovi assunti ma anche di minori cessazioni di rapporti di lavoro (-0,9 punti percentuali la minore variazione su base mensile) rispetto a quanto si sarebbe verificato in assenza di investimenti agevolati in tecnologie 4.0.

La maggiore domanda di lavoro ha interessato tutti i livelli professionali, ma è stata particolarmente pronunciata per operai specializzati e conduttori d’impianti (+2,2 punti percentuali le assunzioni). Per le professioni ad alta qualifica l’effetto appare economicamente contenuto, in linea con quello stimato per le professioni non qualificate (+0,5 punti percentuali).

Secondo l’analisi, “i risultati modesti prodotti dagli investimenti in tecnologie 4.0 sulla domanda di figure professionali ad alta qualifica, le cui mansioni cognitive non routinarie dovrebbero essere tra quelle maggiormente richieste in un contesto di automazione crescente dei processi produttivi, sono dovuti allo scarso ricorso a queste figure professionali da parte di realtà produttive di dimensioni ridotte: l’effetto sulle assunzioni è infatti stimato nullo o del tutto marginale non solo per le micro-imprese, ma anche per le piccole e medie aziende italiane che hanno investito in tecnologie 4.0. Di contro, il ricorso a queste figure professionali è cresciuto, e in modo molto rilevante, tra le grandi imprese che hanno abbracciato la trasformazione digitale: +8,0 punti percentuali in media mensile l’effetto sulle assunzioni per i lavoratori qualificati con mansioni scientifiche, +5,0 punti per le restanti professioni intellettuali”.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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