Mobilità elettrica: i punti di ricarica crescono del 40% in un anno, ma per l’e-mobility resta molta strada da fare

La crescita della mobilità elettrica è legata a due fattori: la diffusione dei veicoli elettrici e l’installazione di un’adeguata rete di infrastrutture di ricarica. E il primo elemento è strettamente legato al secondo, dato che un automobilista può decidere di passare alla cosiddetta e-mobility se poi ha la possibilità di ricaricare agevolmente il mezzo che usa: la rete di ricarica pubblica sul territorio è quindi fondamentale. In Italia come procede? A buon passo, con una crescita media annua del 40%, ma la diffusione deve crescere ancora molto per non rappresentare il collo di bottiglia del sistema.

A livello nazionale si contano 19.300 singoli punti di ricarica sparsi in un totale di 9.700 infrastrutture di ricarica accessibili al pubblico. In un anno, le infrastrutture di ricarica (o colonnina o stazione di ricarica) sono passate da 7.200 a 9.700 (+2.500), mentre i punti di ricarica da 13.700 a 19.300 (+5.600). La loro ripartizione è dell’80% su suolo pubblico e del 20% su suolo privato a uso pubblico, per esempio supermercati o centri commerciali, con un mix tra punti di ricarica che è del 96% in corrente alternata e del 4% in corrente continua.

Sono i numeri e risultati raccolti nella seconda edizione del report dal titolo ‘Le infrastrutture di ricarica pubbliche in Italia’, realizzato da Motus-E, associazione costituita su impulso dei principali operatori industriali, del mondo accademico e dell’associazionismo ambientale, per favorire la transizione verso la mobilità elettrica.

Nel rapporto si rileva però anche che questi dati si riferiscono “al numero di infrastrutture installate. Purtroppo, circa il 20% di esse risulta attualmente non utilizzabile dagli utenti finali in quanto non è stato finora possibile finalizzare il collegamento alla rete elettrica da parte del distributore di energia o per altre motivazioni autorizzative”. Insomma, delle colonnine di ricarica totali presenti sul territorio, una su cinque ancora non funziona, c’è ma non è attiva. Motus-E fa anche notare: “in attesa che venga istituita una Piattaforma Unica Nazionale (Pun), che convogli all’interno di un unico database ufficiale e consultabile tutte le informazioni relative alle infrastrutture pubbliche presenti a livello nazionale, permane una difficoltà di mappatura accurata dei dati”.

Ma guardando il bicchiere mezzo pieno, al di là delle varie difficoltà ancora da superare, la tendenza è in buona accelerazione. Rispetto alla prima rilevazione effettuata da Motus-E nel settembre 2019, la crescita dei punti di ricarica in circa due anni è stata dell’81% (da 10.600, +8.700), mentre prendendo in considerazione solo l’ultimo trimestre 2020 i nuovi punti di ricarica sono aumentati del 16%, mentre per le infrastrutture si registra un +15%.

Resta debole la crescita delle ricariche ad alta potenza in corrente continua (fast e ultra-fast) che passano da un 3% a un 4% del totale esistente. Il segretario generale di Motus-E, Dino Marcozzi, sottolinea: “il trend di crescita è positivo, nonostante le difficoltà causate dalla pandemia di Covid 19, ma è sempre più vitale fornire agli automobilisti una adeguata rete di infrastrutture di ricarica pubblica. Dobbiamo contribuire a sostenere la crescita delle auto elettriche con piani infrastrutturali adeguati alle ambizioni, agevolandone le procedure di installazione”.

La quota di mercato dei veicoli elettrici, in particolare delle auto, è ancora modesta nel Paese se comparata al totale del parco circolante (circa lo 0,2% del totale) e al totale delle immatricolazioni (circa il 4% nel 2020), e fa posizionare l’Italia indietro di parecchie posizioni rispetto ai principali Paesi europei, che sono più avanti sia in termini di diffusione dei veicoli sia per le infrastrutture.

Punti di ricarica slow, quick, fast e ultrafast

Anche per questo – fanno notare gli addetti ai lavori – è auspicabile che “l’installazione di nuove infrastrutture di ricarica pubbliche – e con esse anche la distribuzione di potenza – avvenga in base a parametri di densità abitativa, di numerosità dell’utenza, oltre che di tipologia di area, ad esempio privilegiando le ricariche ‘quick’ nei centri urbani, e quelle ‘fast e ultrafast’ nelle strade ad alto scorrimento e nei parcheggi di interscambio”.

Un punto di ricarica può infatti essere di potenza standard, che consente cioè il trasferimento di elettricità a un veicolo elettrico a una potenza pari o inferiore a 22 kW, o di potenza elevata, se superiore a 22 kW. Il punto di ricarica di potenza standard è classificato come a ricarica ‘lenta o slow’ fino a 7 kW; a ricarica ‘accelerata o quick’ se superiore a 7 kW e fino a 22 kW. Il punto di ricarica di potenza elevata si divide invece in ‘veloce o fast’ quando è superiore a 22 kW e fino a 50 kW; e ‘ultraveloce o ultra-fast’ se superiore a 50 kW.

Il report sottolinea: “è ancora percepita come un disagio per l’utente la sostanziale assenza di stazioni di ricarica nelle aree di servizio e lungo le arterie autostradali, che invece avrebbero bisogno di una più capillare diffusione di punti di ricarica ad alta potenza o High Power Chargers”.

Più praticità per mettere il turbo all’e-mobility

Con una rete autostradale complessiva di 7 mila Km, i punti di ricarica fast presenti risultano 15 ogni 100 Km. Ma, quasi sempre, per accedere a queste stazioni di ricarica “occorre uscire dall’autostrada per ricaricare fuori delle competenze autostradali e solo su strade Anas, e accedere, ad esempio, alla rete di ricarica Eva+”. Anche per questo, nel dicembre scorso, la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento in base al quale tutti i concessionari autostradali devono installare colonnine di ricarica per veicoli elettrici di ultima generazione e ad alta potenza, lungo le tratte di loro competenza, almeno ogni 50 chilometri.

Sempre dal punto di vista normativo e regolatorio, l’associazione Motus-E fa notare anche che “consideriamo necessaria la semplificazione degli iter di installazione di ricariche su suolo pubblico e, allo stesso tempo, l’agevolazione delle infrastrutture private”. In pratica, per mettere il turbo alla mobilità elettrica occorre renderla più facile, semplice, funzionale per l’automobilista e l’utente finale.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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