Come superare la crisi e cogliere le opportunità della digitalizzazione: le strategie per il successo secondo Federmeccanica

Analizzare gli effetti della pandemia sull’economia italiana, distinguendo tra quelli temporanei e permanenti e fornire uno strumento in grado di aiutare le imprese, in particolare le PMI, in questa difficilissima fase congiunturale, suggerendo i passi da compiere per poter affrontare i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro: questo è lo scopo del Position Paper “Liberare l’ingegno” pubblicato da Federmeccanica.

Il documento è frutto del lavoro dell’omonima Task Force, composta da docenti universitari, manager di aziende, rappresentanti di associazioni industriali ed esperti del mercato del lavoro, che da marzo ad ottobre 2020 si sono riuniti a cadenza bisettimanale per discutere della situazione emergenziale affrontata dalle aziende e del ruolo che la tecnologia può ricoprire nel contrasto all’emergenza sanitaria in corso, nello sviluppo dei business e nella formazione per lo sviluppo di nuove competenze.

Gli effetti temporanei e permanenti della pandemia su economia, imprese e lavoratori

Degli effetti della pandemia sulle imprese metalmeccaniche e sui lavoratori, Federmeccanica ha discusso ampiamente nella presentazione dell’ultima indagine congiunturale (la 157°) che, nonostante i dati negativi del 2020 (- 13,4% di produzione), ha evidenziato una situazione meno tragica rispetto alle previsioni fatte nel giugno 2020.

Se, come le analisi hanno mostrato negli ultimi mesi, fattori come il calo della domanda, una maggiore propensione al risparmio delle famiglie e la riduzione dell’export con alcuni partner (soprattutto India e Cina) sono influenzati dall’evoluzione della pandemia (e delle restrizioni per combatterla) e sono quindi effetti temporanei, fattori come il cambiamento della domanda e dell’offerta diventeranno invece strutturali e permanenti.

In particolar modo, occorrerà ridefinire  la nozione di “produzioni strategiche” a livello nazionale, includendo anche beni come dispositivi sanitari e presidi per l’ambiente. Settori che nella fase spinta della globalizzazione erano stati delegati ai paesi in via di sviluppo e in cui l’industria italiana dovrà fare un catch up tecnologico.

Una sfida che si inserisce nell’ottica del ripensamento delle catene globali del valore in un’ottica di resilienza che richiede un rafforzamento delle competenze chiave in ambito manifatturiero, in grado di sostenere processi di innovazione che non abbiano come protagonista solo l’ambito di Ricerca e Sviluppo, ma una maggiore integrazione tra sviluppo di idee e conoscenze e contesto di produzione ed applicazione.

Un processo che, sottolinea il paper di Federmeccanica, non deve puntare necessariamente sul reshoring, ma anche sulla costruzione di relazioni più di lungo termine. La pandemia ha, inoltre, spinto a rivedere i modelli di business, ponendo l’accento sulla servitization (ampliamento del prodotto in chiave di servizio) e ha accelerato la diffusione dei servizi digitali, quali l’e-commerce.

A questi, si sono aggiunti anche cambiamenti culturali, come nella visione dell’intervento dello Stato nell’economia (con un approccio meno rigido al tema degli aiuti di Stato, anche in ambito europeo), nei rapporti di lavoro con la diffusione dello smart working e una maggiore attenzione da parte delle aziende ai temi ambientali e di sostenibilità.

La ricetta di Federmeccanica per favorire la ripresa

Nel documento, la Task Force indica alcuni interventi necessari per favorire la ripresa della manifattura italiana, ovvero:

  • Rendere strutturali e permanenti gli incentivi impresa 4.0 accompagnandoli con un sostegno forte alle PMI
  • potenziare la formazione dei lavoratori, di tutti i livelli, anche utilizzando le nuove modalità formative abilitate dalle tecnologie digitali
  • evitare azioni puramente di immagine, si pensi all’incentivazione fiscale dell’auto elettrica che – in assenza di una eventuale azione di sistema per il suo sviluppo in Italia – ad oggi premia quasi esclusivamente produzioni straniere
  • concentrare le risorse su azioni che tengano conto delle specificità della nostra manifattura. Per esempio, il tema dell’efficientamento energetico delle PMI costituisce un interessante punto di intersezione tra le tecnologie digitali più avanzate (“gemello digitale”, IoT, simulazione ed altri) e l’esigenza di rendere sempre più sostenibili e competitive le nostre produzioni
  • destinare risorse su azioni che incentivino congiuntamente l’adozione di nuove tecnologie e la crescita dimensionale delle imprese
  •  favorire il reshoring di produzioni combinate con azioni di sostegno all’innovazione e allo sviluppo di competenze
  • annunciare azioni con carattere permanente o quantomeno pluriennale allo scopo di creare un quadro di sufficiente stabilità che possa permettere alle imprese di pianificare i propri investimenti.

Un impegno che riguarda anche le aziende, internamente, che spesso non riescono a cogliere appieno le opportunità della digitalizzazione a causa di un approccio sbagliato al cambiamento (ricordiamo che secondo un’indagine dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano soltanto il 14% delle imprese ha un approccio strategico verso le tecnologie da adottare), di uno scarso supporto da parte della dirigenza e della mancanza di talenti (in Italia 10 milioni di lavoratori non ha le competenze giuste per il proprio impiego).

Intelligenza artificiale, dati e sensori: le tecnologie a sostegno delle aziende

Le tecnologie digitali, sottolinea il rapporto della Task Force, sono una grande risorsa per rispondere alle sfide del momento (come le precauzioni da adottare per scongiurare i contagi sul luogo di lavoro), ma anche per muoversi in un contesto lavorativo che sarà caratterizzato da incertezza e continui cambiamenti.

Sono disponibili numerose innovazioni che permettono di rispondere a queste problematicità (come i sensori indossabili per il distanziamento degli operatori e le soluzioni di robotica collaborativa e automazione per ridurre il bisogno della presenza fisica), ma è importante che le aziende si approccino alla digitalizzazione con una visione strategica che permetta di scegliere non l’ultima tecnologia, ma piuttosto le tecnologie che meglio si adattano alle esigenze e alle strategie specifiche della singola impresa.

Importante è il ruolo che in questo ambito ricoprono gli esperti in innovazione (come i Digital Innovation Hub europei, i Competent Center diffusi sul territorio nazionale, ma anche i  Service Providers, System Integrators etc.), che possono adeguatamente indirizzare e supportare il processo di rinnovamento.

La crisi Covid-19 ha messo a dura prova la tenuta economico-finanziaria di tante aziende, aggiungendo ulteriori difficoltà a quelle già esistenti in esito alla competizione globale. Per superare queste sfide, sottolinea la Task Force, diventerà sempre più importante il ruolo dell’Internet of Things e dei dati nella manifattura.

“Per utilizzare al meglio gli impianti che abbiamo, dobbiamo farli parlare. Più cose gli impianti ci diranno (come, ad esempio, quali sono le fermate ricorrenti, le fonti di scarto, le correlazioni tra i parametri di processo, le operazioni eliminabili, ecc.), più li metteremo nelle condizioni di lavorare al meglio”, sottolinea Corrado La Forgia, Vice Presidente con delega all’Innovazione di Confindustria Cremona.

C’è ancora troppa poca consapevolezza dell’importanza dell’utilizzo dei dati che spesso vengono raccolti in grandi quantità senza essere utilizzati, a fronte dei diversi esempi di successo che vengono dalle aziende che hanno fatto dei dati non solo una risorsa, ma un punto di partenza per creare altri modelli di business. Si tratta di tecnologie che possono essere utilizzate anche negli impianti più datati e che possono assicurare incrementi delle efficienze degli impianti e relativa produttività anche superiore al 10%. Uno spreco che non possiamo permetterci, si sottolinea nel documento.

Non solo tecnologie, ma anche cultura e formazione: i cambiamenti necessari alla crescita

Oltre all’approccio con cui vengono pianificati gli investimenti nelle nuove tecnologie, le aziende dovranno rivedere anche i rapporti interni. Un esempio di questo cambiamento viene proprio dallo smart working, che per passare da risposta contingentata a cambiamento strutturale richiede una rivoluzione dei rapporti gerarchici in azienda, dalla classica struttura verticale a un modello orizzontale, che punti sulla responsabilizzazione del lavoratore e sulla condivisione di know-how tra “pari”.

Essenziale anche un cambiamento dei percorsi educativi e della formazione continua anche per la forza lavoro. In quest’ottica,”si potrebbe lavorare per una cross-contaminazione dei percorsi formativi, così da renderli più adattabili alle esigenze attuali, alle esigenze delle persone, a quelle dell’ambiente e del mondo del lavoro”, sottolinea Daniela De Lucia, Direttrice della ROLD Academy.

Serve quindi una visione di lungo termine che estenda il raggio di azione. Un sistema formativo di un ecosistema in cui scuole, università, aziende, enti del terzo settore collaborano attivamente alla creazione della formazione dell’individuo, che permetterebbe anche di ridurre le disuguaglianze tra i lavoratori e tra le regioni italiane. Disuguaglianze che pesano sulla capacità del nostro Paese di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, sostiene un rapporto dell’ASVIS (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) in cui si sottolinea che “in Italia permangono forti disuguaglianze tra le regioni, dovute al divario del Mezzogiorno rispetto alla media nazionale, evidente per la quota di laureati tra i 30-34 anni (21,6% nel Mezzogiorno, rispetto alla media nazionale del 26,9%)”.

Un sistema che dovrà tenere conto anche delle opportunità che nascono dallo sviluppo della formazione a distanza (FAD) che prima della pandemia era considerata come uno strumento di minore importanza, ma che può e deve essere sviluppata anche successivamente alla fase emergenziale per allargare la platea di persone coinvolte nei percorsi formativi e per superare i limiti storici dei metri quadrati di laboratori ed aule a disposizione.

Connettere le aree produttive del Paese, c’è ancora molto da fare

Non è, tuttavia, soltanto una questione di approccio delle imprese: ai cambiamenti culturali che dovranno essere adottati, Federmeccanica sottolinea l’importanza di investimenti e interventi volti a permettere alle aziende di sfruttare al meglio le tecnologie esistenti.

In questa ottica diventa indispensabile lo sviluppo della fibra in tutte le aree industriali. Secondo un’indagine condotta nel 2019 dalla società di consulenza Ernst&Young nell’ambito dell’Osservatorio Ultrabroadband, solo un terzo delle 11 mila aree industriali italiane censite risulta raggiunto da una connessione in fibra ottica oltre i 30 Mbps.

Una situazione a cui si sta tentando di porre rimedio sia a livello europeo, con la strategia per l’Agenda Digitale Europea contenuta nella programmazione dei fondi strutturali 2014-2020, sia a livello nazionale. Il recente documento prodotto dal Servizio Studi della Camera dei Deputati “Le infrastrutture di comunicazione mobile e la banda ultralarga” riporta il finanziamento di 233 milioni di euro del Fondo PON Imprese e Competitività “finalizzato alla realizzazione della banda larga ultra veloce nelle aree produttive ricadenti nei cluster C – 2.650 Comuni interessati – e D – 4.300 Comuni interessati”, che rappresentano quasi l’88% dei Comuni italiani.

Ma quale modello adottare per collegare le aree produttive? Nel documento si fa riferimento al caso dell’Emilia-Romagna e degli interventi programmati dalla regione per il superamento del divario digitale negli insediamenti produttivi, che vedono un’azione condivisa tra il Comune nel quale è presente l’area produttiva, le imprese dell’area produttiva interessate ad aderire all’iniziativa e Lepida Scpa, la società in house degli enti locali e della Regione Emilia-Romagna per
la realizzazione e gestione della rete in fibra ottica della PA della Regione, che si configura come il partner tecnologico in
grado di svolgere tutte le attività tecniche per lo sviluppo dell’infrastruttura.

Ad analizzare il modello è proprio il Direttore della divisione Welfare Digitale di Lepida Spa, Sergio Duretti, secondo cui per replicare con successo tale iniziativa (che si è aggiudicata a novembre 2016 il premio European Broadband Award per la categoria “Riduzione dei costi e co investimenti”), occorrono:

  • un chiaro indirizzo politico e di programmazione (meglio se accompagnato da una specifica produzione normativa)
  • l’interesse e la disponibilità delle Amministrazioni pubbliche locali a individuare le modalità tecniche più idonee per l’intervento
  • la presenza di un soggetto con le necessarie competenze tecniche per governare l’intera fase di realizzazione (se pubblico ovvero in controllo delle Amministrazioni pubbliche interessate meglio ancora)
  • la presenza di operatori locali in grado di fornire il servizio di ultimo miglio.

Dal 2016 grazie a questo modello sono state collegate 80 aree produttive con un servizio attivo per 314 aziende, per un utilizzo di banda da parte delle aziende che supera i 2,5 Gbit/s.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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