L’era dell’Industria 5.0 è già iniziata e vedrà una manifattura sempre più umano-centrica, sostenibile e resiliente. A dirlo non è uno studio elaborato da una équipe di esperti di marketing al servizio di qualche multinazionale, ma un documento ufficiale dell’Unione Europea.

Ma prima di arrivare all’analisi del documento dell’UE, vale forse la pena fare una brevissima ricostruzione di quello che le precedenti rivoluzioni industriali hanno rappresentato nel corso degli ultimi 250 anni.

La Prima rivoluzione industriale risale convenzionalmente all’invenzione di una serie di macchine mirate a velocizzare la produzione di filati nella seconda metà del Settecento: la “giannetta” di Hargreaves del 1765, il filatoio ad acqua di Arkwright un paio di anni dopo, la macchina a vapore di Watt nel 1776 e infine il telaio meccanico di Cartwright nel 1787. Tutte innovazioni che ebbero un impatto devastante sulla produttività, intesa come capacità di produrre un determinato quantitativo di prodotto a parità di ore uomo.

Per arrivare alla Seconda rivoluzione industriale passerà circa un secolo: bisognerà cioè attendere l’invenzione – e la conseguente applicazione industriale – dell’energia elettrica. Si trattò di un processo che, proprio come nel caso della prima rivoluzione, richiese diverse decine di anni perché giungesse a piena maturazione e dispiegasse il proprio potenziale. Il fordismo, per esempio, che può essere considerato un modello di business espressione della seconda rivoluzione industriale, nasce nel 1913 e dura fino a tutti gli anni Quaranta.

La Terza rivoluzione industriale viene convenzionalmente fatta datare agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con l’avvento dei computer e la diffusione dell’automazione basata su sistemi prima elettromeccanici e poi (dopo gli anni Ottanta) elettronici. Sono gli anni del post fordismo, della terziarizzazione dell’economia, ma anche quelli del Toyota Production System e del lean manufacturing, temi che ancora oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, sono ancora di grande attualità.

La Quarta rivoluzione industriale, o Industria 4.0, è un termine che fa capolino nel 2011 (ne abbiamo parlato in un ampio articolo in occasione del decennale qui), non senza qualche polemica, visto che c’è chi la considera una semplice evoluzione della 3.0. È l’era dell’industria digitale. A partire dal 2015 il concetto comincia a essere effettivamente conosciuto e applicato dalle imprese cosiddette “champion”. L’idea della quarta rivoluzione industriale nasce vedendo la fabbrica come luogo nel quale operano i cosiddetti sistemi ciberfisici (CPS), cioè sistemi fisici integrati con i sistemi informatici. Industria 4.0 mira a rendere la produzione “smart”, cioè flessibile e autonoma, e i prodotti sempre più connessi e personalizzati. Per farlo sfrutta una serie di tecnologie abilitanti – molte delle quali già disponibili – tra cui realtà aumentata, cloud, robotica intelligente e collaborativa, cyber security. Alla base dell’Industria 4.0 c’è sicuramente una diffusa sensorizzazione di sistemi di produzione e prodotti: ancora una volta, tecnologie già esistenti, ma giunte a maturazione e a un livello di prezzo tale da consentirne una diffusione capillare.

A che punto siamo, nel 2021, sulla strada della quarta rivoluzione industriale potranno giudicarlo solo i posteri. Che il mondo produttivo sia profondamente cambiato – se guardiamo alle punte di diamante della manifattura nel mondo – non ci sono dubbi. Quanto questo fenomeno sia diventato realmente pervasivo è invece ancora tutto da dimostrare. E’ possibile che, a soli 10 anni di distanza dall’avvio della quarta, sia già in atto la Quinta rivoluzione industriale?

Dalla Società 5.0 all’Industria 5.0

Eppure è già da diversi anni che si sente parlare di Industria 5.0. Il termine è stato anticipato in realtà da quello di “Società 5.0” emerso in Giappone già a metà dello scorso decennio e spinto da menti come quella di Keiju Matsushima, convinto che dopo l’industria è la società a dover fare un salto in avanti, diventando “una nuova società intelligente, che assorbe le innovazioni della quarta rivoluzione industriale non solo per migliorare la produttività, ma anche per aiutare a risolvere problemi sociali”.

Come scrivono gli autori del policy brief della UE che vedremo tra poco, “la società 5.0 è una società in cui le tecnologie informatiche avanzate, l’Internet delle cose, i robot, l’intelligenza artificiale e la realtà aumentata sono utilizzati attivamente nella vita di tutti i giorni, nell’industria, nella sanità e in altri ambiti di attività, non principalmente per un vantaggio economico ma per il beneficio e il benessere di ogni cittadino”.

L’idea è poi traslata senza soluzione di continuità dalla Società 5.0 all’Industria 5.0, benché gli stadi dello sviluppo della società non seguano necessariamente la stessa numerazione delle rivoluzioni industriali.

Nel corso di questi anni Industria 5.0 è stata chiamata in causa quando si è evidenziata l’evoluzione in chiave collaborativa della robotica, quando si è discusso di modelli tecnologici umanocentrici, quando si è iniziato a parlare della importantissima dimensione della sostenibilità ambientale e sociale. Tutte dimensioni interessantissime, ma la domanda resta: sono queste espressione di un’era industriale diversa da quella di Industria 4.0?

Il policy brief dell’UE sull’Industria 5.0

Ed eccoci arrivati al documento della UE: un “policy brief” datato gennaio 2021 il cui compito è proprio quello di definire e raccontare che cosa è l’Industria 5.0 e, naturalmente, pensare alle politiche da mettere in atto per supportarne lo sviluppo.

Nel documento, firmato da Maija Breque, Lars De Nul e Athanasios Petridische e intitolato “Industry 5.0 – Towards a sustainable, human-centric and resilient European industry”, l’UE sancisce i tre assi attorno ai quali si sviluppa l’Industria 5.0 e che sono la human-centricity, la sostenibilità e la resilienza. Lo trovate in versione integrale in calce a questo articolo.

La tesi degli autori si trova in fondo al documento, a pagina 48, ed è la seguente:

L’Industria 5.0 completa il paradigma esistente dell’Industria 4.0, mettendo in primo piano la ricerca e l’innovazione come motori per una transizione verso un’industria europea sostenibile, incentrata sull’uomo e resiliente. Sposta l’attenzione dal valore per gli azionisti a quello per gli stakeholder, con benefici per tutti gli interessati. L’industria 5.0 cerca di catturare il valore delle nuove tecnologie, assicurando una prosperità non limitata solo al lavoro e alla crescita, rispettando i limiti del pianeta e mettendo il benessere del lavoratore dell’industria al centro del processo di produzione.

Si noti – per inciso – che si tratta sostanzialmente dei concetti trattati già nell’edizione 2017 del World Manufacturing Forum, quando però questi stessi fattori erano considerati parte integrante – anzi fondante – dell’Industria 4.0.

Gli autori del policy brief sono convinti che “la transizione verso l’Industria 5.0 è già iniziata” e sottolineano come diversi progetti stanno già contribuendo allo sviluppo di questo concetto nell’ambito di Horizon 2020.

Ma – anticipate le conclusioni – torniamo all’inizio, alla prefazione di Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù. Che scrive:

L’innovazione non mostra segni di rallentamento. L’industria europea ha continuamente bisogno di innovare per rimanere competitiva. Ora più che mai, dobbiamo investire nel futuro, per superare le sfide economiche poste dalla crisi del coronavirus, e per stabilire una “nuova normalità” con un’industria europea più competitiva, più sostenibile e più verde. Il nostro ruolo è quello di guidare questa nuova ondata di innovazione.

Istanze più che condivisibili che sono alla base anche del programma Next Generation EU e di Horizon Europe. Ma, ancora: si tratta di legittime aspirazioni e non di una rivoluzionaria realtà di cui prendere atto.

E infatti, addentrandosi nella lettura del documento, si legge:

È importante sottolineare che Industria 5.0 non dovrebbe essere intesa come una continuazione cronologica o un’alternativa al paradigma esistente di Industria 4.0. È il risultato di un esercizio lungimirante, un modo di inquadrare come l’industria europea e le tendenze e i bisogni emergenti della società coesisteranno. Come tale, Industria 5.0 integra ed estende le caratteristiche distintive di Industria 4.0. Sottolinea gli aspetti che saranno fattori decisivi nel collocare l’industria nella futura società europea; questi fattori non sono solo di natura economica o tecnologica, ma hanno anche importanti dimensioni ambientali e sociali.

Le sei tecnologie abilitanti dell’Industria 5.0

I tre esperti dell’UE hanno delineato sei tecnologie abilitanti per l’Industria 5.0

  • Interazione uomo-macchina personalizzata
  • Tecnologie ispirate alla natura e materiali intelligenti
  • Gemelli digitali e simulazione
  • Tecnologie per la trasmissione, l’immagazzinamento e l’analisi dei dati
  • Intelligenza artificiale
  • Tecnologie per l’efficienza energetica, le energie rinnovabili, lo stoccaggio dell’energia e l’autonomia.

L’Industria 5.0, scrivono gli autori, “vuole fare i conti con le promesse della digitalizzazione avanzata, dei big data e dell’intelligenza artificiale, sottolineando il ruolo che queste tecnologie possono svolgere per affrontare nuove esigenze emergenti nel panorama industriale, sociale e ambientale. Questo significa usare i dati e l’intelligenza artificiale per aumentare la flessibilità della produzione in tempi di grande e rapido cambiamento e rendere le catene del valore più robuste; significa usare una tecnologia che si adatti al lavoratore, piuttosto che il contrario; e significa usare la tecnologia al servizio di economia circolare e sostenibilità.

Umanocentrica, sostenibile e resiliente

E vediamo più in dettaglio il significato delle tre dimensioni dell’Industria 5.0.

“Piuttosto che prendere la tecnologia emergente come punto di partenza ed esaminare il suo potenziale per aumentare l’efficienza, un approccio umano-centrico nell’industria mette i bisogni e gli interessi umani fondamentali al centro del processo di produzione”.

Bisogna chiedersi, insomma, che cosa la tecnologia può fare per noi e non che cosa sarebbe teoricamente possibile fare con le nuove tecnologie.

Inoltre occorre usare la tecnologia “per adattare il processo di produzione alle esigenze del lavoratore, ad esempio per guidarlo e formarlo”, senza chiedere al lavoratore lo sforzo di adattarsi alla nuova tecnologia.

Infine, bisogna assicurarsi che le nuove tecnologie “non interferiscano con i diritti fondamentali dei lavoratori, come il diritto alla privacy, all’autonomia e alla dignità umana”.

Veniamo alla sostenibilità, che nel caso dell’industria significa “sviluppare processi circolari che riutilizzino, diano nuova destinazione e riciclino le risorse naturali, riducano i rifiuti e l’impatto ambientale”.

Sostenibilità significa “ridurre il consumo di energia e le emissioni di gas serra, per evitare l’esaurimento e il degrado delle risorse naturali, per garantire i bisogni delle generazioni di oggi senza compromettere i bisogni delle generazioni future”. Su questo “tecnologie come l’IA e la produzione additiva possono giocare un ruolo importante in questo senso, ottimizzando l’efficienza delle risorse e minimizzando gli sprechi”.

Infine la resilienza, cioè la necessità di che la produzione industriale sia più “robusta” e possa resistere alle crisi. Questo richiede lo sviluppo di “catene di valore strategico sufficientemente resilienti, capacità di produzione adattabile e processi aziendali flessibili, specialmente dove le catene di valore servono bisogni umani fondamentali, come la sanità o la sicurezza”.

Il ruolo del lavoratore, quello dei robot e quello dell’AI

Come abbiamo visto, uno dei tratti salienti dell’Industria 5.0 è che la tecnologia serva le persone, piuttosto che il contrario. Questo cambia radicalmente la visione del lavoratore che “non deve essere considerato come un ‘costo’, ma piuttosto come una posizione di ‘investimento’ per l’azienda, che permette sia all’azienda che al lavoratore di svilupparsi”.

Di conseguenza il datore di lavoro sarà interessato a investire nelle competenze, nelle capacità e nel benessere dei suoi dipendenti, al fine di raggiungere i suoi obiettivi.

Allo stesso tempo, “i lavoratori devono essere strettamente coinvolti nella progettazione e nell’applicazione delle nuove tecnologie industriali, comprese la robotica e l’IA”.

Nel mondo 5.0 “le nuove tecnologie hanno il potenziale di rendere i luoghi di lavoro più inclusivi e più sicuri per i lavoratori, oltre ad aumentare la loro soddisfazione sul lavoro e il loro benessere”. E così i robot “potrebbero occuparsi di una serie di compiti ripetitivi e più semplici, rendendo i luoghi di lavoro più sicuri per i lavoratori”, mentre “le tecnologie basate sull’AI, così come gli strumenti di realtà virtuale e aumentata, possono essere utilizzati per guidare il lavoratore a svolgere compiti più specializzati, che altrimenti richiedono competenze e formazione specifiche”. A beneficiarne saranno – spiegano gli autori – anche lavoratori diversamente abili e donne.

Quanto alle competenze, quelle digitali non sono le uniche indispensabili: un grande rilievo sarà dato alle competenze più trasversali legate al pensiero creativo, imprenditoriale, flessibile e aperto.

Il rischio di parlare oggi di Industria 5.0

La domanda che a questo punto bisogna porsi è questa: in un momento in cui il paradigma 4.0 è ben lungi dall’aver dispiegato la pienezza delle proprie potenzialità – e considerato che tutti i concetti di cui si parla sono in realtà parte integrante dell’Industria 4.0 – è davvero una buona idea forzare le tappe – quantomeno nella scelta del nome – parlando di Industria 5.0?

La sensazione è che, nella più totale buona fede, l’UE voglia sfruttare il “buon nome” dell’industria 4.0 per dare una visione integrata ed evolutiva di una parte delle idee che la compongono. Spingere cioè più sui fini che sui mezzi, che è un atteggiamento ampiamente condivisibile.

Ma in questo modo c’è il rischio concreto di abusare del concetto stesso di “rivoluzione industriale”. E questo a sua volta potrebbe “minare” sia la credibilità di chi, con entusiasmo, ne parla sia la fiducia dell’imprenditore, che potrebbe essere portato a credere che il 5.0, come anche il 4.0, siano solo delle trovate di marketing.

Insomma, una UE che parla apertamente (e prematuramente) di Industria 5.0 forse non fa un favore nemmeno all’Industria 4.0.

 

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Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

2 thoughts on “Se anche l’Europa parla di Industria 5.0…

  • Sono perfettamente d’accordo.
    Lo scenario Industria 4.0, reso ancora più complesso dai termini “Impresa 4.0” e “Transizione 4.0”, probabilmente non abbisogna oggi di ulteriori elementi che ne rendono complessa comprensione e diffusione.
    Abbiamo potuto vedere, anche da un Vs recente articolo relativo a UNI e alla Gestione dell’Innovazione, che sia in via di sdoganamento il termine Industria 5.0.
    Prudenza, prudenza, prudenza, o non riusciremo a farci capire dalla infinita platea di attori che attorno a questi temi si stanno solo ora affacciando…

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