I (primi) cinque anni del Piano Transizione 4.0: i risultati e le prospettive tra tante luci e qualche ombra

Sono passati poco più di 5 anni da quando, nel settembre del 2016, veniva presentato il Piano Industria 4.0. Da allora il Piano ha subito diverse modifiche: dal nome – prima passato a Impresa 4.0 e successivamente a Transizione 4.0 – alla platea e all’orizzonte temporale di riferimento, alle attività agevolabili, fino alle aliquote delle agevolazioni.

E con la legge di bilancio, appena approdata in Senato, il Piano sembra entrare in una nuova fase, presentando modifiche altrettanto significative: l’estensione dell’orizzonte temporale a tutto il triennio 2023 – 2025 con la rimodulazione delle aliquote, dimezzate a partire dal 2023.

“Un’evoluzione naturale del Piano, che era nato come misura shock per stimolare gli investimenti delle imprese e con l’intento di fornire misure una-tantum”, spiega Marco Calabrò, Dirigente Mise Direzione Generale Politiche industriali, intervenuto alla nuova puntata di Italia 4.0 – il programma di approfondimento settimanale di Class Cnbc – che è andata in onda mercoledì 17 novembre alle 21.00 sul canale 507 di Sky e che può essere rivista in streaming sul sito dedicato di Milano Finanza.

Nella nuova puntata del programma dedicata proprio alle novità in ambito di Industria 4.0, il direttore Andrea Cabrini ripercorre le evoluzioni del Piano Transizione 4.0, evidenziandone luci e ombre e i risultati (positivi e non) con ospiti d’eccezione, a partire da chi al Piano lavora attualmente (come nel caso di Marco Calabrò) a chi ha contribuito a delinearne i contorni iniziali, come Marco Taisch, Professore Politecnico di Milano e Presidente Competence Center Made.

Tra i temi al centro della discussione anche gli effetti del Piano sulle imprese metalmeccaniche, con Federico Visentin, Presidente di Federmeccanica, e le necessità a cui la politica industriale dovrà rispondere nei prossimi anni, anche in relazione all’attuale situazione dell’economia e delle imprese italiane.

Tra gli ospiti anche Marco Fortis, docente di Economia Industriale alla Cattolica, economista e Direttore Fondazione Edison, e Jörg Buck, Consigliere Delegato della Camera di Commercio Italo-Germanica.

Industria 4.0, c’è veramente stata una rivoluzione culturale?

Quando venne introdotto, il Piano “puntava a fare una vera e propria rivoluzione culturale all’interno delle imprese”, spiega Calabrò. “La situazione di partenza era quella di un sistema imprenditoriale caratterizzato da un crescente deficit di produttività e da macchinari di produzione sempre più obsoleti”.

A cinque anni di distanza – e in una fase di uscita da quella che è stata più volte definita come “la peggiore crisi economica dal secondo dopoguerra” – sono proprio l’industria e gli investimenti a trainare la ripresa economica del nostro Paese, con la metalmeccanica che evidenzia una ripresa più virtuosa rispetto ai nostri vicini europei (Germania, Francia e Spagna).

Segnali che questa rivoluzione culturale è davvero avvenuta? Il Piano non ha mancato di raggiungere alcuni importanti traguardi, come l’aumento degli investimenti in tecnologie 4.0 – tra cui  IoT, Industrial Analytics, Cloud Manufacturing, Additive Manufacturing, Advanced Automation, servizi consulenza e formazione e Advanced Human Machine Interface – cresciuti esponenzialmente in questi ultimi 5 anni.

Inoltre, il Piano ha avuto il merito di avvicinare alle tecnologie 4.0 molte imprese che, differentemente, non avrebbero avuto le capacità di investire in queste tecnologie. Si è trattato di “uno dei rari casi in cui è stata fatta politica industriale trasversale, a favore di tutto il sistema produttivo”, precisa Marco Fortis.

Ma la domanda è: il Piano Industria 4.0 ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato?

Per cominciare, non tutte le aziende hanno saputo sfruttare le opportunità offerte dalle agevolazioni: Se il piano è stato un boost per le grandi imprese, lo stesso non si può dire per le PMI. E questo è vero soprattutto per settori, come quello della metalmeccanica, dove vi è una prevalenza di PMI (che costituiscono il 95% delle imprese presenti nel settore e ammontano per il 44% degli occupati).

Non sono ancora evidenti, inoltre, grandi risultati in termini di aumento di produttività, anche se per valutare questo “occorrerà attendere ancora tempo, perché vi è un ritardo tra quando si effettuano gli investimenti e quando effettivamente si iniziano a vedere gli effetti sulla produttività”, spiega Marco Taisch.

Ma non è solo questo il nodo della questione. Perché per cambiare la cultura delle aziende servono anche nuove competenze e per acquisirle serve investire in formazione per riqualificare la forza lavoro, soprattutto in un settore come quello manifatturiero che risulta poco attrattivo per i giovani.

Tuttavia, è proprio sulla formazione che il Piano Transizione 4.0 ha raggiunto i risultati meno brillanti. Infatti il credito di imposta rivolto a sostenere le attività formative delle aziende è stato lo strumento meno utilizzato. E anche l’ultimo rapporto Desi – l’indice con cui la Commissione europea misura i progressi nel digitale dei Paesi membri – ha sottolineato quanto poca formazione facciano le aziende italiane rispetto ai vicini europei, a fronte di un gap in competenze digitali che non accenna a diminuire.

Competenze e sostenibilità, perché si deve e si può fare di più

Perché dunque la scelta di rimuovere proprio questo strumento agevolativo? Una scelta “gravissima”, sostengono Marco Taisch e Federico Visentin.

Contrariamente, sottolineano gli ospiti, c’è bisogno di moltiplicare gli sforzi sulla formazione, anche perché da sole le PMI non saranno in grado di sostenere l’attività formativa indispensabile ad acquisire internamente le competenze necessarie per affrontare le transizioni digitali e green.

Ed è proprio la transizione green, su cui la pandemia ha acceso ulteriormente i riflettori, l’altra grande assente del Piano Transizione 4.0. Perché se è vero che “vi sono numerose convergenze tra digitalizzazione e transizione verde, il Piano nasce con l’obiettivo di promuovere la digitalizzazione delle imprese e, alla luce dei cambiamenti che sono avvenuti in questi anni, occorre fare una riflessione profonda su questo tema”, ammette Calabrò.

Una riflessione che, secondo il Dirigente del Mise, richiede tempi più lunghi e che non può quindi essere soggetta alle scadenze della legge di bilancio.

Quale futuro per il Piano Transizione 4.0?

A fronte dei miglioramenti su cui si dovrà discutere, la proroga del Piano Transizione 4.0 in ottica pluriennale era tutt’altro che scontata, sottolinea Calabrò.

La rimodulazione delle aliquote deve essere vista, sottolinea il Dirigente, come la normale evoluzione del Piano. “È anche un modo per evitare che le agevolazioni producano un effetto di ritardo sugli investimenti” aggiunge Taisch.

Ma, sulla capacità delle misure di stimolare gli investimenti – e soprattutto quegli investimenti di cui c’è bisogno – si dovrà necessariamente tornare a discutere. Perché la manifattura di oggi non è quella di 5 anni fa. In mezzo vi è stata, tra le altre cose, una pandemia mondiale, che ha accelerato il ritmo di queste trasformazioni e ha messo a nudo le criticità del sistema.

È il caso delle catene di fornitura, che si sono interrotte (con le conseguenze che tutti ricordiamo) quando è venuta meno la possibilità di movimento di persone e merci a cui ci ha abituato la globalizzazione. Dunque le catene di fornitura dovranno accorciarsi e questo richiederà nuovi investimenti.

Investimenti che, contrariamente al passato, non devono più guardare ai macchinari, ma alla capacità produttiva. Ed è questo l’altro nodo del Piano Transizione 4.0 su cui si dovrà discutere: la mancanza di investimenti dedicati alla servitizzazione.

Eppure l’industria si sta già muovendo in quella direzione, spinta da un bisogno di maggiore sostenibilità – che richiede di ripensare completamente i modelli produttivi e il ciclo di vita dei prodotti – e di maggiore resilienza.

 

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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