Più importanza a flessibilità, benefit e valori aziendali: così la pandemia ha cambiato il mercato del lavoro

La pandemia ha modificato in maniera significativa anche il mondo del lavoro, accelerando quei cambiamenti già previsti nel lungo periodo. Da un lato, l’adozione di nuove tecnologie e un maggiore focus sull’innovazione hanno portato a una maggiore richiesta di nuove competenze da parte delle imprese per affrontare tutte quelle sfide imposte dalla
nuova normalità.

Dall’altro, gli effetti della pandemia hanno portato molte persone a rivalutare le proprie priorità, attribuendo sempre più valore al benessere, all’equilibrio tra lavoro e vita privata e alla condivisione di valori con la propria azienda sulle principali istanze sociali, dall’inclusione alla lotta al cambiamento climatico.

Ed è proprio la centralità guadagnata dai desideri delle persone ad emergere dal report di ManpowerGroup “The Great Realization”, che analizza i trend che plasmeranno il futuro del lavoro in Italia.

Flessibilità e salute mentale: i tabù rotti dalla pandemia

La possibilità di gestire individualmente il proprio lavoro non sarà più riservata solo a poche figure. Ognuno, indipendentemente dal ruolo occupato (dalla linea di produzione all’ufficio), inizierà a considerare flessibilità, salari equi e più autonomia come la “norma” di riferimento, ridefinendo le aspettative base di lavoro e lavoratori.

Tra le tendenze individuate dallo studio emerge un sempre maggiore desiderio di flessibilità da parte dei lavoratori, che vogliono poter avere un ruolo attivo nella definizione delle modalità lavorative. Poter scegliere l’orario di inizio e di fine giornata, ad esempio, è per il 51% delle persone intervistate uno dei fattori principali per quanto riguarda la flessibilità sul lavoro.

Il benessere mentale sta diventando una priorità, andando ad ampliare in maniera esponenziale il concetto di salute e sicurezza. Un movimento di massa volto a rompere il tabù del silenzio spingerà i datori di lavoro ad accettare in pieno i nuovi obblighi di tutela, ovvero proteggere salute mentale, guadagni, impiegabilità e benessere.

Il 39% degli intervistati, infatti, sceglierebbe di avere più giorni di ferie per prevenire il burnout, ossia quella condizione di esaurimento mentale e fisico causata proprio dallo stress lavorativo.

Un tema portato alla ribalta proprio dalla pandemia, e dal ricorso massivo allo smart working che, da un lato, ha fatto cadere molti falsi miti sulle professioni e le task che effettivamente si possono svolgere anche da remoto e, dall’altro, ha portato alla luce i rischi legati allo scegliere una modalità di lavoro agile all’interno di un’azienda che non ha una cultura agile.

Per questo, se molti lavoratori non vogliono rinunciare alla flessibilità dello smart working, i dipendenti vogliono anche poter dire la loro su come e quando lavorare da casa: quattro lavoratori su dieci, infatti,  vorrebbero decidere quando lavorare da remoto e cambiare i giorni ogni settimana per conciliare al meglio vita privata e lavoro e tre lavoratori su dieci vorrebbero più giorni dedicati alla salute mentale, per prevenire il burnout.

La cultura aziendale è sempre più importante per i lavoratori

L’Italia, inoltre, è il Paese che registra la percentuale più alta di coloro che credono che il lavoro svolto sia importante e desiderano che il proprio contributo sia riconosciuto dalla propria azienda (77%), a cui si aggiunge un sempre più forte desiderio di sviluppare le proprie competenze e mantenerle aggiornate (81%) e apprendere nuove skill (74%).

Rispetto ad altri Paesi, gli intervistati italiani hanno infatti sottolineato l’importanza che riveste per loro la employee experience, che si riferisce all’esperienza del lavoratore all’interno dell’azienda, fin dal momento della sua assunzione.

Anche la sostenibilità diventa un fattore che influisce sull’esperienza del lavoratore in azienda: due dipendenti su tre vogliono infatti lavorare in un’azienda che condivide i loro stessi valori. E questi valori, per il 69% degli intervistati, devono applicarsi anche all’esterno dell’azienda, traducendosi in un beneficio per tutta la collettività.

Nel 2021, infatti, i lavoratori di tutti i settori si sono sollevati, hanno fatto sentire la propria voce e molti hanno scelto
di lasciare il proprio posto di lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, il fenomeno è stato così significativo che si parla di “The Great Resignation”, che possiamo tradurre come “la grande ondata di dimissioni”.

Dipendenti e clienti vogliono investire il proprio tempo e le proprie risorse in organizzazioni che agiscono da attori protagonisti, come cittadini globali, pilastri della comunità e portavoce della causa ambientalista.

Questo sarà un driver importante per le aziende, che dovranno adattarsi ai bisogni dei lavoratori se vogliono restare competitive.

In quest’epoca di carenza di talenti, i datori di lavoro migliori se ne renderanno conto in prima persona: se non investiranno in una cultura aziendale pronta a crescere, sarà difficile mettere in atto la propria strategia, e dovranno quindi prepararsi a perdere talenti a favore delle aziende più preparate.

Talent scarcity, le aziende rivedono i benefit offerti ai dipendenti

A delineare il mercato del lavoro nel 2022 in Italia non sarà solamente l’affermarsi di un “nuovo lavoratore” i cui bisogni, aspettative e priorità sono cambiati radicalmente, ma anche le strategie che le aziende saranno in grado di mettere in campo per attrarre e trattenere i lavoratori più competenti.

Si stima, infatti, che l’85% dei datori di lavoro italiani non riesca a trovare figure con le competenze di cui ha bisogno. Questo è particolarmente sentito nel mondo tech, dove una organizzazione su cinque a livello globale fatica nel trovare talenti.

Tra le figure più difficilmente reperibili troviamo IT project manager, software developer, analisti per la cyber security e specialisti in ambito di Intelligenza Artificiale.

Diventa, pertanto, fondamentale per un datore di lavoro individuare le leve principali per fidelizzare le proprie risorse e coinvolgere i migliori talenti: oltre il 30% delle aziende prevede di aumentare gli stipendi, un datore di lavoro su cinque, invece, prevede di offrire maggiori benefit, dagli orari flessibili ai congedi parentali e per i caregiver, dai piani di formazione al tutoring.

Reskilling e upskilling diventeranno non negoziabili per i singoli e le organizzazioni, perché i ruoli continuano a richiedere più competenze che mai, con una forte richiesta di conoscenze tecnologiche e umane.

La sostenibilità diventa sempre più importante per lavoratori e aziende

La rilevanza sociale di temi quali diversity, uguaglianza, inclusione, appartenenza, ma anche sostenibilità e responsabilità sociale e ambientale, sta inoltre spingendo le aziende ad accrescere il proprio impegno in questi ambiti, considerati ormai funzionali a costruire un ambiente di lavoro virtuoso in cui attrarre e mantenere i talenti, grazie a un universo valoriale condiviso.

Basti pensare che oltre il 30% delle imprese ha già implementato programmi di formazione su diversità e inclusione, mentre una su cinque prevede di lanciarli entro i prossimi sei mesi.

Inoltre, due organizzazioni su tre indicano i fattori ESG come un proprio focus fondamentale, e sei aziende su dieci legano gli obiettivi ESG al proprio fine ultimo.

Le lavoratrici donne sono meno ottimiste dopo la pandemia

Il tentativo di colmare il divario di genere ha subito un duro stop, e i tassi con cui le donne abbandonano il mondo del lavoro sono allarmanti.

Il 51% delle donne intervistate è infatti meno ottimista circa le proprie prospettive di carriera rispetto a prima della pandemia e il 57% afferma di voler lasciare il proprio lavoro entro i prossimi due anni.

L’esodo di massa da settori in cui la presenza femminile è dominante (come istruzione, sanità e hospitality) coincide con la crescita di settori quali tecnologia, logistica e vendite, in cui le donne sono sotto-rappresentate.

Ci sono sempre più donne laureate, con voti superiori agli uomini anche nelle materie scientifiche. Gli imprenditori che offrono più scelte e flessibilità e prestano maggior attenzione alle performance (più che alle presenze) saranno in grado di attrarre e fidelizzare le menti migliori e più brillanti, mantenendo al contempo il controllo su skill e crescita.

“Stiamo assistendo a quella che possiamo definire la ‘Great Realization’ un fenomeno che conferma la tendenza di
molte persone a rivalutare le proprie priorità, attribuendo sempre più valore all’equilibrio tra lavoro e vita privata, all’inclusione e ai valori condivisi con il proprio datore di lavoro”, commenta Stefano Scabbio, Southern Europe President, ManpowerGroup.

“L’attenzione a questo aspetto farà la differenza nell’attrarre e trattenere i migliori talenti e questo implica un cambiamento nelle risposte che le imprese dovranno dare a bisogni e priorità imposti dalla nuova quotidianità”, aggiunge.

I trend in atto, dunque, stanno spingendo le aziende in una corsa al cambiamento per essere in grado di accogliere i talenti necessari. A risultare più attrattive, quindi, saranno quelle aziende che sapranno coniugare flessibilità e attenzione alla crescita delle proprie risorse, con un impatto positivo sull’intera società.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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