L’intelligenza artificiale sta cambiando le regole del gioco nel mercato del lavoro, e non tutti ne escono vincitori. Se imparare a usare le nuove tecnologie garantisce quasi subito uno stipendio più alto, l’adozione dell’IA da parte delle aziende sta creando un effetto collaterale preoccupante: il blocco delle assunzioni per le nuove generazioni. È questa la conclusione principale del nuovo studio del Fondo Monetario Internazionale (Bridging Skill Gaps for the Future, gennaio 2026, di Florence Jaumotte, Jaden Kim, David Koll, Elmer Li, Longji Li, Giovanni Melina, Alina Song, Marina Mendes Tavares), che ha analizzato milioni di offerte di lavoro in tutto il mondo per capire come sta cambiando la domanda di competenze.
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Più competenze, stipendi più alti (ma solo per alcuni)
L’aggiornamento professionale paga: nelle economie avanzate come Stati Uniti e Regno Unito circa un annuncio di lavoro su dieci richiede ormai competenze che dieci anni fa nemmeno esistevano. Chi possiede queste capacità ottiene un vantaggio economico immediato: le offerte salariali per questi profili sono mediamente più alte del 3,4% rispetto a ruoli simili che non richiedono skill innovative.
L’aumento della busta paga, però, non è per tutti. A guadagnarci sono soprattutto i professionisti già altamente qualificati (manager, ingegneri, specialisti IT) e, di riflesso, alcune categorie di lavoratori nei servizi alla persona.
La classe media impiegatizia invece non vede benefici significativi e la forbice tra chi sta in alto e chi sta in basso si sta allargando. Le nuove tecnologie, insomma, premiano l’eccellenza, ma rischiano di lasciare indietro la fascia centrale dei lavoratori.
Il paradosso dell’IA: meno posti per i giovani
Ma prima ancora dei salari c’è il tema dell’occupazione. Il rapporto evidenzia una distinzione fondamentale tra le competenze tecnologiche generali e quelle specifiche dell’IA. Mentre – dice lo studio – la digitalizzazione classica ha spesso creato nuovi posti di lavoro, l’intelligenza artificiale generativa sta mostrando una dinamica diversa, quasi opposta.
L’FMI ha calcolato che, nelle aree dove la richiesta di competenze AI è più forte, l’occupazione non cresce. Anzi, per alcune categorie diminuisce drasticamente. A farne le spese sono soprattutto i ruoli “ad alta esposizione ma bassa complementarietà”: si tratta di quelle professioni impiegatizie e di supporto che spesso rappresentano il primo gradino della carriera per i neolaureati.
In pratica l’IA non sta potenziando questi lavoratori: li sta sostituendo. Cinque anni dopo l’introduzione massiccia di tecnologie AI in un settore locale, l’occupazione per questi profili cala del 3,6%. Le aziende, invece di assumere giovani junior per svolgere compiti di routine (come l’analisi dati di base, la stesura di rapporti o il supporto clienti), affidano questi task agli algoritmi. Il risultato è che per un giovane istruito diventa sempre più difficile trovare quel “primo lavoro” che serve a fare esperienza e a entrare nel mercato.
La mappa dell’innovazione: chi corre e chi rincorre
L’analisi dell’FMI si sofferma anche sulla geografia dell’innovazione, che non viaggia alla stessa velocità ovunque.
Stati Uniti, Regno Unito e Germania sono i motori del cambiamento: è qui che nascono le nuove richieste di competenze. I paesi emergenti, come Brasile o Sudafrica, arrivano con un ritardo medio di otto-nove mesi.
Ma anche all’interno dei paesi ricchi ci sono differenze enormi. Negli USA tutto parte da hub come la California per poi diffondersi nel resto del paese. La velocità di questa diffusione dipende da due fattori: quanto è istruita la popolazione locale e quanto è flessibile il mercato del lavoro.
Un fenomeno interessante segnalato dall’FMI è la strategia delle aziende innovative. Le imprese più giovani e dinamiche non cercano solo singoli dipendenti: comprano intere startup. È la pratica dell'”acquire-hire”: un’azienda grande ne acquisisce una piccola non perché le interessi il prodotto, ma solo per “assorbire” in blocco il team di ingegneri e sviluppatori. Una mossa efficace per chi compra, ma rischiosa per il mercato, perché concentra i talenti in poche mani e riduce la concorrenza.
Il ritardo dell’Italia: pochi laureati IT e scarsa formazione
Se il Nord Europa corre, l’Italia fatica a tenere il passo. Lo studio colloca il nostro Paese nella fascia bassa dello Skill Readiness Index, l’indice che misura quanto una nazione sia pronta a fornire ai lavoratori le competenze del futuro. In compagnia di Cile e Ungheria, l’Italia sconta debolezze strutturali: una scarsa specializzazione universitaria in ambito IT, minori opportunità di riqualificazione per chi ha già un impiego e livelli più bassi di competenze di base tra gli adulti.
Mentre economie come l’Irlanda o la Finlandia vantano sistemi educativi solidi e percorsi di formazione continua capaci di alimentare l’innovazione, l’Italia soffre un divario preoccupante tra le nuove necessità tecnologiche delle imprese e l’effettiva preparazione della sua forza lavoro.
Cosa devono fare i governi
Per orientare le decisioni pubbliche l’FMI ha introdotto lo Skill Imbalance Index, uno strumento che misura lo squilibrio tra la richiesta di nuove capacità da parte delle imprese e la reale disponibilità di lavoratori formati.
Come spiegano gli autori, “le priorità politiche differiscono tra i paesi a seconda della loro domanda e offerta relativa di nuove competenze”.
- Chi ha tanta domanda ma pochi lavoratori qualificati (come Svezia, Olanda o Brasile) deve riformare la scuola e l’università. Non basta formare più ingegneri: bisogna insegnare le competenze digitali in tutti i corsi di laurea, anche quelli umanistici.
- Chi ha tanti laureati ma poche aziende innovative (come Irlanda o Polonia) deve aiutare le imprese a crescere, facilitando l’accesso al credito e incentivando gli investimenti in tecnologia per assorbire i talenti che già ci sono.
Infine un avvertimento sulle regole del lavoro. Per far circolare le idee, le persone devono potersi muovere. L’FMI critica le clausole di non concorrenza troppo rigide, che legano i dipendenti alle aziende impedendo loro di portare altrove le proprie competenze. In un mondo che cambia così in fretta, bloccare la mobilità dei lavoratori significa bloccare l’innovazione.













