L’attacco militare contro l’Iran ha riportato al centro della scena una vulnerabilità strutturale che si pensava almeno parzialmente arginata: la dipendenza dell’economia globale dalla stabilità delle rotte energetiche e commerciali. Le scorte di gas in Europa si trovano a livelli minimi, e la diversificazione delle forniture avviata dopo l’invasione russa dell’Ucraina non è sufficiente ad attutire l’impatto della nuova crisi. I prezzi delle importazioni salgono proprio nel momento in cui il calo dell’inflazione aveva cominciato a sostenere i consumi e la ripresa.
Per l’Area Euro il Rapporto di Previsione di Prometeia di marzo 2026 rivede al ribasso di quattro decimi di punto la crescita 2026, da +1,2% a +0,8%.
Gli Stati Uniti chiudono l’anno attorno al +2,1%, sostenuti dall’effetto di trascinamento, nonostante l’autosufficienza energetica non li abbia schermati del tutto: i prezzi della benzina sono saliti di oltre il 30% da fine febbraio e la fiducia delle famiglie è tornata a peggiorare.
La Cina conferma un’espansione del PIL al 4,3%, nell’ipotesi di misure aggiuntive a sostegno della domanda interna.
Sul fronte monetario il quadro si complica per le banche centrali. Le attese di ulteriori allentamenti negli USA si ridimensionano, mentre cresce la probabilità di rialzi in Europa. Nello scenario base di Prometeia la BCE dovrebbe segnalare il proprio impegno sulla stabilità dei prezzi con un rialzo di 25 punti base entro l’estate; la Fed dovrebbe invece attendere fine anno per un taglio di pari entità, pur con un’inflazione che supera il 3%.
Un 2026 complicato per l’Italia (e senza margini di manovra)
L’Italia affronta questo scenario da una posizione particolarmente esposta. Prometeia rivede le stime di crescita del PIL da +0,7% a +0,4%, con un’inflazione media vicina al 3% che azzera i guadagni reali delle famiglie rispetto al 2025. Le imprese, dal canto loro, hanno meno spazio per trasferire sui prezzi finali l’aumento dei costi energetici: il che riduce in parte la pressione inflazionistica, ma comprime i margini.
Prometeia confronta l’attuale shock con quello seguito alla guerra in Ucraina e individua differenze rilevanti: allora il rialzo dei prezzi del gas si inseriva in un ciclo economico in fase espansiva; oggi colpisce un’economia già debole, con famiglie italiane che mostrano una doppia fragilità – rispetto alla media dell’area euro e rispetto alla propria situazione di tre anni fa.
A differenza di tre anni fa anche lo spazio per la politica fiscale è molto più ristretto. L’Italia è vincolata dalla procedura per disavanzo eccessivo: i dati di finanza pubblica per il 2025 hanno riservato una sorpresa negativa, con l’indebitamento netto attestatosi al 3,1% del PIL, un decimo oltre l’obiettivo. Il rientro sotto la soglia del 3% è programmato per il 2026, ma questo condiziona già la richiesta della clausola di flessibilità per le spese militari aggiuntive annunciate.
A pesare ulteriormente sulle imprese si aggiunge l’impatto dei dazi verso gli Stati Uniti, ora che sembrano esaurirsi gli effetti del front-loading – ovvero degli acquisti anticipati che le aziende avevano effettuato per precorrere l’entrata in vigore delle tariffe. Un deterioramento della competitività che, se in condizioni normali non sarebbe drammatico, pesa in misura maggiore su un’economia già in difficoltà.
L’unico sostegno significativo viene dal PNRR, ormai alle battute finali: nel 2026 l’attuazione dovrebbe accelerare e il completamento dei progetti in scadenza apporterà un contributo alla domanda aggregata stimato intorno allo 0,3% del PIL. Senza questo impulso, la crescita si azzererebbe.












