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La via della reindustrializzazione: come investire bilanciando resilienza e competitività



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Il nuovo rapporto di Capgemini rivela che per il 73% delle grandi imprese UE e USA la reindustrializzazione è ormai una scelta strutturale. Nel 2026 gli investimenti si faranno più selettivi (2,5 trilioni di dollari) con un focus su efficienza e resilienza. L’AI diventa il pilastro per compensare i costi, ma pesa la carenza di talenti.

Pubblicato il 29 apr 2026



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Il 73% delle grandi imprese in Europa e negli Stati Uniti dispone oggi di una strategia di reindustrializzazione già definita o in fase avanzata di sviluppo ed ha quindi avviato una profonda riorganizzazione delle supply chain globali e delle capacità produttive con l’obiettivo di avvicinarle ai mercati interni.

Il dato, che segna un aumento netto rispetto al 59% registrato nel 2024, emerge dal rapporto The resurgence of manufacturing: Reindustrialization of Europe and the US di Capgemini.

L’evoluzione della dinamica industriale analizzata dal rapporto indica che il controllo sulle dipendenze critiche ha superato la fase della risposta emergenziale per trasformarsi in una scelta politica e industriale strutturale.

Ma l’approccio delle imprese sta cambiando profondamente: se la fase iniziale è stata caratterizzata da un’espansione su larga scala, l’analisi del 2026 evidenzia l’ingresso in una stagione di maggiore maturità.

Non si assiste più a una distribuzione indiscriminata di risorse, bensì a una pianificazione selettiva orientata all’alta efficienza di capitale. La reindustrializzazione non ha dunque perso slancio, ma si è fatta più pragmatica, puntando a modelli operativi che sappiano coniugare la resilienza della supply chain con la tenuta della redditività economica.

Il cambio di paradigma: dalla quantità alla qualità degli investimenti

La maturazione delle strategie industriali trova riscontro in una significativa ricalibrazione dei flussi finanziari.

Secondo le rilevazioni, gli investimenti pianificati subiranno una contrazione, passando dai 4,7 trilioni di dollari stimati per il 2025 a circa 2,5 trilioni nel 2026.

Flessione che, suggerisce il rapporto, non deve essere interpretata come un disimpegno o una riduzione delle ambizioni, quanto piuttosto come il passaggio a un approccio più pragmatico e selettivo all’allocazione del capitale.

Dopo una prima ondata di investimenti massivi le aziende stanno ora privilegiando l’efficienza, cercando di massimizzare il valore degli asset senza compromettere la redditività.

In questa fase i driver strategici di lungo periodo prevalgono sulla ricerca del risparmio immediato. L’86% delle imprese dichiara infatti di privilegiare la resilienza della supply chain e l’accesso diretto ai mercati di sbocco nelle proprie decisioni di localizzazione produttiva.

L’obiettivo non è più solo la riduzione dei costi operativi nel breve termine, ma la costruzione di un sistema manifatturiero capace di resistere alle incertezze geopolitiche ed economiche, garantendo una stabilità che diviene essa stessa un fattore di competitività.

Geopolitica delle filiere: Europa e USA a confronto

Le strategie di riassetto industriale non seguono un modello unico, ma si diversificano in base ai contesti regionali e alle pressioni normative. In Europa, la tendenza prevalente è quella del friendshoring, citata dal 64% delle aziende, che riflette la volontà di consolidare filiere e produzioni all’interno di paesi alleati dal punto di vista geopolitico e commerciale.

Un orientamento che si accompagna a una significativa variazione nelle scelte logistiche: il nearshoring, ovvero il trasferimento in paesi geograficamente vicini, ha registrato una brusca flessione passando dal 55% del 2025 al 39% del 2026.

Il calo è attribuibile principalmente alle pressioni strutturali sui costi e a una complessità normativa che spinge le imprese verso un reshoring più cauto, che cresce in modo moderato arrivando al 42%.

Dall’altro lato dell’Atlantico gli Stati Uniti accelerano decisamente sul reshoring: quasi la metà delle aziende (48%) ha già effettuato investimenti per riportare la produzione in patria, un dato in forte crescita rispetto al 30% dell’anno precedente.

La capacità attrattiva del mercato statunitense è confermata dal fatto che l’85% delle imprese europee investe nella manifattura d’oltreoceano per garantire un accesso diretto al mercato e mitigare i rischi legati alle politiche commerciali.

Nonostante questa riconfigurazione delle rotte globali verso nuovi hub strategici come India, Vietnam, Messico e Canada, le aziende mantengono un approccio pragmatico: il 64% delle realtà intervistate prevede di mantenere o incrementare gli investimenti in Cina nei prossimi tre anni, bilanciando la ricerca di sovranità con la necessità di operare in ecosistemi diversificati.

L’AI come pilastro della competitività manifatturiera

La tecnologia gioca un ruolo sempre più centrale nel garantire l’efficacia dei processi di reindustrializzazione. Secondo il rapporto, l’87% delle aziende sta pianificando investimenti in AI e altre tecnologie di produzione avanzate, considerandole uno strumento indispensabile per compensare i maggiori costi operativi e di manodopera tipici dei mercati domestici.

L’automazione e l’integrazione di sistemi digitali avanzati non sono più visti come semplici opzioni di ammodernamento, ma come i pilastri necessari per mantenere la competitività su scala regionale.

Nello specifico, l’intelligenza artificiale, comprese le sue declinazioni generativa e agentica, è ritenuta essenziale per incrementare l’efficienza complessiva. I casi d’uso più critici riguardano ambiti operativi complessi, come la pianificazione e l’ottimizzazione dei volumi produttivi, la modellazione predittiva dei rischi lungo la supply chain e l’analisi dei parametri per la selezione delle migliori localizzazioni industriali.

L’impiego di queste soluzioni, affiancato dall’uso dei Digital Twin per la simulazione dei processi, permette alle imprese di assumere decisioni industriali molto più rapide e informate, riducendo le incertezze legate al riposizionamento delle filiere.

Il focus settoriale: i campioni della sovranità industriale

L’impatto delle strategie di riposizionamento non si manifesta in modo uniforme, ma si concentra nei comparti ad alta intensità manifatturiera e di rilevanza strategica.

Settori come l’automotive, l’elettronica, i semiconduttori e l’aerospazio e difesa stanno guidando la transizione verso modelli industriali più maturi, spinti dalla necessità di mitigare i rischi di dipendenza e garantire la continuità operativa.

In questi ambiti la complessità delle supply chain e l’esposizione alle fluttuazioni geopolitiche rendono il controllo diretto della produzione un fattore determinante per la sovranità industriale.

Per limitare l’intensità di capitale necessaria a queste operazioni, le aziende stanno adottando soluzioni organizzative flessibili che permettono di separare l’accesso alla capacità produttiva dal possesso diretto degli asset.

Si assiste alla diffusione di modelli operativi innovativi, tra cui impianti multiprodotto, partnership di produzione in outsourcing e l’utilizzo di infrastrutture condivise.

Queste strategie consentono di mantenere un controllo strategico elevato pur riducendo gli oneri legati agli investimenti greenfield, favorendo una crescita più agile e sostenibile nel tempo.

Capitale umano e talenti: l’ostacolo alla scalabilità industriale

Nonostante l’accelerazione tecnologica, la carenza di capitale umano qualificato rappresenta il principale ostacolo alla scalabilità dei progetti di reindustrializzazione.

Il collo di bottiglia è identificato nella scarsità di professionisti con competenze specifiche in ingegneria manifatturiera avanzata, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie digitali.

Senza un adeguato supporto in termini di competenze l’adozione di nuove tecnologie rischia di rimanere un esercizio isolato, incapace di generare un impatto sistemico sulla capacità produttiva.

Questa criticità evidenzia la necessità per le imprese di adottare una strategia duale che allinei gli investimenti in asset tecnologici a solidi piani di sviluppo e trasformazione del personale.

La costruzione di una crescita industriale duratura non può prescindere da una profonda revisione delle politiche di recruiting e formazione, rendendo l’aggiornamento delle competenze un pilastro tanto rilevante quanto l’aggiornamento dei macchinari.

L’era della reindustrializzazione: verso una crescita industriale duratura

Le evidenze raccolte nel rapporto di Capgemini delineano un futuro in cui il successo della manifattura occidentale dipenderà dalla capacità di trasformare gli obiettivi strategici in realtà operativa attraverso l’innovazione.

La fase di maturità appena imboccata richiede che le decisioni siano basate sul valore di lungo periodo, costruendo solide fondamenta digitali e investendo sulle persone per garantire una crescita industriale costante.

“In un contesto di crescente incertezza geopolitica ed economica, la reindustrializzazione sta entrando in una fase più matura, chiaramente orientata alla resilienza, alla sovranità e alla competitività di lungo periodo”, commenta Roberto Del Boca, Managing Director di Capgemini Engineering in Italia.

“Oggi le strategie di reindustrializzazione più avanzate mirano a costruire ecosistemi regionali equilibrati e supportati dalla tecnologia, in grado di ridurre i rischi legati alle dipendenze critiche, affiancati da un approccio pragmatico agli investimenti che favorisca modelli più flessibili ed efficienti sotto il profilo del capitale”, aggiunge.

In definitiva la sfida per le imprese risiede nella capacità di integrare queste visioni regionali diversificate con un’accelerazione tecnologica che sia inclusiva e sostenibile.

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