L’economia italiana ha dimostrato una buona capacità di resistenza agli shock degli ultimi anni, sostenuta dalla crescita dell’occupazione e dagli investimenti del PNRR. Ma questa resilienza non si è ancora tradotta in un’accelerazione strutturale della crescita. La produttività continua a ristagnare, le imprese faticano a crescere dimensionalmente e l’invecchiamento della popolazione rischia di aggravare ulteriormente queste difficoltà.
È il quadro che emerge dagli Studi economici dell’OCSE sull’Italia, presentati il 19 ottobre al CNEL insieme all’aggiornamento intermedio delle Prospettive economiche. All’incontro sono intervenuti, tra gli altri, Stefano Scarpetta, il capo economista dell’OCSE, Emilia Soldani del Dipartimento di Studi Economici dell’OCSE, che ha approfondito il tema della produttività e del dinamismo imprenditoriale, e Francesca Borgonovi, Head of Skills Analysis presso il Centro per le Competenze dell’OCSE, che ha illustrato le sfide legate alle competenze e alla partecipazione dei giovani al mercato del lavoro.
“La crescita economica dell’Italia si è dimostrata resiliente agli shock degli ultimi anni”, riconosceva l’OCSE già nel rapporto pubblicato ad aprile 2026. Ma le sfide di breve e lungo periodo si stanno intensificando. La questione centrale è come trasformare i progressi conseguiti negli ultimi anni in una crescita più sostenuta e duratura, in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, prezzi energetici elevati e crescenti vincoli di finanza pubblica.
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PIL italiano in crescita (ma ancora modesta)
L’aggiornamento intermedio delle Prospettive economiche dell’OCSE, pubblicato a settembre e illustrato al CNEL da Scarpetta, prevede per l’Italia una crescita del PIL dello 0,9% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, dopo lo 0,5% registrato nel 2025.
La previsione per quest’anno è stata rivista al rialzo di 0,4 punti percentuali rispetto allo scenario di giugno. Si tratta di un miglioramento significativo anche rispetto alla stima contenuta nello Studio economico sull’Italia pubblicato ad aprile, che indicava una crescita dello 0,4%. Per il 2027, invece, la previsione resta invariata allo 0,6%.

Il quadro rimane comunque quello di un’espansione contenuta: l’OCSE stima una crescita mondiale del 2,9% nel 2026 e del 3% nel 2027, mentre per l’area euro prevede un incremento dell’1% in entrambi gli anni. L’Italia dovrebbe quindi crescere nel 2027 meno della media dell’Eurozona.
A pesare sono soprattutto le conseguenze dello shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente, che ha determinato nuovi aumenti dei prezzi delle materie prime. L’inflazione italiana è prevista al 3% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, con effetti negativi sul potere d’acquisto delle famiglie e sui costi delle imprese.
La crescita italiana ha tuttavia mostrato una tenuta superiore alle attese, grazie soprattutto all’aumento dell’occupazione. Gli investimenti, sostenuti dagli incentivi fiscali e dalle risorse del PNRR, hanno contribuito a mantenere l’attività economica, mentre la produzione industriale ha mostrato segnali di stabilizzazione dopo una prolungata fase negativa.
Il problema è che l’aumento del numero degli occupati non è stato accompagnato da un analogo miglioramento della produttività del lavoro. Una parte rilevante della crescita occupazionale si è infatti concentrata nei servizi e nelle costruzioni, settori caratterizzati mediamente da livelli di produttività inferiori rispetto ad altre attività.
Il problema della produttività e la dimensione delle imprese
È soprattutto l’analisi presentata da Emilia Soldani a evidenziare uno dei principali ostacoli alla crescita italiana.
Dopo una lunga fase di convergenza con le economie più avanzate, la produttività del lavoro in Italia ha sostanzialmente interrotto il proprio (lento) percorso di crescita dalla metà degli anni Novanta, mentre negli altri Paesi del G7 e dell’OCSE ha continuato ad aumentare.

Una parte importante della spiegazione risiede nella struttura dimensionale del sistema produttivo.
Secondo i dati Eurostat relativi al 2023, illustrati dall’OCSE, il 51% degli occupati italiani lavora in imprese con meno di 20 addetti, contro il 38% della media europea e il 28% della Germania.
All’estremo opposto, le imprese con più di 50 dipendenti assorbono soltanto il 39% dell’occupazione italiana, contro il 61% della Germania e il 58% della Francia.
Il dato più interessante riguarda però la produttività di queste aziende: le imprese italiane con più di 50 dipendenti registrano una produttività per addetto superiore a quella delle omologhe tedesche e francesi. Il problema, quindi, non è una generalizzata incapacità delle imprese italiane di competere, ma il peso relativamente limitato delle aziende che raggiungono dimensioni sufficienti per sfruttare economie di scala, investire maggiormente e accedere più facilmente ai mercati internazionali.
Questo non significa che le piccole imprese siano necessariamente poco competitive. Molte eccellono nella produzione di beni di alta qualità e nell’esportazione, soprattutto nei settori manifatturieri che caratterizzano il Made in Italy. Ma, considerate nel loro insieme, le aziende di dimensioni minori investono meno in innovazione, incontrano maggiori difficoltà nell’attrarre talenti e dispongono di risorse più limitate per sostenere la crescita.
Secondo l’OCSE occorre quindi creare condizioni più favorevoli all’espansione delle imprese, riducendo le barriere normative e fiscali, facilitando l’accesso ai finanziamenti e favorendo il consolidamento aziendale.
Tra gli ostacoli individuati figurano gli elevati costi di adempimento fiscale e regolatorio, le difficoltà nelle procedure concorsuali e le barriere che limitano la concorrenza in alcuni mercati dei servizi. Anche la governance delle imprese familiari rappresenta un fattore rilevante: l’OCSE suggerisce di favorire l’apertura a manager esterni e di rivedere alcuni meccanismi fiscali legati alle successioni aziendali che possono scoraggiare la riorganizzazione e il consolidamento.
Incentivi alle imprese: servono strumenti più stabili, semplici ed efficaci
Il tema della crescita dimensionale si collega direttamente a quello delle politiche pubbliche di sostegno alle imprese.
L’OCSE riconosce il contributo positivo degli incentivi agli investimenti e delle risorse del PNRR, ma sottolinea come il sistema italiano di sostegno alle attività produttive rimanga caratterizzato da una forte frammentazione, dalla sovrapposizione di programmi e dalla natura spesso temporanea delle agevolazioni.
Nelle raccomandazioni contenute nel rapporto, l’organizzazione invita a “snellire ulteriormente gli incentivi alle imprese e renderli stabili”, in modo da migliorarne l’efficacia ed evitare distorsioni.
Un’indicazione ribadita anche da Stefano Scarpetta, che tra i messaggi conclusivi della sua presentazione ha richiamato la necessità di “semplificare gli incentivi e le normative per facilitare l’espansione delle imprese”.
Non si tratta, quindi, di rinunciare al sostegno pubblico agli investimenti, ma di orientarlo maggiormente verso le imprese capaci di innovare, aumentare la produttività e crescere, riducendo il ricorso a sussidi che contribuiscono semplicemente al mantenimento delle attività esistenti.
L’OCSE raccomanda inoltre di migliorare il coordinamento tra le amministrazioni responsabili degli incentivi, rafforzare il ruolo degli sportelli unici e facilitare l’accesso ai mercati dei capitali. Per quanto riguarda il venture capital pubblico, la priorità dovrebbe essere quella di sostenere soprattutto le start-up con un comprovato potenziale di crescita e redditività.
Ricerca e innovazione: l’Italia investe ancora troppo poco
Un altro fattore che limita la crescita della produttività è il livello degli investimenti in Ricerca e Sviluppo.
Nel 2024 la spesa italiana in R&S si è fermata all’1,4% del PIL, contro una media OCSE del 2,7%. Un divario che riguarda le imprese di tutte le dimensioni, anche se è particolarmente condizionato dal peso ridotto delle grandi aziende, che generalmente concentrano una parte significativa delle attività di ricerca.

Il rapporto evidenzia anche una carenza di investimenti in beni immateriali, comprese le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, un fattore che limita la capacità delle imprese di migliorare processi e modelli organizzativi.
L’OCSE propone di ampliare il sostegno pubblico alla R&S, affiancando ai crediti d’imposta strumenti come prestiti e sovvenzioni dirette, soprattutto per le PMI e per le iniziative di collaborazione tra università, centri di ricerca e imprese.
Un ruolo centrale è attribuito anche alla diffusione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale.
Nonostante i progressi compiuti, circa il 30% delle imprese italiane con almeno dieci addetti presenta un livello molto basso di intensità digitale, contro il 26% dell’area euro. L’adozione dell’AI risulta ancora limitata, soprattutto nelle imprese più piccole.

Il quadro presenta però anche elementi positivi. Nel 2024 l’Italia si collocava al nono posto mondiale e al quarto in Europa per numero complessivo di pubblicazioni scientifiche sull’intelligenza artificiale. La questione è quindi anche quella di trasformare le competenze scientifiche e tecnologiche disponibili in applicazioni diffuse nel sistema produttivo.
Nelle imprese di minori dimensioni che già utilizzano l’AI, rileva l’OCSE, le applicazioni sono ancora relativamente concentrate sulla prevenzione degli attacchi informatici, mentre risultano meno diffuse negli ambiti dell’automazione dei processi produttivi, della manutenzione e della logistica.
Secondo le simulazioni illustrate da Scarpetta, il contributo dell’AI alla crescita del reddito reale pro capite nei prossimi dieci anni potrebbe variare sensibilmente in funzione della rapidità e dell’ampiezza della sua adozione. Non è quindi sufficiente disporre delle tecnologie: occorre creare le condizioni affinché possano essere utilizzate su larga scala.

In questo processo diventano determinanti le competenze dei lavoratori, ma anche quelle manageriali. Su questo fronte l’Italia continua a mostrare un ritardo rispetto alla media europea, che limita la capacità delle imprese di riorganizzarsi e sfruttare pienamente il potenziale dell’innovazione.
Demografia e competenze: il rischio di una forza lavoro sempre più ridotta
Alle difficoltà legate alla produttività si aggiunge una sfida destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi decenni: l’invecchiamento della popolazione.
Secondo le proiezioni illustrate da Francesca Borgonovi, tra il 2023 e il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa, compresa tra i 20 e i 64 anni, potrebbe ridursi di circa un terzo. Una contrazione tra le più marcate dell’area OCSE, che rischia di compromettere ulteriormente le prospettive di crescita.
In assenza di interventi, la diminuzione della popolazione attiva potrebbe infatti ridurre il potenziale di crescita del PIL pro capite. Per compensarne gli effetti occorrerà aumentare la partecipazione al mercato del lavoro delle categorie oggi meno coinvolte, a partire dai giovani e dalle donne, valorizzando anche il contributo dei lavoratori più anziani e dell’immigrazione.
Il problema riguarda però anche la qualità delle competenze disponibili.
L’Italia continua a registrare una quota elevata di giovani che non lavorano e non partecipano a percorsi di istruzione o formazione, i cosiddetti NEET. Nonostante i progressi dell’ultimo decennio, la loro incidenza resta superiore alla media OCSE.
A questo si aggiungono una percentuale relativamente bassa di giovani che completano l’istruzione terziaria, difficoltà nel passaggio dalla scuola al lavoro e una diffusione ancora limitata di esperienze formative direttamente collegate alle attività professionali.
Il disallineamento tra le competenze possedute dai lavoratori e quelle richieste dalle imprese rappresenta un ulteriore elemento di debolezza, aggravato dalla scarsa partecipazione alla formazione continua.
Le raccomandazioni dell’OCSE riguardano quindi il potenziamento dell’istruzione professionale, l’ampliamento degli Istituti Tecnologici Superiori (ITS Academy), il rafforzamento dei tirocini di qualità e dell’apprendimento basato sul lavoro, insieme a un maggiore investimento nella formazione degli adulti.
Ma la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro dipende anche dalle condizioni offerte dalle imprese. I bassi salari netti, la diffusione dei contratti temporanei e le limitate prospettive di carriera contribuiscono a rendere meno attrattivo il lavoro, alimentando anche l’emigrazione dei giovani qualificati.
Per questo l’OCSE suggerisce di sostituire i bonus e i crediti d’imposta temporanei con una riduzione permanente del cuneo fiscale e contributivo sui salari più bassi, accompagnata da un miglioramento dei servizi per l’impiego e delle politiche di inserimento lavorativo.
Energia e conti pubblici: i vincoli alla competitività
Il rilancio della produttività deve fare i conti anche con due vincoli strutturali: l’elevato costo dell’energia e il debito pubblico.
Sul primo l’OCSE sottolinea che i prezzi dell’elettricità in Italia rimangono superiori a quelli di molti dei principali partner commerciali, soprattutto per l’elevata dipendenza dal gas naturale importato.
La risposta indicata dall’organizzazione passa per un’accelerazione degli investimenti nelle fonti rinnovabili, nelle reti elettriche e nei sistemi di accumulo, accompagnata da una progressiva elettrificazione dei consumi.
Tra le priorità figurano la semplificazione delle procedure autorizzative, il miglioramento del coordinamento tra Stato e amministrazioni territoriali e il rafforzamento degli strumenti digitali per la gestione delle autorizzazioni energetiche.
Quanto alla finanza pubblica, l’OCSE richiama la necessità di proseguire il percorso di risanamento previsto dal Piano strutturale di bilancio di medio termine. L’elevato debito pubblico, insieme alle nuove pressioni sulla spesa derivanti dall’invecchiamento, dalla transizione climatica e dalla difesa, limita infatti i margini di intervento dello Stato.
Il messaggio è che il consolidamento dei conti pubblici deve essere accompagnato da riforme capaci di innalzare il potenziale di crescita, perché una maggiore produttività e una più ampia partecipazione al mercato del lavoro possono contribuire anche alla sostenibilità del debito.
Su questi temi si è soffermato anche il presidente del CNEL Renato Brunetta, che ha condiviso la valutazione positiva dell’OCSE sulla capacità di tenuta dell’economia italiana, richiamando però la necessità di una risposta europea alle nuove difficoltà.
“L’Italia ha fatto la sua parte, ora tocca all’Europa”, ha dichiarato Brunetta, sottolineando come sicurezza energetica, prezzi e inflazione richiedano strategie condivise.
Il presidente del CNEL ha definito quella attuale una crisi caratterizzata soprattutto da uno shock dell’offerta: “La pandemia di oggi si chiama inflazione”. Da qui la richiesta di una maggiore flessibilità europea per affrontare gli effetti dell’aumento dei prezzi, nel quadro delle regole del nuovo Patto di stabilità.
Brunetta ha in particolare sostenuto la richiesta del Governo italiano di prevedere ulteriori margini di flessibilità per gli aumenti della spesa pubblica determinati dall’inflazione, evidenziando il rischio che un contrasto affidato esclusivamente alla politica monetaria possa deprimere la crescita.
Sul fronte energetico ha inoltre richiamato la necessità di rafforzare l’integrazione del mercato europeo dell’energia, superando le frammentazioni che espongono i diversi Paesi a costi e rischi differenti.
“Bisogna fare presto”, ha concluso, invitando l’Unione europea a intervenire prima che gli effetti dello shock sui prezzi compromettano le prospettive economiche.











