INNOVAZIONE

Robotica e AI, la manifattura italiana corre a due velocità: il divario tra PMI e grandi imprese


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La Fondazione Nord Est presenta ad A&T Vicenza un’analisi delle differenze dimensionali nell’adozione di robotica e intelligenza artificiale. La digitalizzazione di base è diffusa, ma le tecnologie avanzate restano concentrate nelle grandi imprese. Sullo sfondo, la sfida delle infrastrutture, dell’energia e della competitività internazionale.

Pubblicato il 28 ott 2026



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La manifattura italiana ha raggiunto un buon livello di digitalizzazione di base, ma fatica ancora a fare il salto verso le tecnologie più avanzate. E soprattutto procede a due velocità: mentre le grandi imprese investono in automazione robotica e intelligenza artificiale, quelle di minori dimensioni incontrano maggiori difficoltà nell’integrare queste soluzioni nei processi produttivi.

È il quadro che emerge dall’analisi presentata da Gianluca Toschi, ricercatore senior della Fondazione Nord Est, durante il convegno inaugurale di A&T Vicenza – Automation & Testing, la manifestazione dedicata all’innovazione industriale in programma dal 27 al 29 ottobre alla Fiera di Vicenza.

L’elaborazione della Fondazione Nord Est parte dalle rilevazioni ufficiali Istat, comprese quelle pluriennali sulle tecnologie avanzate, e propone una lettura dei divari strutturali della manifattura italiana alla luce delle più recenti dinamiche industriali e tecnologiche. Sullo sfondo ci sono la competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, la crescente domanda di capacità di calcolo e il ruolo strategico dell’energia e delle infrastrutture.

La digitalizzazione è diffusa, la robotica molto meno

Secondo i dati elaborati dalla Fondazione Nord Est, l’80,2% delle imprese manifatturiere italiane ha raggiunto un livello di digitalizzazione di base, con una diffusione particolarmente elevata nel Nord e soprattutto nel Nordest.

Esistono differenze importanti anche tra i settori. Nei comparti a maggiore intensità tecnologica, come computer, ottica ed elettromedicali, la digitalizzazione di base arriva al 100%. Seguono la produzione di macchinari (89%) e la chimica-farmaceutica (88%), mentre comparti più tradizionali come l’alimentare e il tessile-moda si fermano al 73%.

Il quadro cambia sensibilmente quando si passa dalle tecnologie digitali di base all’automazione robotica.

La robotica industriale e di servizio coinvolge complessivamente il 19,1% delle imprese manifatturiere con almeno 10 addetti, ma la sua diffusione varia notevolmente in funzione delle dimensioni aziendali: dal 15,2% delle imprese con 10-49 addetti al 61,1% di quelle con almeno 250 addetti.

Sono valori ricavati dalle rilevazioni Istat degli anni precedenti, che costituiscono la base informativa dell’elaborazione della Fondazione Nord Est. Non rappresentano quindi una nuova misurazione dell’adozione della robotica nel 2026, ma consentono di mettere a fuoco un divario strutturale particolarmente significativo per un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese.

Interessanti anche le motivazioni che spingono le aziende a investire nei robot. La prima è la ricerca della precisione e degli standard qualitativi, indicata dal 92,3% delle imprese, seguita dalla sicurezza sul lavoro (74,7%). La riduzione del costo del lavoro è citata dal 43,3% e la carenza di manodopera dal 31,3%.

L’automazione, quindi, non viene adottata principalmente per sostituire lavoro umano o ridurne il costo, ma soprattutto per migliorare qualità e sicurezza dei processi produttivi.

L’AI viene utilizzata soprattutto fuori dalla fabbrica

Anche per l’intelligenza artificiale l’analisi della Fondazione Nord Est evidenzia una distanza importante tra l’adozione delle applicazioni più accessibili e l’integrazione della tecnologia direttamente nei processi industriali.

Tra le imprese manifatturiere che già utilizzano l’AI, le applicazioni prevalenti riguardano l’estrazione di informazioni dai testi (72,7%), la trascrizione vocale (37,8%) e la generazione di contenuti multimediali (36,1%).

Sono invece ancora minoritarie le applicazioni più direttamente connesse all’analisi e alla gestione dei processi: il deep learning per l’analisi dei dati è utilizzato dal 18,4%, il supporto ai processi decisionali dal 14% e le tecnologie per il movimento autonomo delle macchine dal 5,4%.

Anche osservando le funzioni aziendali, gli utilizzi più diffusi riguardano il marketing e le vendite (28,7%) e l’amministrazione (21,1%).

Ma è soprattutto nell’impiego dell’AI nei processi produttivi che emerge nuovamente il divario dimensionale: la quota delle piccole imprese che utilizza l’intelligenza artificiale in produzione è del 10,4%, contro il 32% delle grandi industrie, secondo l’elaborazione presentata a Vicenza.

Il nodo, dunque, non è soltanto quante imprese utilizzino l’intelligenza artificiale, ma soprattutto per quali attività e con quale grado di integrazione nei processi aziendali e industriali.

I dati Istat 2025: l’adozione dell’AI raddoppia, ma cresce anche il divario dimensionale

Per comprendere meglio il quadro può tornare utile leggere la più recente rilevazione annuale Istat sulle tecnologie ICT, riferita al 2025 e pubblicata lo scorso dicembre. Secondo l’indagine, la quota delle imprese italiane con almeno 10 addetti che utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è salita dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. Ma la crescita non è stata uniforme: nelle grandi imprese l’adozione ha raggiunto il 53,1%, mentre nelle PMI si è fermata al 15,7%. La distanza tra le due classi dimensionali è così passata dai circa 20 punti percentuali del 2023 ai 37 del 2025. È un dato particolarmente significativo perché, mentre per molte altre tecnologie digitali il divario dimensionale si sta riducendo, per l’AI tende invece ad ampliarsi. Questi valori, tratti dall’indagine Imprese e ICT – Anno 2025 dell’Istat, riguardano l’adozione di almeno una tecnologia di AI nell’insieme dei settori economici e non sono direttamente confrontabili con quelli sull’impiego dell’AI in produzione presentati dalla Fondazione Nord Est.

La sfida dell’AI si gioca anche su energia e infrastrutture

L’analisi presentata da Toschi inserisce le difficoltà della manifattura italiana in uno scenario internazionale caratterizzato da una competizione tecnologica sempre più intensa.

La crescita dell’intelligenza artificiale, infatti, non è soltanto una questione di software e algoritmi. Richiede capacità computazionale, data center, energia, materiali e infrastrutture industriali.

“Il futuro sarà più materiale di quanto pensiamo” è uno dei messaggi dell’analisi della Fondazione Nord Est.

Secondo i dati richiamati nella presentazione, la capacità dei data center a livello mondiale è passata da 5 GW nel 2010 a oltre 54 GW nel 2025, con una forte concentrazione negli hyperscaler statunitensi, ai quali fa capo circa tre quarti della capacità considerata.

Il confronto europeo evidenzia inoltre una dotazione infrastrutturale italiana inferiore a quella dei principali Paesi concorrenti: 135 data center contro i 275 della Germania, i 262 della Francia e i 260 del Regno Unito.

A questa crescita delle infrastrutture si accompagna un volume di investimenti globali che, secondo lo scenario richiamato dalla Fondazione, si avvia verso i 900 miliardi di dollari tra server, strutture e nuova capacità energetica.

La disponibilità di energia, il costo delle infrastrutture e la capacità di attrarre investimenti diventano così elementi fondamentali della competizione tecnologica. Un quadro nel quale le tensioni geopolitiche aggiungono ulteriori fattori di incertezza.

La trasformazione digitale ha insomma una dimensione sempre più fisica e industriale, che coinvolge non soltanto chi sviluppa i modelli di intelligenza artificiale, ma anche chi produce macchinari, componenti, sistemi di automazione e infrastrutture.

È in questo contesto che Alberto Baban, presidente della Fondazione Nord Est e del Comitato scientifico industriale di A&T, richiama il ritardo europeo rispetto a Stati Uniti e Cina.

“Sullo scenario globale a tre poli, l’Europa è nettamente indietro rispetto a Stati Uniti, dominatori di cloud e data center per la gestione dei dati, e Cina, già in prima linea nella sperimentazione della physical AI”, osserva Baban.

Per le imprese europee, secondo Baban, il rischio è restare semplici utilizzatrici di tecnologie sviluppate altrove. Per questo “servono visione strategica, consapevolezza e una comprensione precisa dei fenomeni per guidare i processi di fabbrica anziché subirli”.

Dalla produttività personale alla Physical AI: il ruolo dei Competence Center

La necessità di superare la fase delle applicazioni più semplici per portare l’intelligenza artificiale direttamente nei processi industriali è stata sottolineata anche da Matteo Faggin, direttore generale di SMACT Competence Center.

“Siamo entrati nel momento decisivo dell’intelligenza artificiale: con l’evoluzione verso l’AI agentica e la physical AI, la tecnologia esce dalla dimensione puramente digitale per interagire direttamente con macchinari, linee produttive e processi complessi, e le nostre imprese devono farsi trovare pronte ora”, spiega Faggin.

La sfida, aggiunge, “non è limitarsi a utilizzare l’AI per la produttività personale, ma integrarla strutturalmente nel cuore dei processi aziendali e manifatturieri”.

Per favorire questo percorso, SMACT coordina ad A&T Vicenza l’IA Forum, un’area dedicata alla presentazione di casi d’uso e applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale nelle PMI, sviluppata con il coinvolgimento delle Università di Padova, Verona e Bolzano.

Durante la prima giornata, per esempio, le aziende Croatto e MCA Digital hanno presentato progetti realizzati con il supporto del Competence Center, raccontando le esigenze iniziali, le soluzioni adottate e i benefici ottenuti.

L’obiettivo è favorire il trasferimento tecnologico, mostrando alle imprese come passare dall’interesse per le nuove tecnologie a progetti effettivamente integrati nell’organizzazione e nei processi produttivi.

Una necessità confermata anche dalla quarta relazione della Commissione europea sullo Stato del decennio digitale, che ha evidenziato come i progressi dell’Italia nelle infrastrutture digitali non siano ancora accompagnati da un’analoga diffusione delle applicazioni industriali più avanzate.

Il problema per la manifattura italiana, in particolare per le PMI, non è quindi soltanto accedere alle tecnologie, ma sviluppare le competenze, la capacità organizzativa e gli strumenti necessari per adottarle efficacemente.

È su questa capacità di trasformare il potenziale tecnologico in applicazioni industriali concrete che si giocherà una parte importante della competitività del sistema produttivo italiano.