Nell’Unione europea sono 358 startup innovative che hanno raggiunto una valutazione di almeno un miliardo di dollari. Negli Stati Uniti sono 1.586, più di quattro volte tanto. Il confronto, però, non racconta soltanto una differenza di dimensioni tra due ecosistemi. Tra le imprese innovative analizzate la quota che raggiunge quella soglia è dello 0,6% nell’UE e dell’1,2% negli USA: anche rapportando il risultato al numero delle aziende osservate, quindi, l’Europa resta indietro.
Il problema principale emerge nel passaggio dall’innovazione alla crescita su larga scala. È la conclusione dell’approfondimento pubblicato dall’OCSE, firmato dagli economisti Sara Calligaris, Andrea Greppi e Alfonso Muñoz Alvarado. L’analisi si basa sul working paper Which start-ups achieve scale? dell’agosto 2026 e sul successivo policy brief What it takes for start-ups to scale up di ottobre. I ricercatori hanno studiato circa 62.000 startup innovative dell’UE e 129.000 statunitensi, fondate tra il 2000 e il 2025. Nella ricerca «innovative» significa aziende che hanno depositato brevetti oppure ricevuto finanziamenti di venture capital: non è un censimento di tutte le nuove imprese.
L’OCSE distingue due traguardi. Le growth-oriented firms hanno raccolto almeno 50 milioni di dollari, senza arrivare a una valutazione di un miliardo; le rising superstars hanno invece raggiunto o superato quel miliardo, anche al momento della quotazione in Borsa. Quest’ultima definizione è quindi più ampia di quella di «unicorno», che identifica tradizionalmente una startup non quotata con una valutazione di almeno un miliardo.
| Quante startup raggiungono le due soglie OCSE | UE | USA |
|---|---|---|
| Almeno 50 milioni di dollari raccolti, senza raggiungere un miliardo di valutazione | 3% | 7% |
| Valutazione di almeno un miliardo di dollari («rising superstars») | 0,6% | 1,2% |
La crescita è un evento raro in entrambi i mercati, ma pesa molto nella distribuzione delle risorse. Pur rappresentando una piccola minoranza delle aziende osservate, le due categorie attirano rispettivamente l’87% e il 90% dei finanziamenti raccolti dalle startup innovative dei due campioni. È su questo gruppo ristretto che si concentra gran parte del potenziale di sviluppo: capire che cosa ne frena l’espansione significa capire dove si produce una parte importante del divario di competitività.
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Il divario nei capitali si apre quando bisogna accelerare
All’inizio del percorso le future start-up da un miliardo europee e americane raccolgono risorse di entità sostanzialmente comparabile. La distanza si allarga negli anni successivi, quando alcune aziende statunitensi riescono a ottenere round molto consistenti e a finanziare una rapida espansione. La differenza è trainata soprattutto da poche imprese USA capaci di raccogliere capitali eccezionalmente elevati, non da una superiorità uniforme di ogni startup americana in ogni fase.
Questa distinzione cambia anche la domanda da porre alla politica industriale. Finanziare la nascita di nuovi progetti e sostenere la sperimentazione sono attività necessarie, ma non sostituiscono il capitale necessario per diventare grandi: costruire una struttura commerciale internazionale, assumere manager esperti, industrializzare un prodotto o acquisire tecnologie e imprese complementari può richiedere investimenti di un ordine di grandezza diverso rispetto a quelli del primo prototipo.
Conta poi la rete degli investitori. Nelle operazioni analizzate dall’OCSE, circa l’80% degli investitori delle scaleup USA è domestico, mentre per le imprese UE la quota di investitori dello stesso Paese è del 26%. Sale a circa il 39% considerando come domestici anche gli investitori degli altri Stati membri. Il confronto fotografa un mercato americano più integrato e un’Europa che, per completare i grandi round, dipende maggiormente da reti internazionali.
I capitali esteri, tuttavia, sono anche una risorsa: gli investitori con collegamenti internazionali, in particolare statunitensi, apportano contatti, competenze e accesso ai mercati. Le startup europee che li coinvolgono precocemente risultano associate a maggiori probabilità e velocità di crescita. Il punto, secondo l’OCSE, è che l’Europa non dispone ancora della stessa profondità di mercato per accompagnare internamente le aziende più promettenti nella fase avanzata.
In Europa solo il 18% delle rising superstars ha un brevetto
Il capitale permette di finanziare l’espansione, ma resta da capire quanto velocemente un’azienda riesca a trasformare una tecnologia in un prodotto che trova mercato. Tra le startup che hanno raggiunto il miliardo, solo il 18% delle europee detiene almeno un brevetto, contro il 52% delle statunitensi. Ma, guardando soltanto alle aziende che brevettano, le europee accumulano in media un numero leggermente superiore di invenzioni brevettate prima della crescita: 11,3 contro 10,4.
Il dato più significativo riguarda i tempi. Le imprese europee tendono a depositare il primo brevetto prima delle concorrenti americane, eppure impiegano circa un anno e mezzo in più per arrivare alla scala dopo il primo deposito. Lo scarto rimane anche quando i ricercatori tengono conto della qualità dei brevetti, dei settori e delle diverse generazioni di imprese. Non emerge, dunque, un semplice ritardo nell’ideazione: emerge una maggiore lentezza nel trasformare l’innovazione formalizzata in crescita commerciale.
L’OCSE indica tra le possibili cause i costi e la complessità della tutela della proprietà intellettuale in più giurisdizioni. A questi si sommano i passaggi necessari per validare un prodotto, venderlo e crescere in mercati con regole e interlocutori diversi. La differenza tra essere pronti sul piano tecnico ed esserlo per il mercato è la questione affrontata anche dal modello Startup Readiness, presentato in un approfondimento su questa testata. La capacità inventiva non si traduce automaticamente in capacità industriale e commerciale.
Per crescere servono fondatori esperti, manager e acquisizioni
Il capitale e la tecnologia spiegano solo una parte del risultato. Oltre il 40% delle «rising superstars» europee e più della metà di quelle americane hanno almeno un fondatore con precedenti esperienze imprenditoriali; nelle altre startup innovative le percentuali scendono rispettivamente al 16% e al 20%. L’esperienza di chi ha già fondato un’impresa è quindi una caratteristica molto più frequente tra le aziende che raggiungono dimensioni elevate.
Lo stesso vale per l’organizzazione. L’ingresso di un direttore finanziario esterno, un CFO, è associato al raggiungimento della scala con oltre un anno di anticipo rispetto ad aziende comparabili. È una correlazione, non la prova che assumere un CFO faccia automaticamente crescere un’impresa più rapidamente. Il risultato segnala però quanto diventino importanti la gestione finanziaria, la pianificazione e la capacità di organizzare un’azienda sempre più complessa.
La crescita passa spesso anche attraverso le acquisizioni: almeno un’operazione è stata completata dal 28% delle aziende da un miliardo nell’UE e dal 29% negli USA, circa il doppio delle quote rilevate tra le imprese della fascia di crescita inferiore. La geografia delle operazioni mostra un’altra differenza. Nelle scaleup del settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) americane la maggioranza delle acquisizioni riguarda il mercato nazionale; in Europa l’espansione attraversa più spesso i confini, compresi quelli esterni all’Unione. Per un’impresa americana il mercato domestico offre già molte possibilità di consolidamento; una europea deve più frequentemente costruire la propria scala superando frontiere nazionali.
Perché le scale-up contano anche per il territorio
Le acquisizioni e la crescita delle imprese possono cambiare anche il contesto in cui nascono le iniziative successive. Una startup che riesce a crescere può favorire lo sviluppo dell’ecosistema che la circonda. Nell’UE l’arrivo di una prima impresa della categoria «growth-oriented» si accompagna a un aumento della nascita di nuove startup locali; negli Stati Uniti è soprattutto il raggiungimento del miliardo da parte di una «rising superstar» ad associarsi a una maggiore creazione di imprese innovative. Dopo questi eventi lo studio rileva anche un aumento dell’attività locale di venture capital. L’effetto non è automatico né identico in tutti i territori: dipende dalla densità degli investitori, dalle competenze e dalle connessioni già presenti.
Per questo il successo di poche aziende ad alto potenziale può avere conseguenze che vanno oltre il singolo bilancio: crea esempi, attrae nuovi investitori e offre opportunità a fornitori e professionisti specializzati. Ma affinché queste opportunità restino sul territorio occorre un ecosistema capace di accompagnare più imprese nei successivi passaggi di crescita.
La risposta europea: capitale di crescita e mercato unico
L’analisi OCSE arriva mentre l’UE prova ad agire proprio sui due punti in cui il divario è più evidente: capitali avanzati e frammentazione del mercato. La Strategia europea per start-up e scale-up, avviata nel maggio 2025, prevede interventi su finanziamenti, norme, accesso al mercato e competenze. Tra le iniziative più concrete c’è lo Scaleup Europe Fund, con un obiettivo di raccolta di 5 miliardi di euro, pensato per sostenere la crescita di imprese innovative nei settori strategici. I 5 miliardi sono un obiettivo di raccolta del fondo, non una somma già interamente investita.
Sul fronte normativo, il progetto EU Inc. punta a creare una forma societaria europea facoltativa per operare più facilmente nei diversi Paesi dell’Unione. Il Consiglio UE ha adottato la propria posizione negoziale il 23 ottobre 2026, prevedendo tra le possibilità la costituzione digitale in due giorni, con un costo massimo di 100 euro. La misura non è ancora legge: il testo deve completare l’iter con il Parlamento europeo. Il suo obiettivo è ridurre una parte degli ostacoli che oggi costringono le imprese a muoversi tra numerosi regimi societari nazionali.
Un’altra risposta è la proposta di European Innovation Act presentata dalla Commissione nel settembre 2026: prevede strumenti comuni per attribuire valore economico alla proprietà intellettuale e favorirne la commercializzazione, oltre a interventi sugli acquisti pubblici di ricerca e innovazione. La connessione con il risultato OCSE è diretta: accelerare il passaggio dal brevetto al cliente, anziché fermarsi al finanziamento della ricerca.
Per l’Italia, come per gli altri Paesi dell’UE, il messaggio è anche un criterio con cui valutare gli strumenti a sostegno dell’innovazione: quanti progetti aiutano a partire e quanti permettono alle imprese migliori di passare dalla sperimentazione alla produzione, alle vendite internazionali e a round di investimento più grandi? Il numero delle startup create misura la capacità di avviare nuove iniziative. La capacità di farle crescere e competere su scala globale misura quanto valore economico e industriale l’Europa riesce a sviluppare a partire da quelle idee.







