Smart building, il Superbonus spinge gli investimenti (+25%) ma gli incentivi andrebbero estesi alla parte tecnologica degli edifici

Le analisi dello Smart building Report realizzato da Energy&Strategy, centro di ricerca della School of Management del Politecnico Milano. Gli incentivi sono determinanti per centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma vanno affiancati da obblighi a rinnovare il patrimonio edilizio

Pubblicato il 10 Nov 2022

building automation

L’edilizia è responsabile di una quota molto rilevante di emissioni inquinanti, il 36% del totale, e dei consumi energetici (40%) a livello europeo, dunque rappresenta una sfida delicata e complicata per un mondo più Green e sostenibile.

Il Superbonus edilizio al 110% degli investimenti effettuati nel 2021 ha dato una forte spinta all’efficienza energetica e al mercato, ma ha anche generato dinamiche ingestibili, tra cui l’aumento smisurato dei prezzi.

Risultato di un mercato ‘drogato’ dal Superbonus: nel realizzare i cosiddetti Edifici intelligenti – tecnologici, più ecologici, super-connessi – lo scorso anno gli investimenti hanno fatto un balzo del +25% rispetto ai dodici mesi precedenti.

Gli incentivi risultano determinanti per centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma vanno affiancati da obblighi a rinnovare il patrimonio edilizio. E il Superbonus – che ha attirato l’interesse di cittadini e addetti ai lavori – va modificato, a partire dall’aliquota del rimborso, che non deve superare l’85-90% del totale speso per i lavori di riqualificazione edilizia ed energetica. In più, gli incentivi andrebbero estesi anche alla parte tecnologica e digitale degli edifici, cioè quella più propriamente smart.

Il quarto Smart building Report realizzato da Energy&Strategy, centro di ricerca della School of Management del Politecnico Milano, presentato oggi presso l’ateneo milanese e in streaming online, come ogni anno fa il punto della situazione e getta uno sguardo sulle prospettive del mondo Smart building in Italia.

Dopo un 2020 in deciso calo, sono ripartiti gli investimenti del comparto edilizio per migliorare l’efficienza, in primo luogo energetica, degli edifici, e per l’elettrificazione dei consumi: circa 9,5 miliardi di euro il giro d’affari nel 2021 (+25% rispetto al 2020, al contrario in diminuzione dell’11%), a cui vanno aggiunti i 38,5 miliardi tra superfici opache (i cosiddetti ‘cappotti’ esterni) e vetrate, spinti dal Superbonus e dall’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia dovuto all’instabilità geopolitica internazionale.

I Building devices and solutions hanno registrato circa 6,5 miliardi di euro di investimenti (+ 44% rispetto al 2020, una cifra superiore anche ai risultati pre-pandemici), di cui 4 solo nel comparto Energy, seguiti dalle soluzioni per la sicurezza di asset e persone (1,1 miliardi) e dal comfort abitativo (1 miliardo).

Gli investimenti in Automation technologies

Gli investimenti in Automation technologies e in piattaforme di gestione e controllo nel comparto edilizio a fine 2021 ammontavano a circa 2,4 miliardi di euro (+2,2% rispetto al 2020): la quota più consistente è ancora quella della componente sensoristica (circa 818 milioni di euro, il 65% del totale). In generale, il mercato delle tecnologie digitali risulta cresciuto meno rispetto a quello dei Building devices and solutions, lasciando ipotizzare che il peso della componente smart all’interno degli edifici sia calata nel 2021.

Per un mondo più Green e decarbonizzato non si può fare a meno dell’efficientamento del comparto edilizio, responsabile in Europa di circa il 40% dei consumi energetici. Ma la questione centrale, oggi più che mai, è e resta ‘come’ realizzarlo, seguendo quali strade, portando avanti l’impulso degli incentivi pubblici, piuttosto che modificarli.

Incentivi da estendere alla parte tecnologica degli edifici

“Alcuni incentivi, in particolare il Superbonus, hanno avuto il merito di riportare l’attenzione sull’efficienza energetica degli edifici e di dare una forte spinta al mercato”, sintetizza lo scenario Federico Frattini, responsabile dell’Osservatorio del Politecnico milanese e vicedirettore dell’Energy&Strategy, ma, fa notare, “hanno anche generato dinamiche ingestibili, a partire dall’aumento smisurato dei prezzi. Crediamo che gli incentivi siano determinanti per centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma l’analisi che abbiamo condotto indica che dovrebbero essere strutturali, avere procedure più snelle e rendere il cittadino co-partecipe dei costi almeno per il 10-15%”. Questo è quanto emerge da una survey condotta tra gli operatori del settore, con cui l’Osservatorio si confronta per la stesura del Report.

Del resto, se per riqualificare e innovare le abitazioni il cittadino non deve spendere di tasca propria neanche un euro, è abbastanza prevedibile che la situazione sfugga di mano, come è puntualmente successo. “Di pari passo con gli incentivi, da estendere anche alla parte tecnologica e digitale degli edifici, cioè quella più propriamente smart, andrebbero introdotti come nel resto d’Europa obblighi stringenti per migliorare progressivamente il patrimonio edilizio, particolarmente datato”, rileva lo Smart building Report 2022: “le performance degli edifici dovrebbero essere tutte misurate, dando un senso alle tante certificazioni che al momento risultano frammentate e non cogenti”.

Potenzialità e prospettive del mondo Smart building

Potenzialità e prospettive del mondo Smart building in Italia hanno di fronte ampie praterie di sviluppo: il parco edilizio italiano, per il 92% costituito da edifici residenziali, è in gran parte vecchio e trarrebbe grande giovamento dalle ristrutturazioni. Il 62% del patrimonio abitativo e il 38% di quello destinato ad altri usi, infatti, ricade in classi energetiche molto basse, F o G, nonostante negli ultimi tre anni gli immobili in Italia abbiano consumato complessivamente meno della media europea, con un calo del 7% tra il 2017 e il 2020.

Al momento il tasso annuo di ristrutturazione profonda in Italia è dello 0,85% sul totale e permette di tagliare i consumi tra i 4 e i 5,5 TWh all’anno (e le emissioni tra 0,8 e 1,1 MtonCO2). Sommando questi risultati con quelli ottenibili dalle nuove costruzioni maggiormente efficienti, in corso di realizzazione o in progetto, al 2030 gli edifici in classe energetica A o superiore arriverebbero al 13% contro l’attuale 5%, con una riduzione dei consumi compresa tra il -6% e il -8% kWh/mq, cioè dagli attuali 611 TWh a un range che va da 628 a 640.

Tuttavia, non sarebbe ancora sufficiente: per centrare gli obiettivi europei di -55% emissioni a fine decennio, il tasso di ristrutturazione profonda dovrebbe aumentare del 50%.

La Renovation Wave Strategy dell’Unione Europea ha imposto al settore una serie di tagli consistenti entro il 2030: -60% emissioni, -14% consumi di energia, -18% consumi per riscaldamento e raffrescamento rispetto al 2015 e un raddoppio del tasso di ristrutturazione edilizia. Obiettivi ulteriormente inaspriti dal piano di affrancamento dal gas russo (REPowerEU) che ha aumentato del 13% il target di efficienza energetica e del 45% la quota da energia rinnovabile dei consumi complessivi al 2030, con un raddoppio del tasso di installazione di solare fotovoltaico.

A questo si è aggiunta la proposta di revisione della Energy Performance of Building Directive (EPBD), che ha introdotto ulteriori vincoli per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni: dal primo gennaio 2027 tutti gli edifici nuovi utilizzati o di proprietà di enti pubblici dovranno essere ‘a emissioni zero’, dal 2030 la stessa cosa verrà richiesta a tutte le nuove costruzioni e alle ristrutturazioni profonde, mentre gli edifici già esistenti dovranno migliorare le loro prestazioni energetiche raggiungendo almeno la classe E tra il 2030 e il 2033.

Gli incentivi da rivedere

Il sistema di bonus edilizi introdotti negli ultimi anni ha accelerato la ricostruzione di un parco edilizio più efficiente, ma sono tutti ugualmente utili? Su quali puntare e quali invece eliminare? Lo si è chiesto agli operatori di mercato attraverso una survey, da cui è uscito un risultato in qualche modo sorprendente: andrebbero mantenuti Ecobonus, Sismabonus, Bonus ristrutturazione, Bonus verde e Bonus idrico, fermo restando che per migliorarne l’efficacia bisognerebbe pubblicizzarli meglio, ampliare la platea dei beneficiari, chiarire le regole e dare maggiore stabilità al processo, legando gli interventi ammessi a un effettivo risparmio energetico.

Bocciati invece il Bonus facciate e quello per mobili ed elettrodomestici. Quanto al Superbonus 110%, avrebbe bisogno di una profonda revisione: il meccanismo infatti ha avuto il merito di riaccendere i riflettori sul tema dell’efficienza energetica degli edifici, prevedendo il salto di almeno due classi energetiche per accedere alla detrazione sugli interventi, e ha portato grandi risultati in termini economici e occupazionali.

Tuttavia, il blocco della cessione dei crediti dovuto alla saturazione di capacità delle banche e l’annullamento dei benefici di concorrenza causato dall’aliquota al 110% hanno di fatto creato importanti inefficienze di mercato, tra cui l’aumento esponenziale dei costi di personale e materie prime. Il suggerimento è dunque quello di modificarlo, ad esempio riducendo l’aliquota all’85-90% e rendendolo uno strumento stabile, con regole di ingaggio chiare.

Gli italiani e lo Smart building: pochi sono bene informati

Uno Smart building non è semplicemente un edificio con accorgimenti di risparmio energetico, ma una costruzione in cui gli impianti sono gestiti in maniera intelligente e automatizzata da un’infrastruttura di controllo, in modo da minimizzare i consumi e garantire il comfort, la sicurezza e la salute degli occupanti (ad esempio ottimizzando i sistemi di condizionamento e di ventilazione o riducendo la rumorosità, tutti temi divenuti centrali con il lockdown), oltre ad assicurare l’integrazione con il sistema elettrico.

La sensoristica installata permette non solo di gestire l’utilizzo di energia, ma anche di monitorare le prestazioni di un impianto e di intervenire in caso di malfunzionamento prima ancora che il guasto si verifichi.

Ma quante persone lo sanno? Molto poche, stando a un’indagine condotta su circa 2.500 cittadini per capire la conoscenza e l’esperienza delle famiglie in fatto di Smart building e dei benefici che rappresenta. Appena il 9% si ritiene bene informato – in particolare giovani (generazioni Y e Z) che abitano in grandi comuni del Nord Italia – e tuttavia la grande maggioranza del campione (85,7%) ha avuto almeno una volta esperienza diretta di tecnologie di gestione intelligente, ormai piuttosto diffuse e distribuite sul territorio, in genere però utilizzate in ambito energetico e non fruite in maniera integrata.

Gli elevati costi di installazione restano la barriera principale alla diffusione di tecnologie smart, lasciando intuire come chi li adotta sia spinto più da motivi economici che da una reale consapevolezza di tutti i benefici ottenibili, mentre l’obiettivo primario degli edifici intelligenti è proprio quello di accrescere il benessere degli occupanti, focalizzandosi sulle loro reali necessità attraverso l’utilizzo di interfacce semplici.

Le startup specializzate in Smart building

Un’analisi condotta sulle startup di settore ha permesso di evidenziare i principali trend tecnologici e di innovazione, che nel medio-lungo periodo potranno condizionare le strategie e i modelli di business degli operatori di mercato. Un primo campione comprende 219 startup europee, statunitensi o israeliane indipendenti, fondate tra il 2017 e il 2021 e con almeno un finanziamento raccolto.

Quelle attive in ambito Building devices and solutions sono le più numerose (62%, quasi la metà nel settore energia), e offrono soluzioni integrate che comprendono dispositivi in cui è presente sempre di più una componente software embedded: la categoria più rilevante si conferma quella legata all’efficientamento energetico degli edifici (38% del totale). Si tratta prevalentemente (nell’87% dei casi) di startup a uno stadio di sviluppo avanzato, quindi con una proposta di offerta validata e vendibile sul mercato, concentrate maggiormente in Europa, soprattutto in Germania, Regno Unito e Francia.

Rispetto al Report precedente, si evidenzia una distribuzione più equa dei finanziamenti medi tra startup americane ed europee. Quanto all’Italia, grazie al coinvolgimento diretto di 27 incubatori è stato costruito un campione di 16 startup, in netta prevalenza (81%) nell’ambito Building devices and solutions. Le startup italiane propendono verso la servitization, includendo nel 56% dei casi anche la componente service nella loro offerta.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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