Se guardiamo alla storia recente dell’economia, raramente abbiamo assistito a una concentrazione di potere finanziario e tecnologico paragonabile a quella attuale. La narrazione dell’innovazione, spesso dipinta come un terreno fertile per startup agili e dirompenti, si scontra oggi con una realtà ben diversa: un oligopolio digitale consolidato, capace di influenzare non solo i mercati, ma le dinamiche geopolitiche globali. È quanto emerge con chiarezza dalle analisi presentate durante l’evento del Center for Digital Envisioning degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, dove l’attenzione si è spostata dalle tecnologie alle forze economiche che le governano. In uno scenario proiettato al 2035, la vera domanda non è più solo quale tecnologia vincerà, ma chi avrà la forza economica per sostenerla.
Indice degli argomenti
L’egemonia delle “Magnifiche 8” nell’economia globale
Il dato di partenza per comprendere l’attuale economia digitale è la sproporzione. Come illustrato da Umberto Bertelè, Chairman degli Osservatori Digital Innovation, il mercato è ormai polarizzato attorno alle cosiddette “Magnifiche 8” (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta, Broadcom e Tesla). La loro influenza ha superato le soglie della normale competizione aziendale per entrare nel territorio della macroeconomia sistemica.
Bertelè ha evidenziato come queste sette aziende rappresentino oggi il 37,5% dell’intero indice Standard & Poor 500, una crescita esponenziale se si pensa che solo dieci anni fa, nel 2014, le allora “Big” pesavano per poco più del 10%. Ancora più impressionante è il confronto con le economie nazionali: la capitalizzazione aggregata di questi giganti «è superiore al 90% del PIL americano», mentre i loro ricavi complessivi eguagliano il Prodotto Interno Lordo di un paese del G7 come l’Italia. Siamo di fronte a entità che, per risorse e capacità di investimento, operano come superpotenze apolidi.
Questa concentrazione di ricchezza sta tuttavia generando interrogativi sulla sostenibilità delle attuali valutazioni di borsa, trainate freneticamente dall’hype sull’Intelligenza Artificiale Generativa. Bertelè ha utilizzato una metafora storica efficace per descrivere il momento attuale: «Quelli che guadagnano sono quelli che vendono i picconi, non quelli che cercano l’oro». In questa corsa all’oro digitale, l’unico attore che sta incassando profitti certi e stratosferici è chi fornisce l’infrastruttura di calcolo, ovvero Nvidia, mentre le aziende che sviluppano le applicazioni a valle faticano ancora a trovare modelli di business capaci di ripagare gli enormi investimenti infrastrutturali (Capex) richiesti. Il rischio di una “bolla”, simile a quella delle dot-com ma con fondamentali diversi, è uno scenario che gli analisti non escludono, qualora i ritorni dell’AI tardassero a materializzarsi.
Geopolitica digitale: lo scontro tra modelli
Il dominio delle Big Tech non è solo una questione finanziaria, ma il perno di un nuovo assetto geopolitico che vede contrapposti Stati Uniti e Cina. L’analisi emersa dal convegno dipinge due strategie radicalmente diverse. Da un lato, gli Stati Uniti sembrano aver scommesso tutto sulla supremazia nel software e nell’intelligenza artificiale avanzata. «Gli Stati Uniti puntano tutto sulla super intelligenza», ha affermato Bertelè, lasciando però sguarnito il fronte della produzione fisica.
Dall’altro lato, la Cina ha consolidato un dominio quasi incontrastato nella manifattura e nell’export, non solo di beni tradizionali ma di alta tecnologia applicata (veicoli elettrici, batterie, pannelli solari). I dati presentati mostrano una Cina che ha raggiunto il 15% delle esportazioni mondiali, mentre Stati Uniti ed Europa vedono le loro quote erodersi progressivamente. Pechino sta «inondando il mondo di prodotti», creando uno squilibrio commerciale che l’Occidente cerca di arginare con dazi e protezionismo, in una guerra fredda che si combatte a colpi di chip e algoritmi.
Un capitolo a parte in questa contesa geopolitica riguarda la finanza decentralizzata. Il fenomeno delle criptovalute e in particolare delle Stablecoin è osservato con lenti opposte: mentre negli USA si inizia a vedere in questi strumenti (spesso legati al dollaro) un modo per rafforzare la valuta americana nel mondo digitale, in Europa prevale il timore. «C’è una preoccupazione molto forte europea… che questo sia un fattore di squilibrio», ha notato Bertelè, sottolineando come l’UE tema per la propria sovranità monetaria. Curiosamente, in questo settore di frontiera, l’Italia gioca un ruolo inaspettato: i vertici di Tether, la società che gestisce la più importante stablecoin al mondo, sono italiani, figurando ormai tra le persone più ricche del paese.
Next Tech Players: esiste spazio per l’innovazione indipendente?
In un mercato così densamente occupato dai giganti, quale spazio rimane per i nuovi attori? L’intervento di Marina Natalucci, Direttore del Center for Digital Envisioning, ha fatto luce sulle dinamiche che regolano l’ingresso dei “Next Tech Players”. La narrazione romantica della startup che dal garage sconfigge il gigante è sempre meno aderente alla realtà dei fatti. Le barriere all’ingresso, specialmente nei settori ad alta intensità di capitale come l’AI, sono diventate insormontabili per chi non ha le “spalle larghe”.
Le strategie delle Big Tech per mantenere lo status quo sono aggressive e multiformi. Si va dall’acquisizione diretta dei potenziali concorrenti (spesso per integrarne le tecnologie o semplicemente per toglierli dal mercato) fino a forme di partnership vincolanti. Natalucci ha evidenziato come anche le realtà più promettenti, i cosiddetti “aspiranti” leader come OpenAI o Anthropic, finiscano inevitabilmente per gravitare nell’orbita dei grandi cloud provider (Microsoft, Amazon, Google) per poter accedere alla potenza di calcolo necessaria per sopravvivere. «Gli aspiranti spesso finiscono nell’orbita delle Big Tech», ha spiegato, delineando un ecosistema dove l’indipendenza totale è un lusso che pochi possono permettersi.
La “Ragnatela” competitiva e le nuove frontiere
Ciò che si sta delineando verso il 2035 non è un mercato di compartimenti stagni, ma un intreccio complesso di collaborazioni forzate. Umberto Bertelè ha sintetizzato efficacemente questa situazione paradossale con una frase che fotografa perfettamente il momento storico: «Siamo in una fase di tutti contro tutti ma tutti insieme a tutti». Le stesse aziende che si fanno una guerra spietata per la conquista dell’utente finale sono spesso costrette a collaborare a livello infrastrutturale o di standardizzazione per sostenere i costi dell’innovazione.
Tuttavia, esistono ancora delle “terre di nessuno” dove i giochi non sono fatti. Le opportunità per i nuovi player, secondo l’analisi del Center for Digital Envisioning, si spostano sempre più verso il Deep Tech e le scienze di frontiera. Settori come il Quantum Computing, la Fusione Nucleare o la biologia sintetica rappresentano le nuove scommesse. Qui, dove il rischio è altissimo e i tempi di ritorno dell’investimento sono lunghi, le Big Tech sono presenti ma non ancora onnipotenti, lasciando spiragli per la nascita di nuovi ecosistemi industriali.
Inoltre, la modularità del software e la “servitizzazione” di ogni componente tecnologico offrono nicchie di specializzazione verticale. Se le Big Tech costruiscono le autostrade digitali (i modelli fondativi e i data center), c’è un intero mondo di servizi e applicazioni specifiche per i verticali industriali (dalla sanità al manifatturiero) che attende di essere costruito.
L’analisi del Politecnico di Milano ci restituisce l’immagine di un’economia digitale in piena trasformazione “tettonica”. Il 2035 non sarà solo l’anno delle macchine intelligenti, ma l’anno in cui verificheremo se il mercato sarà riuscito a trovare anticorpi alla concentrazione monopolistica o se ci avvieremo verso un futuro di “feudalesimo digitale”, dove pochi grandi signori della tecnologia gestiranno le infrastrutture critiche da cui dipendono stati, aziende e cittadini.












