POLITICHE PER L’INDUSTRIA

Iperammortamento e Transizione 5.0, destini incrociati: l’incognita guerra e la variabile incertezza



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Il rinvio del decreto fiscale che doveva contenere l’eliminazione del vincolo del Made in EU per l’iperammortamento 2026-2028 e la soddisfazione delle domande in coda per Transizione 5.0 2025 lascia le imprese nell’incertezza. E c’è il rischio concreto che le risorse finora appostate per sostenere gli investimenti in beni strumentali e energie rinnovabili vengano dirottate verso altri provvedimenti urgenti. Nell’articolo la ricostruzione dei fatti e una nota sui costi nascosti dei dietro-front e dell’incertezza normativa.

Pubblicato il 12 mar 2026



palazzo chigi



Ci sono momenti in cui l’assenza di notizie è essa stessa notizia. E questo è uno di quei momenti. Si attendeva con ansia il Consiglio dei Ministri del 10 marzo, che avrebbe dovuto approvare il Decreto fiscale contenente, tra le altre misure, l’aggiornamento normativo dell’iperammortamento 2026-2028 e, magari, anche la sistemazione delle imprese in “coda” per il piano Transizione 5.0 2025.

Ma dalla riunione di Palazzo Chigi non è venuto fuori niente. E, a quanto si apprende, non si è trattato di uno slittamento di qualche giorno, ma di un rinvio “sine die” della questione.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo con la ricostruzione dei fatti.

L’iperammortamento 2026-2028, l’attesa infinita e il record da battere

L’iperammortamento 2026-2028 è ai nastri di partenza dal 1 gennaio 2026, grazie alla disciplina contenuta nella legge di bilancio, ma il colpo della starting gun non è ancora stato sparato: manca il decreto attuativo e quindi la piattaforma per dare il via all’e’operatività della misura. A inizio gennaio il decreto era in realtà pronto, ma la scelta del Governo di restringere la platea dei beni strumentali agevolati al solo territorio europeo ha causato diversi malumori, al punto che, a inizio febbraio, il Vice Ministro Maurizio Leo (MEF) ha annunciato che questo vincolo sarebbe stato rimosso. Questa modifica, che riguarda la norma primaria scritta nella legge di bilancio, non può essere fatta con il decreto attuativo, ma richiede un intervento tramite decreto-legge. Il veicolo normativo previsto era appunto il prossimo decreto fiscale.

L’eliminazione del vincolo del Made in EU – va detto – non sarà indolore. La modifica infatti comporta un aumento dei costi della misura, che il Governo potrebbe compensare, almeno in parte, con qualche altra restrizione, per esempio limitando l’accesso al beneficio ai soli investimenti i cui ordini sono stati avviati nel 2026.

Di tutto questo, comunque, non c’è stata traccia nel Consiglio dei Ministri e, come anticipato, potrebbe non essercene nemmeno nelle prossime settimane. Per quale motivo? I più maliziosi hanno pensato all’imminente Referendum, ipotizzando che il Governo non voglia creare malumori alla vigilia di un voto su cui sta spendendo buona parte della propria immagine. In realtà a complicare le cose è la guerra e quello che ne consegue. Ma su questo punto torneremo tra breve dopo aver raccontato la vicenda del piano Transizione 5.0 2025 che è rimasta in stand-by per la stessa misura.

La coda degli “esodati” del Transizione 5.0

Per quanto riguarda Transizione 5.0, a inizio novembre 2025 il MIMIT comunica l’esaurimento delle risorse, a seguito del taglio del plafond complessivo da 6,3 a 2,5 miliardi di euro (poi portati a 2,75) miliardi, ma lascia aperta la piattaforma fino al 31 dicembre, generando una “coda” di progetti prenotati ma non coperti finanziariamente.

Queste imprese, pur avendo fatto investimenti (spesso in fotovoltaico ed efficienza energetica), hanno comunque dovuto ottenere dal GSE l’ammissibilità tecnica, completare gli investimenti e, entro il 28 febbraio 2026, caricare le comunicazioni ex post.

Per queste aziende cosiddette “esodate” il Governo prima ha promesso copertura integrale (nella celebre riunione del 20 novembre a Palazzo Piacentini in presenza dei ministri Urso, Giorgetti e Pichetto Fratin).

Ma poi in legge di bilancio il Governo ha appostato 1,3 miliardi per coprire i crediti d’imposta di Transizione 4.0. In pratica ventilando l’ipotesi di uno spostamento forzato degli “esodati” dal Transizione 5.0 al Transizione 4.0, che prevede sostanzialmente aliquote dimezzate, non copre gli investimenti in energie rinnovabili e non rimborsa le spese per le certificazioni.

Ogni decisione è comunque stata rimandata a marzo 2026, cioè dopo la chiusura del 28/2 che avrebbe permesso al Governo di fare i conti su quanto sia stato il reale tiraggio della misura e quindi quante risorse siano necessarie.

I conti sono stati fatti. Transizione 5.0 ha assorbito 4,25 miliardi di euro a fronte dei 2,75 stanziati. Il gap di 1,5 miliardi è in gran parte coperto dagli 1,3 miliardi, il che consentirebbe al Governo di chiudere la partita o reperendo i 200 milioni mancanti e soddisfacendo pienamente tutte le domande o operando una sorta di riparto che, senza ulteriori esborsi, offrirebbe a tutti un’aliquota un po’ più bassa, ma sicuramente più alta di quella garantita dallo slittamento sul piano Transizione 4.0.

Che c’entra la guerra con gli investimenti in beni strumentali?

Fin qui i fatti. E questo è il punto in cui si incrociano le storie dell’iperammortamento 2026-2028 e del Transizione 5.0 2025. Perché entrambi questi interventi, attesi come dicevamo nell’ultimo consiglio dei Ministri, sono slittati. E non a causa del Referendum.

La mano che ha fermato la firma del decreto fiscale è infatti quella della (geo)politica. Lo scoppio delle ostilità tra USA e Iran, che si somma al perdurare della crisi in Ucraina e alle frizioni commerciali causate dai neoprotezionismi su scala globale, ha spinto il Governo a frenare.

Ci sono almeno due emergenze sul tavolo. La prima è quella dei prezzi dell’energia (oggi il barile di greggio è di nuovo sopra quota 100 dollari e l’Iran si è detto certo che il prezzo crescerà fino a 200 dollari al barile). Questo richiederà al Governo un intervento sia sui prezzi del carburante, attraverso una riduzione delle accise o un calmiere sui prezzi, sia sui prezzi dell’energia pagati dalle imprese. L’altra questione riguarda invece la necessità di supportare le imprese che, a causa dell’attuale crisi, stanno registrando un blocco parziale o totale delle loro esportazioni.

Tutti interventi, questi, non certi, che dipenderanno da quanto a lungo si protrarrà la crisi. Ma se dovessero rendersi necessari, il Governo andrebbe a prendere una parte delle risorse necessarie proprio da quel fondo da 1,3 miliardi di euro destinato agli esodati del Transizione 5.0. E non si muoverebbe più nella direzione “espansiva” della rimozione del vincolo Made in EU, che comporterebbe comunque un aumento dei costi della misura.

Questa la spiegazione delle non-notizie che citavamo a inizio articolo.

I costi nascosti della ritirata strategica

Mi si permetta a questo punto un commento del tutto personale.

Prima su Transizione 5.0. Si è chiesto il Governo quale sarebbe il costo economico – sì perché c’è anche quello da mettere sulla bilancia – della rottura (già in realtà perpetrata a più riprese) del patto di fiducia con elettori, cittadini e imprese? Perché – vale la pena ricordarlo – le imprese hanno avviato investimenti nel 2024 e nel 2025 in forza di una legge dello stato che garantiva loro un credito d’imposta. Togliere questo “diritto acquisito” equivale a violare un patto di credibilità, causando un danno economico alle imprese e un danno reputazionale al Governo: chi si fiderà più di un esecutivo che promette, sottoscrive e poi ritira le agevolazioni? Chi si fiderà di Urso e Giorgetti che hanno espressamente detto che le imprese “che hanno presentato o presenteranno domanda potranno, se in possesso dei requisiti, accedere all’incentivo programmato”?

Per quanto riguarda l’iperammortamento, si è chiesto il governo quanto sta pesando il continuo tira e molla normativo? Gli investimenti in beni strumentali programmati dalle imprese sono fermi da novembre 2025 (cioè da quando il Governo ha fatto il pasticcio di Transizione 5.0) e ora siamo a metà marzo 2026 senza che si sia mossa una foglia. Questa incertezza sta bloccando gli investimenti, come ha ricordato il Vice presidente di Confindustria per le Politiche industriali Marco Nocivelli nell’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore: “[…] Una lentezza ancora più grave vista la situazione internazionale che stiamo vivendo. Già è difficile fare impresa in questo momento, non possiamo aggiungere l’incertezza per tutte quelle aziende che hanno fatto investimenti con 5.0 e non sanno se prenderanno i soldi. Anche chi contava sull’iperammortamento è rimasto in attesa. Si tratta di investimenti che restano fermi, già si vede nell’andamento degli ordini”, ha detto. Anche questo, cari Governanti, è un costo economico. Per non parlare del tetrissimo scenario che avremmo se poi dovesse saltare anche la rimozione del vincolo Made in EU: a quel punto bisognerebbe riscrivere la definizione di “credibilità” nella voce della Treccani, che al momento recita così: “credibilità s. f. [der. di credibile]. – Possibilità d’esser creduto […]. Con sign. e uso più recente (anche per influenza dell’ingl. credibility), la capacità che una persona, e spec. un uomo politico, una personalità del mondo finanziario, o anche un ente, una società, un governo, ha d’ispirare fiducia, di ottenere credito e riconoscimento: avere, acquistare, perdere credibilità”.

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