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Italia leader in Europa per PMI manifatturiere ma al palo nell’innovazione: solo 9.000 aziende tech in venticinque anni



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Lo studio di TEHA Club e InnoTech Hub fotografa un Paese frenato dalla fuga di ventimila laureati STEM all’anno e da un trasferimento tecnologico debole, in cui solo il 3% della ricerca diventa brevetto. Per invertire la rotta e allineare le catene del valore ai trend globali serve una strategia di techshoring basata su quattro riforme urgenti.

Pubblicato il 30 giu 2026



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Negli ultimi 25 anni l’Italia ha generato appena 9.000 aziende innovative, meno della metà di Germania, Francia e Spagna, nonostante sia la prima economia europea per PMI manifatturiere con 115 distretti industriali ad elevata produttività.

A evidenziarlo è la ricerca “Le grandi tecnologie del futuro: nuovi paradigmi per economia, sicurezza e società. Verso una strategia di techshoring per l’Italia” di TEHA Club – piattaforma riservata ai vertici di oltre 450 imprese nazionali e multinazionali operanti in Italia e in Europa al fine di contribuire al progresso civile ed economico del Paese e dell’Europa in un’epoca di competizione globale – e InnoTech Hub, piattaforma tematica nata nel 2011 per l’approfondimento e la discussione di temi legati alle nuove frontiere della tecnologia e dell’innovazione.

Lo studio considera 5 macrotrend tecnologici strategici su cui investire per la competitività̀ dell’Italia di domani e si pone come obiettivo quello di definire una strategia di techshoring: una politica industriale che allinei le catene del valore nazionali ai grandi trend tecnologici globali, attraendo capitali e competenze per fare dell’Italia un hub di innovazione.

Il primato dell’Italia nella manifattura non si traduce in innovazione

L’Italia detiene la leadership europea per numero di PMI manifatturiere grazie a oltre 338.000 imprese, un dato che supera le 257.000 della Francia e le 240.000 della Polonia.

Il fulcro di questo tessuto produttivo è rappresentato da 115 distretti industriali attivi, capaci di registrare livelli di produttività superiori del 20% rispetto alla media manifatturiera nazionale.

Un posizionamento che resiste a una forte contrazione storica, che negli ultimi vent’anni ha portato alla perdita del 36% dei distretti complessivi, passati da 181 ai valori attuali, con un impatto più marcato nelle aree periferiche.

Lo sviluppo tecnologico evidenzia un forte squilibrio strutturale, dove la spinta all’avanzamento dipende quasi per metà dagli investimenti delle grandi imprese, pur rappresentando appena l’1,3% delle realtà distrettuali.

Il divario internazionale emerge in modo netto su un arco temporale di venticinque anni: il sistema italiano ha dato vita a 9.000 aziende innovative, a fronte delle 65.500 del Regno Unito e delle 328.500 registrate negli Stati Uniti.

A frenare il potenziale di crescita contribuisce in modo significativo l’emigrazione delle competenze, dato che su 119mila laureati STEM all’anno – dato che vale il quarto posto in Europa – ben 20mila scelgono di trasferirsi all’estero.

L’analisi della domanda di lavoro conferma la ridotta penetrazione delle competenze avanzate. Un monitoraggio condotto da TEHA Club e InnoTech Hub su 1,6 milioni di annunci pubblicati in 15 mesi rivela che appena 2 offerte su 100 si riferiscono alle 5 tecnologie strategiche, incidendo per il 2% sul totale del mercato.

In questo quadro emerge comunque una tendenza positiva di segno opposto rispetto all’andamento generale: a fronte di un mercato del lavoro complessivo che registra una contrazione dello 0,3% su base mensile, le richieste di professionisti specializzati nelle tecnologie di frontiera mostrano un incremento costante del 4,2% ogni mese.

La geografia del trasferimento tecnologico

L’eccellenza tecnologica italiana si sviluppa in modo fortemente concentrato, distribuendosi lungo la direttrice principale che unisce Torino, Milano, Bologna e Roma.

La produzione scientifica focalizzata sulle 5 tecnologie strategiche fa perno sulle città di Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli. Il capoluogo campano rappresenta l’unico centro del Mezzogiorno inserito tra le aree ad alta produttività scientifica e si distingue, insieme a Pisa, per un livello di specializzazione di rilievo nei settori della robotica e della AI applicata.

La mappa dell’innovazione trova una corrispondenza speculare nella tutela della proprietà intellettuale e nell’attrazione delle competenze. La capacità brevettuale si addensa infatti all’interno dei poli di Milano, Torino, Bologna e Roma.

La medesima dinamica geografica governa il mercato del lavoro e la valorizzazione del talento: Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si confermano come le regioni in cui si concentrano le prime aree di assunzione per tutte e 5 le tecnologie strategiche, lasciando il Mezzogiorno ai margini dell’ecosistema dell’innovazione.

Le proposte di TEHA Club e InnoTech Hub per convertire l’eccellenza in innovazione industriale

La ricerca rileva come la filiera dell’innovazione italiana si interrompa in tre passaggi critici ben definiti.

Il primo nodo riguarda il legame tra ricerca e brevetto, penalizzato da dinamiche accademiche in cui le carriere dipendono quasi esclusivamente dalle pubblicazioni, determinando una conversione in brevetto per appena il 3% della produzione scientifica.

Il secondo ostacolo risiede nel divario tra proprietà intellettuale e mercato, causato da Uffici di Trasferimento Tecnologico che dispongono della metà del personale rispetto alla media europea e operano principalmente con funzioni legali, senza competenze di business development.

L’ultimo elemento critico coinvolge il rapporto tra impresa e scaling, un ambito in cui la vera carenza non è rappresentata dalla liquidità in senso assoluto, quanto dalla mancanza di fondi di venture capital dotati di competenze verticali sui macrotrend tecnologici.

Al fine di superare tali blocchi e orientare il sistema verso obiettivi misurabili, lo studio individua quattro priorità: la costruzione di ecosistemi su scala globale, la promozione dell’upselling tecnologico del manifatturiero, l’aumento della conversione della ricerca e la crescita del numero di aziende innovative sul territorio nazionale.

La strategia operativa elaborata per raggiungere i traguardi prefissati si articola attraverso una serie di interventi strutturali. Risulta prioritario riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica, integrando i parametri di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) e di Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) con metriche legate all’impatto industriale.

Un simile approccio si ispira a modelli internazionali consolidati come il Research Excellence Framework britannico, che attribuisce il 25% del punteggio all’impatto economico e sociale, l’Hcéres francese, focalizzato sull’interazione con il sistema produttivo, o il tedesco Pakt für Forschung und Innovation, che vincola le risorse pubbliche ai risultati nel trasferimento tecnologico.

La seconda misura prevede il potenziamento degli Uffici di Trasferimento Tecnologico, da convertire in veri centri di sviluppo commerciale inserendo figure ibride specializzate in scouting e matchmaking industriale.

L’introduzione di KPI misurabili per enti pubblici di ricerca come CNR, IIT ed ENEA consentirebbe inoltre di monitorare l’efficacia di spin-off, brevetti e accordi privati, legando una quota del finanziamento pubblico al raggiungimento dei target.

Il rafforzamento dell’ecosistema finanziario, infine, passa attraverso la creazione o l’attrazione di fondi di venture capital focalizzati sulle 5 tecnologie strategiche, stimolati mediante co-investimenti pubblici selettivi e programmi mirati di matching con il tessuto produttivo italiano.

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