A poche ore dalla firma del decreto attuativo del nuovo iperammortamento, arrivata lo scorso 4 maggio dopo quattro mesi di attesa, aumentano le voci di chi non è soddisfatto della piega che il Governo ha dato alla misura. Il bersaglio principale è la scelta del Ministero dell’Economia e delle Finanze di escludere dall’agevolazione i canoni dei software erogati in modalità as-a-service, una decisione che secondo le associazioni di categoria taglia fuori dall’incentivo la maggior parte degli investimenti digitali oggi realizzati dalle imprese italiane.
A queste proteste si aggiunge ora la denuncia di AssoESCo, l’associazione che rappresenta le Energy Service Company, che lamenta il mancato riconoscimento del ruolo delle ESCo e dei contratti di Energy Performance Contract (EPC) nel nuovo perimetro della misura. Una scelta che si va a sommare alle perplessità già emerse sui requisiti tecnici previsti dalla norma primaria per i moduli fotovoltaici, di fatto compatibili soltanto con la produzione di un unico operatore industriale italiano.
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Il nodo del software as-a-service
Sul fronte del software la presa di posizione più netta arriva da Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria per le Politiche Industriali e il Made in Italy. “Accogliamo positivamente la firma del decreto attuativo sul nuovo iperammortamento”, premette Nocivelli, che però aggiunge: “Peccato che al momento al Mef si sia persa un’occasione per estendere la misura anche ai canoni dei software con abbonamento, auspichiamo quindi che questo nodo venga sciolto al più presto, con una modifica normativa oppure con un’interpretazione come avvenuto in precedenza, sempre nell’ottica del consueto spirito di collaborazione”.
Escludere questa modalità di vendita dei software dall’iperammortamento significa, di fatto, privare la maggioranza delle imprese di un’agevolazione concepita per accompagnarle nel percorso di digitalizzazione.
Sulla stessa linea Anitec Assinform, l’associazione di Confindustria che rappresenta le aziende dell’ICT. Per il presidente Massimo Dal Checco i software erogati as-a-service sono oggi centrali nella trasformazione digitale delle imprese e il loro mancato riconoscimento equivale a non comprendere come le PMI investono concretamente in innovazione. Secondo il Rapporto “Il Digitale in Italia 2025“, i modelli as-a-service rappresentano circa l’80% del mercato. Anitec Assinform indica anche la strada per correggere la rotta: reinserire l’agevolabilità dell’as-a-service nel Decreto Fiscale, attualmente in esame al Senato.
Pannelli fotovoltaici: i requisiti tecnici e il monopolio di fatto
Il secondo punto debole della misura riguarda i pannelli fotovoltaici. I requisiti tecnici previsti per i moduli ammessi all’agevolazione – limitati alle tipologie previste alle lettere b) e c) del registro ENEA – restringono drasticamente le soluzioni disponibili sul mercato europeo. Il risultato è che, di fatto, l’unico produttore europeo in grado di soddisfare i requisiti è 3Sun.
Il rischio, denunciato dai produttori esclusi (che hanno anche presentato un reclamo alla Commissione Europea per verificare se la norma violi il principio di divieto di aiuti di Stato), ma anche da AssoESCo, è che il beneficio garantito dalla misura finisca per essere assorbito dal differenziale di costo tra le tipologie b) e c), ammesse all’incentivo, e le alternative non europee, riducendo la capacità della misura di stimolare nuovi investimenti.
L’esclusione delle ESCo, Beneduce: “Un’occasione persa per il sistema”
Veniamo al terzo, e forse più strutturale, punto debole della misura: l’assenza di un riconoscimento esplicito del ruolo delle ESCo e dei contratti EPC. Antonio Beneduce, vicepresidente di AssoESCo e responsabile del Comitato Tecnico Decarbonizzazione Imprese, non usa mezzi termini: “Per noi è un’occasione persa per il sistema. Chiarire il ruolo delle ESCo in questa fase non avrebbe prodotto un aggravio di spesa per le casse dello Stato, e invece si è scelto di non farlo. Il risultato è che dovremo risalire la china, e a perderci non saranno i nostri associati ma il tessuto produttivo italiano, in particolare le PMI”, spiega il manager.

Prima di addentrarci nell’analisi di Beneduce, vale la pena ricordare che nella prima bozza della Legge di Bilancio era prevista una maggiorazione green con aliquote più alte per chi, con gli investimenti in beni strumentali ricompresi negli allegati, ottenesse anche un miglioramento delle performance energetiche della struttura produttiva o del processo interessato dall’investimento, un po’ come accadeva nel vecchio piano Transizione 5.0. Questa procedura avrebbe previsto anche la valorizzazione esplicita degli interventi realizzati tramite EPC. Ma tutto il castello è crollato sotto la scure della semplificazione: nelle battute finali del percorso parlamentare della legge di bilancio quella previsione è stata stralciata da un emendamento governativo.
“Nelle settimane successive abbiamo aperto un dialogo con il MIMIT, che ci aveva dato disponibilità a rendere esplicito l’Energy Performance Contract come strumento compatibile con l’iperammortamento. Sapevamo però che il decreto sarebbe ripassato dal Mef per il necessario concerto interministeriale, ma l’ultimo testo non va in questa direzione”, ricostruisce Beneduce.
Perché le ESCo dovrebbero rientrare nella misura
Il punto, sottolinea il vicepresidente di AssoESCo, è che il ruolo delle ESCo nei contratti EPC ha tutte le caratteristiche per essere riconosciuto come compatibile con l’impianto dell’iperammortamento. “Nei contratti EPC i beni sono nella piena disponibilità economica e giuridica della ESCo: vengono iscritti a bilancio come cespiti e ammortizzati secondo le vigenti disposizioni fiscali. Siamo noi a portare l’investimento in casa del cliente e ad assumerci i rischi tecnologici, generando il risparmio energetico ed economico che poi viene condiviso con l’utilizzatore finale. Il bene resta di nostra proprietà per tutta la durata del contratto, mediamente una decina d’anni, e viene riscattato dal cliente solo a scadenza”.
Per spiegarlo Beneduce fa un parallelo con il caso del leasing. Nel leasing finanziario, caso previsto espressamente dalla normativa dell’iperammortamento, il diritto al beneficio è in capo al soggetto utilizzatore finale per tutto il periodo di ammortamento. Nel leasing operativo (il noleggio) invece il fruitore dell’agevolazione è chi effettua l’investimento, anche se lo “colloca” presso l’azienda locataria. Nel caso dell’EPC la logica sarebbe analoga: la ESCo sostiene il costo dell’investimento e fruirebbe dell’incentivo, scaricandone poi il beneficio sul cliente. Una prassi già consolidata nelle interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate, che ha riconosciuto l’ammissibilità del beneficio in casistiche analoghe come quella dei distributori automatici o dei beni concessi in uso.
“Sarebbe stato auspicabile che questo principio venisse esplicitato anche per i contratti EPC. Non è stato fatto, e ora saranno necessari chiarimenti interpretativi. È esattamente la strada percorsa con Transizione 5.0, dove peraltro è stato necessario un intervento correttivo della Legge di Bilancio 2025 per far rientrare le ESCo come beneficiarie della misura. Sarebbe stato logico fare tesoro di quell’esperienza”, osserva Beneduce.
Un’opportunità per le PMI
Il punto su cui Beneduce insiste maggiormente riguarda però l’impatto della misura sulle piccole e medie imprese. L’iperammortamento richiede capienza fiscale per essere pienamente valorizzato. E questo è un problema per molte, moltissime imprese, soprattutto le PMI.
“Per usufruire pienamente dell’iperammortamento i bilanci devono essere continuativamente in utile. È evidente che le PMI hanno andamenti di bilancio più volatili rispetto alle grandi imprese, e questo rischia di tagliarle fuori da uno strumento che dovrebbe invece sostenerle. La presenza della ESCo cambierebbe radicalmente il quadro: noi abbiamo spalle finanziarie più solide, possiamo portare avanti l’investimento e trasferire il beneficio dell’innovazione alla PMI utilizzatrice attraverso il contratto EPC. Il soggetto tecnicamente fruitore dell’incentivo diventa un soggetto solido, la ESCo, e la PMI accede comunque alla tecnologia ottenendone i benefici. Guardando questa dinamica con gli occhi dello Stato italiano, dovrebbe essere una soluzione non solo perseguita, ma addirittura favorita: le PMI sono il nervo del sistema-paese e vanno supportate adeguatamente “.
C’è poi un secondo aspetto che Beneduce mette sul tavolo: il tema dell’efficienza energetica, eliminato dalla nuova versione della misura. “L’iperammortamento attuale incentiva l’innovazione tecnologica e l’autoproduzione da fonti rinnovabili, ma non valorizza in modo specifico l’efficienza energetica, che era invece uno dei punti centrali della Transizione 5.0. I contratti EPC consentirebbero di reintrodurre questa dimensione da una porta secondaria, senza gravare sulla dotazione finanziaria della misura, perché garantiscono risultati energetici misurabili e contrattualmente definiti. Tra l’altro il bilancio del piano Transizione 5.0 dimostra che le imprese sono andate volontariamente verso i livelli più alti di efficientamento energetico. C’è un’attenzione del mercato, insomma, che il legislatore non starebbe valorizzando”.
Le richieste di AssoESCo
Il riconoscimento delle ESCo e dei contratti EPC, sottolinea Beneduce, sarebbe pienamente coerente con i principi della Legge delega 160/2023, che prevede razionalizzazione e semplificazione degli strumenti, eliminazione di duplicazioni, orientamento ai risultati e maggiore efficacia della spesa pubblica. Il decreto legislativo attuativo della legge delega è in corso di definizione e rappresenta una potenziale finestra di intervento. “I contratti EPC sono perfettamente coerenti con quei principi, mentre i vincoli tecnici troppo restrittivi sui moduli fotovoltaici rischiano di andare nella direzione opposta”, osserva il vicepresidente di AssoESCo.
La richiesta dell’associazione è quindi da un lato di prevedere – almeno tramite chiarimenti applicativi successivi – una ricognizione esplicita del ruolo delle ESCo nei contratti EPC, in coerenza con i principi già applicati al leasing. Dall’altro, rivedere i requisiti tecnici relativi ai moduli fotovoltaici, eliminando l’attuale limitazione alle tipologie b) e c) del registro ENEA o, in alternativa, estendendo l’ammissibilità anche ai moduli di tipologia a).
“Un intervento in questa direzione permetterebbe di rafforzare l’efficacia complessiva della misura, migliorare la capacità di attivare investimenti privati, ampliare l’accesso agli strumenti da parte delle PMI e garantire maggiore coerenza con il percorso di revisione del sistema degli incentivi. È un’operazione sostanzialmente invariante per la finanza pubblica che però può cambiare l’impatto reale dell’iperammortamento sul sistema produttivo. Con riferimento ai requisiti dei pannelli fotovoltaici, speriamo che il Parlamento, anche attraverso il Decreto Fiscale ora in esame al Senato, voglia cogliere questa opportunità”, conclude Beneduce.












