POLITICA INDUSTRIALE

Transizione 5.0: cronaca di un’occasione mancata



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Ventisette mesi, tre fasi di crisi, un esaurimento di risorse con migliaia di domande inevase. Dall’1,6% dei fondi utilizzati al surplus di 2,3 miliardi. I numeri dimostrano che non sono state le semplificazioni a far decollare il piano. E il decreto fiscale del 27 marzo chiude la vicenda con un credito del 15,75% per chi si aspettava il 45%. Da Marco Belardi un’analisi storica puntuale e la ricostruzione con numeri e dati di dettaglio del consuntivo del piano Transizione 5.0

Pubblicato il 28 mar 2026

Marco Belardi

Dir. Tec. B.U. Transizione 4.0/5.0 Polo Tecnologico Alto Adriatico | Lead Teacher presso il Sole 24 Ore



transizione50



Con la chiusura della fase di rendicontazione, il 28 febbraio 2026 si è concluso formalmente il ciclo del Piano Transizione 5.0. Ventisette mesi di vita ufficiale, tre fasi di crisi, un esaurimento di risorse dichiarato a novembre 2025 con migliaia di domande ancora in sospeso e un epilogo amaro (per ora).

La vicenda merita di essere ricostruita con rigore, perché rappresenta un caso di studio esemplare di come le dinamiche tra politica industriale, rappresentanza datoriale e vincoli europei possano produrre esiti paradossali. Una misura data per morta, criticata aspramente per mesi, che ha finito per generare domande per 4,8 miliardi di euro – quasi il doppio del plafond ridotto a 2,5 miliardi – lasciando scoperte migliaia di imprese. E che, nel suo ultimo atto – il decreto fiscale approvato dal CdM il 27 marzo 2026 – riserva agli «esodati» della misura un credito effettivo del 15,75%: un terzo di quanto era stato loro prospettato; e con l’esclusione dall’incentivo degli investimenti degli impianti per autoproduzione di energia FER.

Ma il dato più significativo non è il numero finale. È la traiettoria: una curva che parte da zero, resta piatta per mesi alimentando profezie autoavveranti, poi esplode quando finalmente le condizioni operative vengono rese adeguate. E, come emergerà dall’analisi dei dati per classe di merito, l’esplosione non è stata determinata dalle semplificazioni normative – in particolare dalla procedura per i beni obsoleti introdotta dal comma 9-bis – bensì dalla progressiva comprensione della misura da parte di imprese e consulenti.

La genesi: un impianto ambizioso su un cantiere europeo

Il Piano nasce il 24 novembre 2023, quando la Commissione europea approva la componente italiana nell’ambito di RepowerEU. La dotazione è rilevante: 6,3 miliardi di euro, integralmente finanziati a titolo di sovvenzione (grant) dalla Missione 7, Investimento 15 del PNRR.

Il 25 gennaio 2024 l’UE versa l’anticipo del 20%. Come avevo illustrato nel mio articolo dell’aprile 2024 sull’approvazione della norma – «Al via il piano Transizione 5.0: ecco il testo spiegato comma per comma» – l’impianto è strutturato su scaglioni di risparmio energetico crescenti (3-6%, 6-10%, oltre 10%, oltre 15%) con aliquote differenziate e un perimetro di investimento che include beni strumentali 4.0 (allegato A), beni immateriali (allegato B), autoconsumo da fonti rinnovabili, formazione e certificazione.

Il vincolo strutturale della misura – incentivo condizionato a un risparmio energetico documentato e certificato – è al tempo stesso il suo punto di forza concettuale e il principale punto di attrito con il sistema produttivo per tutta la sua durata.

Il ritardo attuativo: cinque mesi persi in partenza

L’art. 38 del DL 19/2024 viene pubblicato in GU il 2 marzo 2024 con efficacia retroattiva al 1° gennaio 2024. Il Decreto Interministeriale attuativo arriva però soltanto il 24 luglio 2024. La piattaforma GSE apre il 7 agosto. Tra norma primaria e operatività concreta passano più di cinque mesi.

In questo vuoto proliferano interpretazioni difformi, prassi di consulenza eterogenee, FAQ non ufficiali. Lo avevo segnalato già nel luglio 2024 nell’articolo «Investimenti Transizione 5.0: tempi stretti per la pianificazione», quando era evidente che le imprese stavano pianificando investimenti su una procedura ancora indefinita.

La Circolare Operativa del 16 agosto – già corretta con errata corrige dopo tre giorni – è lo specchio di un processo redazionale condotto sotto pressione temporale. Non si tratta di un giudizio ex post: i problemi erano visibili in tempo reale.

Agosto – Ottobre 2024: l’avvio nel caos normativo

Il 7 agosto 2024 si apre la piattaforma GSE. Le imprese possono finalmente depositare le comunicazioni preventive. Ma il quadro normativo è ancora incompleto: mancano le linee guida operative, le comunicazioni di completamento non saranno possibili fino al 12 settembre.

Le prime settimane registrano un’attività minima. I certificatori sono incerti sulle modalità, lo scenario controfattuale resta un enigma per molti, il vincolo DNSH spaventa, la non cumulabilità con incentivi UE restringe il campo.

A fine settembre partono le prime richieste di integrazioni dal GSE e le prime FAQ – pubblicate in modo frammentario, prima sul sito GSE, poi cancellate e ripubblicate su quello del MIMIT. Il 7 ottobre le FAQ sono già 104, distribuite tra due siti con parziali difformità. Il 9 ottobre vengono unificate su MIMIT, con modifiche sostanziali ad alcune voci.

Ho descritto il meccanismo certificativo in dettaglio nell’articolo «Lo scenario controfattuale nel Piano Transizione 5.0», evidenziando come il mercato della certificazione non fosse strutturalmente pronto.

Il 23 ottobre 2024, l’incontro Orsini-Nocivelli-Urso a Palazzo Piacentini fotografa l’entità del problema: circa 500 progetti in bozza per 150 milioni di euro e 200 completati per crediti di appena 70 milioni. Un mese e mezzo di piattaforma operativa, risultati desolanti. Urso promette innalzamento delle aliquote e semplificazioni.

Novembre 2024: il punto più basso e la narrazione del fallimento

Il 14 novembre 2024, Il Sole 24 Ore certifica il dato che segna lo stigma sulla misura: 99 milioni di crediti prenotati in tre mesi, l’1,6% dei 6,23 miliardi disponibili, da parte di sole 324 imprese.

È su questo dato che si costruisce la narrazione del fallimento. Confindustria intensifica la pressione. Il presidente Orsini dichiara ripetutamente che «il piano Industria 5.0 non funziona», che «la misura non può essere imbrigliata da lacci e lacciuoli», invocando il ritorno ai meccanismi automatici del super e iperammortamento. Il vicepresidente Nocivelli accompagna queste dichiarazioni con stime prudenziali: la misura, nella migliore delle ipotesi, avrebbe raggiunto un tiraggio compreso tra 2 e 2,5 miliardi.

Il 20 novembre, il Viceministro Leo dichiara ad Assolombarda la possibilità di «spostare parte delle risorse sul capitolo 4.0». Il messaggio è chiaro: il Governo inizia a prepararsi a riallocare i fondi.

Occorre però chiedersi: quanto di quello scarso tiraggio era imputabile alla misura in sé, e quanto al ritardo nell’approntamento delle condizioni operative? La piattaforma era stata aperta in agosto senza linee guida complete, senza FAQ adeguate, con vincoli interpretativi che paralizzavano certificatori e consulenti. Le criticità erano reali ma non strutturali: erano figlie di un’attuazione frettolosa e di un dialogo insufficiente con l’Unione Europea nella fase di negoziazione dei vincoli.

La Legge di bilancio 2025: correzioni necessarie, ma tardive

I commi 427-429 della L. 207/2024 introducono modifiche che avrebbero dovuto essere nella norma originaria: procedura semplificata per la sostituzione di beni obsoleti (il nuovo comma 9-bis), scaglione unico fino a 10 M€ con aliquote potenziate, cumulabilità con ZES e ZLS e con agevolazioni UE (con nettizzazione), ammissibilità delle ESCo come soggetti beneficiari.

Non si tratta di perfezionamenti marginali. Si tratta di correggere vincoli che avevano ridotto la platea degli investimenti eligibili in modo rilevante. Il fatto che queste modifiche arrivino dopo quattordici mesi di operatività – con un blocco tecnico della piattaforma tra il 3 e il 5 febbraio 2025 per l’adeguamento – è indicativo di un processo normativo che ha rincorso i problemi invece di anticiparli.

La primavera 2025: l’accelerazione e il bivio

Tra gennaio e aprile 2025 il tiraggio inverte la rotta. La prima settimana di marzo porta segnali contrastanti. Da un lato, il ministro Foti annuncia l’intenzione di spostare 3 miliardi su altre misure. Nocivelli, presente al tavolo, dichiara una stima Confindustria di utilizzo «di circa 2-2,5 miliardi» e si dice d’accordo a dirottare le risorse inutilizzabili. Dall’altro, Bitonci parla di proroga al 30 aprile 2026 e Calabrò conferma che dall’UE è stata ottenuta la possibilità di allungare i termini.

Ma i numeri raccontano già un’altra storia. Come ho documentato nel mio articolo «Avviso ai naviganti: FATE PRESTO!» del 20 marzo 2025, i dati mostravano un’accelerazione significativa: in meno di due settimane, i progetti erano passati da 1.717 a 1.930 (+12%), gli investimenti da 1.116 a 1.255 milioni, i crediti da 512 a 573 milioni.

Il 1° aprile 2025, nell’articolo «Transizione 5.0: ancora in forte aumento il tiraggio della misura», i numeri parlano da soli: crediti a 668 milioni al 31 marzo, 414 nuovi progetti in due settimane, media di 17 milioni/giorno in investimenti e 7,7 milioni/giorno in crediti. La proiezione sale a circa 2,8 miliardi.

Eppure, il 10 aprile 2025, Nocivelli dichiara al Sole 24 Ore che la dote risulta sfruttata «solo per 676 milioni, meno dell’11% del totale» e che «guardando al futuro con ottimismo si arriverà forse ad un utilizzo di 2, 2,5 miliardi». La stima – identica a quella di un mese prima – non teneva conto della dinamica in atto: non era il livello a contare, ma la derivata. Il tasso di assorbimento stava crescendo in modo significativo, e l’analisi della curva indicava chiaramente che le proiezioni prudenziali erano già superate dagli eventi.

Il Presidente Meloni, il 7 maggio 2025, apre alla possibilità di inserire entrambe le misure – 4.0 e 5.0 – in una revisione del PNRR. Una dichiarazione che fotografa la confusione istituzionale del momento: il Piano è finanziato da RepowerEU con regole specifiche e non è rimodulabile senza conseguenze sugli impegni di spesa PNRR e sulle milestone concordate con la Commissione.

L’estate-autunno 2025: la corsa finale e il collasso delle coperture

Nei mesi successivi il tasso di assorbimento si stabilizza intorno a 200 milioni al mese – dato confermato dallo stesso Ministro Urso in Assemblea parlamentare. La misura raggiunge progressivamente i 2,8 miliardi di crediti impegnati.

Il 7 agosto 2025 la piattaforma GSE viene aggiornata con le funzionalità richieste dalla Legge di bilancio – ESCo, cumulo agevolazioni, beni obsoleti – con circa otto mesi di ritardo rispetto alla norma che le aveva introdotte.

Il 25 settembre 2025 la cabina di regia sul PNRR formalizza la rimodulazione finanziaria: le risorse effettivamente disponibili scendono a circa 2,5 miliardi di euro, quando le richieste accumulate avevano già superato la nuova soglia.

Il 4 novembre 2025, con la COM(2025) 675 final, il Governo comunica alla Commissione la riduzione della dotazione da 6,3 a 2,5 miliardi. Il 6 novembre il Decreto Direttoriale sancisce l’esaurimento delle risorse, con soglia operativa fissata a circa 3 miliardi. Nelle 24 ore precedenti la pubblicazione, centinaia di comunicazioni preventive vengono caricate in raffica sulla piattaforma.

La crisi di novembre: le reazioni e la gestione dell’emergenza

La reazione è immediata e rumorosa. Nocivelli parla di «decisione che mette in difficoltà numerosissime imprese» e di «forte preoccupazione». Confindustria Vicenza denuncia un intervento «senza preavviso». Assolombarda parla di «deludente segnale di incoerenza».

Lo avevo scritto nell’articolo del 10 novembre 2025 «Transizione 5.0: l’incoerenza delle proteste sulla chiusura della misura»: le organizzazioni che per mesi avevano sostenuto che la misura «non funzionava» – formulando stime di tiraggio tra 2 e 2,5 miliardi, ben al di sotto dei livelli poi registrati – protestavano ora per la chiusura di una misura la cui domanda aveva ampiamente smentito quelle previsioni.

Dal 7 novembre in poi si scatena una corsa alle prenotazioni. Al 27 novembre, data di chiusura della piattaforma, le prenotazioni raggiungono 4,8 miliardi di euro da 20.197 imprese – un surplus di 2,3 miliardi rispetto al plafond.

Il Governo risponde con il DL 175/2025 del 21 novembre: proroga delle domande al 27 novembre, obbligo di opzione esclusiva tra credito 4.0 e 5.0 per chi aveva presentato richiesta su entrambe le misure. Il GSE procede ad accertamenti su un campione di circa un migliaio di progetti; nasce il nuovo stato tecnico di progetto «tecnicamente ammissibile». La conversione in legge (L. 4/2026 del 20 gennaio) consolida l’impianto.

Il 3 dicembre 2025, in audizione al Senato, Nocivelli ammette che anche in uno scenario prudenziale il fabbisogno residuo avrebbe sfiorato gli 800 milioni – 1 miliardo. Chiede che tutte le pratiche presentate entro il 27 novembre vengano «integralmente finanziate».

La chiusura: una piattaforma che non tiene

Il 30 gennaio 2026 riprendono le comunicazioni di completamento per i progetti «tecnicamente ammissibili» presentati dopo il 6 novembre. Con una precisazione importante: l’avanzamento della pratica non implica automatico riconoscimento del credito compensabile. Le risorse non ci sono. Le imprese in lista d’attesa compilano una documentazione senza certezza di esito.

Il 4 febbraio viene segnalato un malfunzionamento: impossibilità di caricare la documentazione sull’acconto del 20%, con rimando al caricamento integrale delle fatture. Il 13 febbraio il portale va in blocco. Il 28 febbraio 2026 scade il termine per le comunicazioni di completamento. La misura chiude.

Il decreto fiscale del 27 marzo 2026: l’epilogo degli «esodati»

Il Consiglio dei Ministri n. 166 del 27 marzo 2026, su proposta del Presidente Meloni e del Ministro Giorgetti, approva il decreto-legge fiscale (decreto n. 38 del 27/3/2026) che definisce il trattamento dei progetti «tecnicamente ammissibili» rimasti senza copertura. L’art. 8 del provvedimento dispone quanto segue.

Alle imprese con investimenti risultati tecnicamente rispondenti ai requisiti di ammissibilità spetta un contributo sotto forma di credito d’imposta pari al 35% dell’ammontare del credito originariamente richiesto, limitatamente agli investimenti relativi agli Allegati A e B della L. 232/2016, aumentato delle spese sostenute per adempiere agli obblighi di certificazione. Lo stanziamento è di 537 milioni di euro per il 2026.

Il GSE comunicherà ai soggetti interessati il credito d’imposta utilizzabile entro il 30 aprile 2026, dandone preventiva comunicazione all’Agenzia delle Entrate. Il credito sarà utilizzabile in compensazione tramite F24 entro il 31 dicembre 2026, senza i limiti ordinari di compensazione.

L’elemento più rilevante è ciò che resta fuori dal perimetro: gli investimenti in fonti rinnovabili (FER) e sistemi di gestione dell’energia. Per una misura che aveva tra i suoi pilastri l’autoconsumo da fonti rinnovabili, l’esclusione è una decurtazione strutturale che va oltre il mero riproporzionamento delle risorse.

L’impatto reale: dal 45% al 15,75%

La meccanica del 35% applicata al credito (non all’investimento) produce effetti significativi. Per un’impresa che aveva maturato un credito al 45% – la situazione dell’80,9% dei progetti, come dimostrato dall’analisi delle classi di merito – l’aliquota effettiva sull’investimento scende al 15,75% (35% × 45%). Per chi aveva diritto al 35%, l’effettivo diventa il 12,25%.

ScenarioCredito attesoCredito effettivoNota
Classe III (45%), solo beni A+B45%15,75%35% × 45%. Inferiore al 4.0 (20%)
Classe II (40%), solo beni A+B40%14,00%35% × 40%
Classe I (35%), solo beni A+B35%12,25%35% × 35%
Con FER (es. 1,2 M€ inv., 200k FER)45% su 1,2M35%×45% su 1MFER escluse. Da 540k a 157,5k

In tutti gli scenari, il credito effettivo è inferiore a quello che sarebbe stato riconosciuto dalla Transizione 4.0 (20% fino a 2,5 milioni). Imprese che hanno scelto consapevolmente la complessità della 5.0 in cambio di un’aliquota più che doppia si trovano con un beneficio che è la metà dell’alternativa più semplice che avevano scartato.

Le risorse: 537 milioni su 1,3 miliardi stanziati

La Legge di bilancio 2026 (L. 199/2025) aveva stanziato 1,3 miliardi per la copertura delle istanze tecnicamente ammissibili. L’esubero complessivo di domande non coperte ammontava a circa 1,6 miliardi, di cui circa 1,5 miliardi per beni strumentali e il resto per FER. I 537 milioni effettivamente destinati dal decreto coprono quindi circa un terzo dello stanziamento originario e poco più di un terzo del fabbisogno per i soli beni strumentali.

La nota stampa del CdM precisa che «il Governo ha intenzione di avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate», con l’obiettivo di «valutare, in sede di conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive». Una formulazione che lascia aperta la possibilità di modifiche parlamentari, ma che al momento non modifica la portata del provvedimento.

Il decreto fiscale chiude la parabola della Transizione 5.0 nel modo più beffardo: le imprese che hanno investito di più nella qualità energetica dei progetti – raggiungendo la miglior classe di merito, con certificazioni, scenari controfattuali e risparmi verificati – subiscono la decurtazione maggiore in termini assoluti. Il meccanismo premia chi ha investito meno o ha raggiunto risultati meno ambiziosi, invertendo la logica meritocratica che era il fondamento della misura.

La cronologia dei numeri

DataCrediti impegnatiContesto
23 ott 2024~70 mlnIncontro Orsini-Nocivelli-Urso. 200 progetti completati
14 nov 202499 mlnSole 24 Ore: 324 imprese, 1,6% dei fondi. Punto più basso
31 dic 2024~150 mln (stima)LdB 2025 introduce semplificazioni chiave
6 mar 2025512 mln1.717 progetti. Foti annuncia riduzione a 3 mld
8 mar 2025502 mlnNocivelli stima 2-2,5 mld di utilizzo complessivo
17 mar 2025573 mln1.930 progetti. Accelerazione +12% in 11 giorni
21 mar 2025610 mlnMedia 6,3 mln/giorno crediti
31 mar 2025668 mlnMedia 7,7 mln/giorno crediti. Proiezione a 2,8 mld
10 apr 2025676 mlnNocivelli: «con ottimismo, 2-2,5 miliardi»
Mag-Ott 2025fino a ~2.800 mlnTasso ~200 mln/mese. Crescita costante
6 nov 2025~3.000 mlnDD esaurimento risorse. Plafond fissato a 2,5 mld
27 nov 20254.800 mlnChiusura piattaforma. 20.197 imprese. Surplus 2,3 mld
27 mar 2026Credito: 15,75%DL fiscale: 537 mln per gli «esodati». Solo A+B, no FER

I numeri che smontano la narrazione: non sono le semplificazioni ad aver fatto decollare la misura

Esiste una narrazione comoda, secondo la quale l’accelerazione del tiraggio sarebbe stata determinata dalle semplificazioni introdotte dalla Legge di Bilancio 2025, in particolare dalla procedura per i beni obsoleti di cui al comma 9-bis. Questa procedura attribuisce automaticamente ai beni sostituiti la peggior classe di merito energetico, consentendo l’accesso all’aliquota del 35% senza necessità di dimostrare risparmi superiori al 10% o al 15%.

I dati dicono l’esatto contrario.

Analizzando la distribuzione per classe di merito dell’intero parco di 18.949 istanze (sommando le 11.532 finanziabili e le 7.417 tecnicamente ammissibili), emerge un quadro inequivocabile:

Classe di meritoProgettiCrediti impegnati% sui crediti
Classe III – miglior merito (45%) Risparmio >15% proc. / >10% strutt.14.527 (76,7%)€ 3.445 mln80,9%
Classe II – merito intermedio (40%) Risparmio 10-15% proc. / 6-10% strutt.942 (5,0%)€ 220 mln5,2%
Classe I – peggior merito (35%) Risparmio 5-10% proc. / 3-6% strutt.3.480 (18,4%)€ 593 mln13,9%
TOTALE18.949€ 4.258 mln100%

Il 76,7% dei progetti – corrispondenti all’80,9% dei crediti – approda alla miglior classe di merito, quella che riconosce l’aliquota del 45%. La stragrande maggioranza delle imprese ha dimostrato risparmi energetici superiori al 15% sul processo interessato o superiori al 10% sulla struttura produttiva, con il percorso completo di certificazione.

La Classe I – quella alla quale la semplificazione per beni obsoleti consente di accedere – rappresenta il 18,4% dei progetti e il 13,9% dei crediti. L’aliquota media effettiva in Classe III si attesta al 46,3%, coerente con l’applicazione dell’aliquota massima. Se il tiraggio fosse stato trainato dalla semplificazione, l’aliquota media della misura sarebbe stata significativamente più bassa.

L’accelerazione del tiraggio non è stata determinata dalla semplificazione per i beni obsoleti, ma dalla progressiva comprensione della misura da parte del tessuto produttivo e della filiera della consulenza tecnica.

Le imprese e i loro consulenti hanno avuto bisogno di tempo per metabolizzare una misura strutturalmente diversa da qualsiasi precedente incentivo italiano. Il tempo necessario all’ecosistema per dotarsi delle competenze di energy management, analisi dei processi e modellazione degli scenari controfattuali spiega la curva del tiraggio molto meglio di qualsiasi semplificazione normativa.

Affermare che sono state le semplificazioni a far decollare il piano significa, in sostanza, dire che il piano funziona solo se viene snaturato – se si rinuncia all’obiettivo di efficientamento energetico per tornare a un meccanismo di mero incentivo all’acquisto di beni. I numeri dimostrano il contrario: il piano ha funzionato proprio nella sua configurazione più ambiziosa, premiando chi ha investito seriamente nella riduzione dei consumi.

Il precedente dimenticato: anche Industria 4.0 partì piano

L’iperammortamento al 250%, introdotto dalla Legge di Bilancio 2017 come pilastro del Piano Industria 4.0, nel suo primo anno di operatività generò un beneficio fiscale fruito di circa 418 milioni di euro, da parte di 8.300 società di capitali. Una misura incomparabilmente più semplice: senza vincoli di efficientamento energetico, senza DNSH, senza certificazione ex ante, senza scenario controfattuale, senza piattaforma GSE.

Nessuno nel 2017 dichiarò che l’iperammortamento «non funzionava» dopo tre mesi dal suo avvio. Si comprese che serviva tempo. Lo stesso tempo che alla Transizione 5.0 non è stato concesso – né dal calendario PNRR, né dal clima di sfiducia che ha accompagnato la misura nella fase iniziale.

La concorrenza simultanea della Transizione 4.0

Per tutto il biennio 2024-2025 le imprese potevano scegliere tra due strumenti alternativi per i medesimi beni 4.0. La Transizione 4.0, con 6,4 miliardi di risorse nazionali (di cui 2,2 miliardi per il 2025), offriva un credito d’imposta del 20% fino a 2,5 milioni – inferiore al 45% della miglior classe 5.0, ma senza alcun vincolo certificativo.

Il fatto che 18.949 progetti abbiano percorso la strada più complessa – e che l’80,9% abbia raggiunto la miglior classe di merito – dimostra che le imprese italiane, quando messe nelle condizioni di comprendere uno strumento, sono perfettamente in grado di gestirne la complessità.

L’esaurimento simultaneo dei fondi di entrambe le misure (5.0 il 6 novembre, 4.0 l’11 novembre 2025) conferma che la domanda di investimenti innovativi era robusta e trasversale.

Il ruolo delle rappresentanze datoriali: un’analisi delle dinamiche

L’effetto delle dichiarazioni sulla domanda

Le dichiarazioni pubbliche sulla presunta non funzionalità della misura non erano prive di conseguenze. Quando la principale organizzazione datoriale del Paese segnala ripetutamente che una misura «non funziona», il messaggio raggiunge i 150.000 associati e i loro consulenti. È ragionevole ritenere che molte imprese abbiano rinviato l’accesso alla misura non perché fosse tecnicamente impossibile, ma perché il clima generale suggeriva di attendere sviluppi. L’effetto è stato circolare: meno domande significava meno tiraggio, che a sua volta confermava la percezione di una misura inefficace.

Le stime prudenziali e la loro funzione

Stimare un tiraggio di 2-2,5 miliardi quando i fondi erano 6,3 miliardi era coerente con la posizione negoziale delle rappresentanze datoriali in quel momento: sostenere la riallocazione delle risorse residue su strumenti più graditi – in particolare i meccanismi automatici del 4.0, privi dei vincoli di efficientamento energetico. Le stime, per quanto formulate in buona fede, hanno contribuito a determinare il quadro informativo sulla base del quale il Governo ha poi adottato la rimodulazione a 2,5 miliardi.

La discontinuità delle posizioni

Lo stesso Ministro Urso, in Assemblea, ha chiarito che la decisione di ridurre le risorse era stata presa «a fronte delle stime che le associazioni industriali ci facevano di una misura che non avrebbe tirato più di 2 miliardi». La successiva richiesta di finanziamento integrale delle pratiche presentate entro il 27 novembre – formulata dalle medesime organizzazioni che avevano sostenuto stime di tiraggio significativamente inferiori – ha evidenziato una discontinuità di posizioni che ha contribuito alla difficoltà del Governo nel calibrare la risposta.

È un’osservazione che prescinde da giudizi di merito sulle intenzioni: è un dato di fatto che le stime prudenziali hanno influito sulla riduzione delle risorse, e che la successiva domanda reale ha superato ampiamente quelle stime. Le imprese rimaste scoperte pagano le conseguenze di questo disallineamento tra proiezioni e realtà.

Bilancio: cinque nodi critici e una lezione irrisolta

L’impianto concettuale aveva una logica corretta: subordinare l’incentivo a un output energetico verificabile è coerente con gli obiettivi RepowerEU e con qualsiasi valutazione seria di efficacia della spesa pubblica. I problemi sono stati di esecuzione, strutturali e in parte evitabili.

Primo: il ritardo attuativo. Cinque mesi tra norma primaria e operatività è un valore inaccettabile per una misura con scadenza PNRR fissa.

Secondo: l’instabilità normativa. Tredici versioni di modelli, quattro aggiornamenti significativi della piattaforma, due cicli di FAQ consolidate, una legge di bilancio correttiva dopo quattordici mesi.

Terzo: la gestione della curva di domanda. I dati di accelerazione erano visibili già nella primavera 2025. La rimodulazione è avvenuta in settembre, quando le prenotazioni avevano già superato la nuova soglia.

Quarto: l’interazione tra stime e decisioni politiche. Le proiezioni prudenziali delle rappresentanze datoriali hanno contribuito al quadro informativo sulla base del quale è stata adottata la rimodulazione. Quando il tiraggio reale ha smentito quelle stime, era troppo tardi per correggere la traiettoria di bilancio.

Quinto: la misura ha funzionato nella sua essenza. L’80,9% dei crediti è stato generato da progetti con la miglior classe di risparmio energetico. La Transizione 5.0 non aveva bisogno di essere snaturata per funzionare. Aveva bisogno di tempo per essere compresa.

Sesto: il trattamento degli «esodati». Il decreto fiscale del 27 marzo 2026 assegna alle imprese in lista d’attesa un credito del 15,75% a fronte di un’45% atteso, escludendo gli investimenti FER. Un esito che rischia di compromettere la credibilità del sistema incentivante italiano per le misure a venire: le imprese che hanno affrontato la complessità della certificazione energetica in buona fede ricevono meno di quanto avrebbero ottenuto con il vecchio 4.0 automatico.

La misura successiva

L’«Iperammortamento 2026», approvato dalla Camera con la Legge di bilancio 2026, separa il profilo digitale (4.0) da quello energetico, si sgancia dal vincolo PNRR e torna a una struttura di incentivo automatico. Il decreto fiscale del 27 marzo sopprime inoltre il vincolo territoriale (produzione UE/SEE) che ne aveva limitato l’applicabilità nei primi mesi.

Resta da verificare se l’abbandono del requisito di risparmio energetico verificato non disperda l’unica caratteristica di Transizione 5.0 che aveva una reale giustificazione di politica industriale: finanziare investimenti che producono un output misurabile in termini di efficienza.

La lezione di questi ventisette mesi non è che il collegamento tra incentivo e risparmio energetico sia sbagliato. È che un impianto di questo tipo richiede un’infrastruttura attuativa adeguata, tempi di rodaggio coerenti con la complessità dello strumento, e un sistema di comunicazione istituzionale che sostenga la misura anziché minarne la credibilità nella fase di avvio.

Le 20.197 imprese che hanno presentato domanda dimostrano che la domanda esisteva. Le 7.417 rimaste in lista d’attesa – che oggi si vedono riconoscere al massimo il 15,75% di quanto atteso – dimostrano il costo di un processo decisionale che non ha saputo allineare risorse, tempistiche e aspettative. Il tavolo annunciato dal Governo per la conversione in legge del decreto è l’ultima occasione per correggere almeno in parte questo squilibrio.

Le opinioni espresse sono a titolo personale. I riferimenti agli articoli dell’autore citati nel testo sono pubblicati su Il Sole 24 Ore / LinkedIn, accessibili all’archivio del medesimo.

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