Nell’anno 2026 possiamo (finalmente) dare per assodato che la trasformazione digitale non sia più oggetto di discussione? Sì, se rispondiamo sul piano strategico. Non ancora, se invece il focus si sposta su come “farlo davvero”, su scala e con risultati misurabili. L’11ª edizione del rapporto “State of Smart Manufacturing” di Rockwell Automation – 1.560 decision maker in 16 Paesi, condotta con Sapio Research – certifica che l’83% delle aziende italiane considera la trasformazione digitale una necessità operativa, appena sotto la media globale del 90%. Come vi abbiamo raccontato su queste pagine presentandovi in anteprima i dati della ricerca, l’industria manifatturiera mondiale ha smesso di sperimentare e si trova ora ad affrontare la sfida dell’execution.
A leggere i dati con uno sguardo specifico sul mercato italiano è il nuovo Country Director di Rockwell Automation per l’Italia, Luca Galluzzi, in carica dallo scorso marzo 2026. Insieme a lui il suo predecessore nonché attuale Sales Director OEM per l’area EMEA, Fabrizio Scovenna, che entra nel merito delle implicazioni per i costruttori di macchine e del ruolo del nuovo Customer Experience Center di Bologna di Rockwell Automation.
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L’era dell’esecuzione: dalla strategia ai KPI
Il rapporto di quest’anno parla esplicitamente di “execution era”, e Galluzzi parte da lì. “Non siamo più nella cosiddetta fase di adozione, ma in quella dell’esecuzione. La trasformazione digitale è ormai diventata una necessità operativa imprescindibile, sia a livello globale che per l’industria italiana”. Le priorità cambiano di conseguenza: “Non si tratta più di definire strategie o roadmap teoriche, ma di ‘mettere a terra i cavalli’, puntando su implementazioni reali e KPI oggettivamente misurabili”.
Il rapporto riflette questa tendenza con un dato: il 68% delle aziende italiane indica la crescita e l’espansione della capacità produttiva come principale driver degli investimenti tecnologici, in aumento rispetto al 63% dell’edizione precedente. Scalabilità, però, per Galluzzi non è necessariamente sinonimo di quantità: “Scalare non significa semplicemente aumentare il numero di progetti, ma farli funzionare davvero su tutta la linea produttiva. L’obiettivo è integrare tecnologie, dati e persone all’interno di workflow chiari e operativi”.
Su questo punto emerge una specificità italiana che Galluzzi legge in chiave positiva: “In Italia siamo spesso più pragmatici: preferiamo saltare le sperimentazioni isolate e i progetti pilota per andare diretti verso l’integrazione e la standardizzazione delle soluzioni nei processi”. Un approccio che può diventare un vantaggio competitivo proprio quando il mercato globale richiede di portare velocemente la tecnologia a regime.
L’intelligenza artificiale rende visibile questo divario meglio di qualsiasi altro indicatore. In Italia quasi tutte le aziende utilizzano o pianificano di utilizzare l’AI, in linea con la media europea. Ma solo il 31% ha effettuato investimenti concreti – tre punti sotto la media europea. “Il vero gap nell’intelligenza artificiale non risiede più nell’interesse, che è altissimo, ma nella capacità di portare queste soluzioni su scala nei processi produttivi, passando dall’ambizione digitale all’esecuzione operativa”, dice Galluzzi.
A complicare il quadro c’è la questione dei dati: in Italia solo il 39% di quelli raccolti viene utilizzato efficacemente, un valore sotto la media mondiale ed europea. La convergenza IT/OT – che Galluzzi indica come “il fattore chiave per trasformare la massa di dati raccolti in decisioni operative efficaci” – rimane per molte realtà produttive ancora un cantiere aperto.
Cybersecurity e persone
Supportare le imprese nell’adozione delle tecnologie e poi soprattutto nella loro integrazione è uno degli obiettivi del Customer Experience Center di Bologna, inaugurato proprio quest’anno da Rockwell Automation come hub dedicato agli OEM italiani ed europei.
Come osserva Scovenna “Il Customer Experience Center di Bologna nasce per rispondere concretamente ai bisogni dei nostri clienti, offrendo uno spazio dove testare e validare le proprie idee. L’obiettivo è eliminare l’incertezza e il rischio che spesso frenano il passaggio critico dalla strategia teorica all’esecuzione pratica sulla macchina”.
Uno dei fronti su cui le imprese si trovano a dover lavorare è quello della resilienza operativa. Il 39% delle aziende italiane dichiara di aver subito almeno un attacco informatico nell’ultimo anno, mentre il 94% investe o pianifica investimenti in cybersecurity, in crescita rispetto all’87% dello scorso anno. Come osserva Galluzzi, “La cybersecurity non è più un elemento separato o un semplice costo tecnico, ma il fondamento abilitante per le operazioni connesse e la leva principale per garantire la resilienza e la continuità del business”.
Sulla cybersecurity Scovenna sposta il ragionamento dalla conformità normativa – pur rilevante con l’entrata in vigore del Cyber Resilience Act – alla continuità operativa: “Non possiamo limitarci alla semplice conformità dei prodotti alle nuove normative. La vera sfida per i costruttori è garantire la sicurezza operativa costante nel tempo, proteggendo le macchine dai rischi crescenti in un panorama digitale in continua evoluzione”.
E poi c’è il fattore umano. Il 47% delle aziende italiane indica il change management come principale ostacolo al progresso – il valore più alto a livello globale. “La sfida più complessa non è tecnologica, ma organizzativa. Il change management e la capacità delle persone di adottare velocemente nuove tecnologie sono oggi i veri fattori determinanti per il progresso di un’azienda”, dice Galluzzi, che aggiunge una considerazione sulla velocità del cambiamento: “Viviamo un momento in cui l’innovazione corre più veloce del tempo fisiologico necessario all’uomo per metabolizzarla. Per questo il reskilling non è solo formazione, ma una sfida vitale per non rendere le competenze obsolete in tempi brevissimi”.
Il Centro di Bologna diventa anche presidio su questo fronte. “Essere partner dei nostri clienti significa supportarli anche nella gestione della carenza di competenze”, dice Scovenna. “Per questo investiamo nel dialogo con le università: vogliamo che i futuri professionisti possano superare il divario tra teoria e pratica, toccando con mano l’esecuzione tecnologica reale già durante il loro percorso di studi”.
Come dice Blake Moret, Chairman e CEO di Rockwell Automation, “Le aziende che sapranno capire come la tecnologia amplifica le capacità umane saranno quelle che definiranno il prossimo decennio di performance industriale”. Per l’industria italiana, che il rapporto colloca leggermente sotto la media globale su quasi tutti gli indicatori di execution, la distanza da recuperare è misurabile. E quindi, almeno in linea di principio, colmabile.













