Marco Bentivogli – coordinatore di Base Italia ed ex segretario generale della Fim-Cisl, sindacalista da sempre attento ai temi dell’innovazione industriale – è intervenuto alla conferenza inaugurale di SPS Italia 2026 con un intervento focalizzato sull’applicazione dell’AI nell’industria. Il punto di partenza, spiega, è che si deve comprendere che se “l’industria rappresenta il 15% del PIL italiano, è però responsabile del 95% delle esportazioni italiane“. Chi guarda la TV, ha detto, pensa che l’export tricolore si riduca a “calcio e vino rosso”. In realtà – dice – il grosso delle esportazioni viene prodotto qui, nelle tecnologie meccaniche e meccatroniche che fioriscono nel distretto in cui si tiene SPS, la fiera dedicata alle tecnologie abilitanti. Un settore – quello della meccanica strumentale – che produce il 35% degli investimenti industriali e occupa 4 milioni di persone, ma che “ha necessità di cambiare pelle”: l’adozione delle tecnologie digitali “non cresce a sufficienza” e questo alimenta il gap di produttività rispetto ai competitor, un divario che rischia di allargarsi se non si interviene con decisione.
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L’AI non è un software: è una strategia d’impresa
Il centro della proposta di Bentivogli è l’intelligenza artificiale, intesa non come strumento verticale ma come tecnologia “general purpose” che richiede un approccio strategico integrale. “L’AI sta diventando un elemento per far ripartire la produttività; senza di essa, l’industria rischia di restare ferma”, spiega, aggiungendo che usare l’AI non significa installare un software, ma richiede una visione che attraversi tutta l’azienda.
I campi di applicazione sono già operativi in molte realtà: manutenzione predittiva, controllo qualità tramite computer vision, riduzione della difettosità, gestione energetica, supporto agli operatori.
Il concetto che Bentivogli propone per il prossimo ciclo industriale è quello di fabbrica cognitiva: uno scenario in cui l’AI funge da infrastruttura per la codifica delle conoscenze aziendali. “Spesso possediamo dataset di produzione eccezionali che non valorizziamo o che cediamo a operatori stranieri, perdendo la vera potenza di fuoco della fabbrica”. Il tema dei dati – chi li possiede, chi li elabora, chi ne trae valore – è per Bentivogli una delle questioni strategiche del decennio.
Sul fronte della cybersecurity Bentivogli dice: “L’Italia è un paese fragile sotto questo aspetto e il settore manifatturiero è il più esposto agli attacchi”. Una cultura dell’adozione sicura dell’AI è ormai una condizione di sopravvivenza per le imprese.
Piccole imprese, competenze e sovranità tecnologica
Il nodo più difficile da sciogliere riguarda la dimensione. Il 90% delle aziende meccaniche italiane ha meno di 10 dipendenti. “Se l’innovazione non riesce a raggiungere imprese di questa taglia dimensionale, non esiste vera innovazione”, dice Bentivogli. Non basta che le grandi imprese adottino l’AI: l’effetto sistemico si produce solo se la trasformazione penetra nei distretti, nelle filiere, nelle piccole officine.
Per questo Bentivogli propone di dotare i territori di data center e supercomputer di prossimità, strutture dove risiede la conoscenza e che possono servire aggregati di imprese. E chiede una cabina di regia tra pubblico e privato per aumentare l’impatto dell’innovazione, accompagnata da un sistema finanziario più orientato alla trasformazione industriale.
Sul fronte delle competenze il giudizio sulla formazione degli adulti in Europa è impietoso: “Troppo centrata sui formatori anziché sulle persone”. La sfida include i giovani – con un segnale positivo nell’interesse crescente per le scuole tecniche – ma anche gli over 60, che devono essere inseriti in “grandi processi di aggiornamento” anziché essere lasciati ai margini della transizione.
Sovranità tecnologica, sistema finanziario orientato all’industria, formazione: Bentivogli chiude con un punto che considera imprescindibile. Tra i grandi blocchi geopolitici dell’AI, l’Europa deve costruire “la via italiana e la via europea” alla detenzione e alla valorizzazione dei propri dati, dotandosi di un’infrastruttura HPC che oggi manca. La contrapposizione tra uomo e macchina, dice, “è molto utile alla narrazione della paura”: quello che serve è il contrario, fare in modo che nell’integrazione uomo-macchina “le peculiarità della nostra umanità risultino potenziate”. E smettere di considerare l’industria un settore di serie B. “L’industria è il cuore di un paese, il cuore della nostra democrazia e di tutto il benessere che abbiamo”.












