Tra opportunità e pericoli, ecco l’impatto della robotica nel settore dei servizi alla persona

L’utilizzo dei robot per l’assistenza sanitaria nelle case di riposo può portare benefici nella gestione del personale, meno stress psicologico e fisico per gli operatori e può rispondere alle sfide emergenti causate dall’invecchiamento della popolazione: sono questi i risultati principali che emergono da uno studio pubblicato dall’istituto di ricerche economiche americano, il National Bureau of Economic Research.

Lo studio – ad opera dell’economista Karen Eggleston, del ricercatore Yong Suk Lee e del Professore Toshiaki Iizuka– parte da un’osservazione sul lungo termine dell’impiego dei robot di servizio nelle case di cura in Giappone, per cercare di delineare le conseguenze del loro utilizzo.

Il settore dei servizi giapponese è, secondo gli autori, ideale per studiare l’interazione tra le tecnologie della robotica e una popolazione sempre più anziana nel lungo periodo: il Paese, infatti, è dovuto ricorrere all’utilizzo dei robot per compensare la carenza di lavoratori nei servizi sanitari, a fronte di un notevole aumento della popolazione che necessita di questi servizi.

Un “caso simbolo“, secondo gli autori, visto che secondo le predizioni delle Nazioni Unite tra i membri dell’OCSE, 18 Paesi su 36 dovranno affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione entro il 2055 (l’Italia è tra questi).

Lo studio, che ha raccolto dati da 860 case di cura che utilizzano robot, riscontra che l’adozione di robot in questi ambienti lavorativi comporta una riduzione dei lavoratori a tempo pieno, un aumento del totale dei lavoratori impiegati e una riduzione del salario degli infermieri, conseguente alla riduzione del carico di lavoro fisico (ad esempio attraverso l’utilizzo di robot invece che di sanitari per il monitoraggio notturno dei pazienti).

Gli autori concludono che l’adozione dei robot in questo settore non riduce il numero di lavoratori impiegati, ma promuove un sistema di lavoro flessibile, incentivando il lavoro part-time.

La strategia robotica giapponese

La strategia robotica giapponese si prefigge diversi obiettivi: aumentare la quota della popolazione disponibile ad utilizzare robot per l’assistenza sanitaria dall’attuale 60% all’80%, azzerare il rischio di problemi scheletrici (in particolare alla schiena) per gli assistenti sanitari attraverso l’utilizzo di robot per il trasferimento dei pazienti e utilizzare i robot per testare meglio e più velocemente i dispositivi medici.

Per raggiungere questi obiettivi a partire dal 2015 il governo centrale ha messo a disposizione di ciascuna prefettura fondi da utilizzare nell’assistenza sanitaria di lunga durata. In questi fondi erano previste anche le spese di acquisto di robot-infermieri per le case di cura. I fondi coprivano circa il 50% del costo del robot, per una somma di 100 mila Yen (mille dollari americani).

Nel corso degli anni, il governo centrale e i governi locali hanno aumentato il sostegno economico alle strutture di cura, nel tentativo di aumentare il ricorso alla robotica per l’assistenza dei pazienti: nel 2018, la copertura delle spese per l’acquisto dei robot ammontava a 3 mila dollari per singolo robot.

Inoltre, a partire dal 2016 il governo centrale ha messo a disposizione una somma di 5.3 miliardi di Yen (53 milioni di dollari) per incentivare ulteriormente l’acquisto di robot nelle strutture sanitarie, per un massimo di 30 mila dollari di finanziamenti a struttura.

Robot nei servizi sanitari di assistenza, in cosa possono aiutare

Lo studio prende in analisi varie tecnologie della robotica che aiutano direttamente gli operatori sanitari nell’assistenza e nella cura dei pazienti e quelle che aiutano il residente della struttura a diventare più indipendente. Nello specifico, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese ha individuato 10 tipi di robot applicabili nei servizi sanitari di cura a lungo termine:

  • ausili di trasferimento (transfer aid robots), indossabili e non
  • supporto alla mobilità (mobility robot)
  • supporto alla comunicazione
  • terapia dei pazienti con demenza
  • supporto alla riabilitazione
  • supporto per la medicazione
  • altri

L’utilizzo di queste tecnologie è cresciuto, nelle strutture analizzate, a partire dal 2016, passando dal 17,6% al 26% del 2017. Tra i robot maggiormente impiegati (presenti nel 14,9% delle strutture) ci sono quelli di monitoraggio, che sono in grado di segnalare quando il paziente si alza dal letto, un’eventuale caduta e il bisogno di assistenza da parte dell’operatore.

Diffusi anche i transfer aid robots (7,7%), che aiutano l’operatore a muovere il paziente (ad esempio dal letto alla sedia a rotelle) e i mobility robots (5,3%), che facilitano il movimento dei pazienti e li rendono più indipendenti nello svolgimento di alcune mansioni (come nella cura personale). Meno utilizzati (2,8%) i robot di comunicazione, volti a interagire e a offrire conforto ai residenti delle strutture.

Da un’analisi qualitativa dell’utilizzo dei robot in questo tipo di servizi emerge che, specificano gli autori dello studio, i robot possono aiutare nello svolgimento di molte mansioni, ma non possono sostituire completamente l’operatore sanitario. Rimane quindi, al momento, la necessità di coordinare il lavoro dell’operatore con quello del robot.

I vantaggi dell’utilizzo di queste tecnologie sono comunque notevoli: una casa di cura per anziani di Tokyo che impiega 5 tipi di robot ha riscontrato una diminuzione nell’insorgenza di problemi alle anche nei suoi residenti e una diminuzione del 30% degli incidenti all’interno della struttura.

Uno studio governativo che ha preso in analisi 40 strutture ha confermato i benefici dell’utilizzo della robotica nell’assistenza sanitaria a lungo termine: nello specifico, si è osservato che l’impiego di robot per monitorare i pazienti ha comportato un aumento dell’efficienza nell’assistenza, mentre l’utilizzo di robot (indossabili e non) per supportare l’operatore nel trasporto del paziente ha richiesto tempo per adattarsi al nuovo modo operativo (l’assistenza viene ora fornita da un solo operatore quando prima ne intervenivano diversi), ma ha comportato una diminuzione nei problemi muscolo-scheletrici degli operatori sanitari e un miglioramento nella comunicazione con il paziente.

Utilizzo della robotica più comune tra i centri di assistenza più grandi

Le strutture analizzate nello studio non differiscono notevolmente per numero e ratio di infermieri e operatori sanitari impiegati e per tipo di contratto (full time o part-time). Comune alle strutture la problematicità relativa all’alto turnover del personale.

Tra i centri analizzati, emerge il trend delle strutture più grandi ad affidarsi maggiormente alle tecnologie della robotica: si tratta di residenze che hanno adottato altre tecnologie di assistenza ai pazienti (come letti reclinabili, ascensori  e saliscale elettrici e così via) e che contano tra i loro residenti persone con problematiche di salute più gravi rispetto ai centri che non utilizzano robot.

In termine di gestione del personale, le aziende che scelgono queste tecnologie hanno più frequentemente un responsabile delle risorse umane (68% vs. 58%), sono più propensi ad aumentare i salari per assicurare la permanenza dei dipendenti (59% vs.45%) e offrono più frequentemente una formazione ai nuovi dipendenti.

Il ricorso a queste tecnologie scende, tuttavia, nei centri infermieristici specializzati (che rappresentano il 20,3% del totale) dove è più alta la proporzione tra infermieri impiegati per singolo residente rispetto ai centri non specializzati di cura a lungo termine, dove è maggiore la presenza di operatori sanitari.

L’impatto sulla forza lavoro: aumenta il personale, ma con contratti flessibili

L’impatto dei robot sul personale è positivo e significativo sia per gli operatori sanitari che per gli infermieri. La stima degli autori suggerisce, infatti, che l’adozione di robot porta a circa il 28% in più di operatori sanitari e il 39% in più di infermieri, per un aumento totale dei dipendenti di circa il 26%.

Tuttavia, l’aumento del personale si verifica interamente tra i dipendenti non regolari, ossia quelli con un contratto a termine. Nelle strutture prese in esame si riscontra un aumento di circa il 50% del numero di operatori sanitari non regolari (a partire da una media di circa 12 dipendenti) e un aumento del numero di infermieri non regolari di circa il 78% (da una media di circa 2,5 dipendenti).

Il trend che emerge dunque, sottolineano gli autori, è che l’adozione dei robot in questi servizi di assistenza sanitaria non comporta la diminuzione del personale, quanto piuttosto una qualità maggiore delle cure sanitarie offerte dai centri anche attraverso l’impiego di più personale con contratto di lavoro flessibile.

In termini di salario, nelle strutture che hanno adottato robot per l’assistenza ai pazienti si evidenzia una diminuzione dello stipendio degli infermieri regolari (quindi con contratto a tempo indeterminato) del 22%, legata secondo gli autori dello studio alla diminuzione del personale specializzato per il monitoraggio notturno dei pazienti e alla crescente tendenza degli infermieri a prediligere forme di lavoro flessibile, per una migliore qualità della vita.

Nonostante questo dato negativo, un sondaggio governativo ha riscontrato che il 42% dei lavoratori che impiega questo tipo di robot riscontra una riduzione dell’impatto psicologico del proprio lavoro e per il 32% l’adozione dei robot per il monitoraggio permette di controllare le camere dei pazienti meno frequentemente.

L’impiego dei robot nei servizi sanitari di assistenza a lungo termine aiuterebbe, quindi, la risoluzione del problema di carenza del personale, sia sostituendo gli operatori in determinate mansioni che riducendo il turnover degli stessi.

Inoltre, l’adozione dei robot per sostituire gli operatori nei compiti meno specializzati potrebbe favorire un re-skilling dei lavoratori, che si tradurrebbe in futuro in una migliore assistenza offerta, meno stress per il lavoratore e un aumento di stipendio.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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