Tecnologia e occupazione, secondo l’OCSE in Italia il 15% dei lavori è ad alto rischio automazione

I robot e l’intelligenza artificiale prenderanno il posto degli esseri umani? Alle tante indagini che cercano di dare risposta a questo importante quesito si aggiunge ora l’autorevole voce dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nel suo nuovo rapporto sul futuro dell’occupazione “Job creation and local economic development 2018” l’Ocse mostra che l’impatto dell’automazione non sarà uniforme ma cambierà a seconda delle regioni e di altri fattori.

Secondo il rapporto nel periodo 2011-16, circa l’80% delle regioni dei 21 Paesi presi in esame ha subito una riduzione di posti di lavoro in occupazioni ad alto rischio di automazione. La buona notizia però è che contemporaneamente sono stati creati nuovi posti di lavoro. “In circa il 60% delle regioni Ocse la riduzione dell’occupazione è stata compensata da un aumento di posti di lavoro a basso rischio di automazione”. Un altro 10% delle regioni è stato in grado di creare più posti di lavoro di quelli che persi anche se è possibile vengano automatizzati in futuro. Circa il 30% delle regioni invece ha perso più posti di lavoro di quanti ne siano stati creati.

L’Europa centro-meridionale è più a rischio

Lo studio dell’Ocse propone due tipi di indici sintetici. Il primo è relativo alla percentuale dei posti di lavoro che è a “significativo rischio di cambiamento”, cioè in cui esiste una probabilità compresa tra il 50% e il 70% di vedere il proprio posto di lavoro automatizzato. Il secondo indice è relativo invece alla percentuale dei lavori che è “ad alto rischio di automazione”, quella cioè in cui la probabilità di automazione è superiore al 70%.


Per avere un punto di riferimento su questi valori, basta considerare la media. Nei Paesi dell’Ocse il 31,6% dei lavori è a elevato rischio di cambiamento mentre il 14% è a elevato rischio di automazione.

In generale, i Paesi dell’Europa centro-meridionale e orientale sono quelli maggiormente a rischio, mentre l’Europa settentrionale pare meno esposta. In Francia, per esempio, siamo rispettivamente al 32,8% e al 16,4%. Anche la Germania è sopra la media con valori di rischio rispettivamente a 35,8% e 18,4%. Anche Polonia, Repubblica Ceca e Spagna sono sopra la media. In Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Regno Unito questi valori sono decisamente inferiori.  Anche Stati Uniti e Canada sono sotto la media.

Esistono anche forti differenze all’interno degli stessi Paesi. In Spagna per esempio ci sono 12 punti di differenza fra le regioni a più alto e basso rischio mentre in Canada la differenza è solo di un punto.

E l’Italia?

Anche in Italia il rischio è superiore alla media Ocse: il 35,5% dei lavori è a elevato rischio di cambiamento mentre il 15,2% è a elevato rischio di automazione.

Entrando nel dettaglio della situazione italiana Lombardia, Molise, Provincia di Trento, Emilia-Romagna e Lazio sono le zone che l’Ocse prevede siano meno a rischio. Il report spiega questa valutazione sottolineando per esempio che in Molise è stata incrementata l’occupazione con figure che fanno riferimento all’insegnamento professionale, business administration e science and engineering.

Campania, provincia di Bolzano e Toscana hanno invece creato posti di lavoro in pericolo, mentre Piemonte, Valle d’Aosta, Sicilia, Sardegna, Veneto e Marche stanno perdendo posti di lavoro nelle occupazioni a rischio. In Veneto, in particolare, pesa la presenza dell’agricoltura e di attività industriali che potrebbero essere sostituite in parte delle macchine.

Ocse: in Italia pesa lo skill mismatch

In generale l’Ocse spiega che il “rischio maggiore di automazione è associato a diversi tipi di caratteristiche regionali: livelli di istruzione inferiori, un’economia più rurale e un settore commerciale più ampio”.

Le economie rurali, per esempio, hanno una minore percentuale di posti di lavoro nel settore dei servizi che hanno probabilità più basse di essere automatizzate. Per l’Italia il problema è importate visto che, sempre secondo l’Ocse, siamo il Paese europeo con il più alto tasso di skill mismatch (la differenza fra le competenze possedute e quelle richieste dal mercato) in Europa, seguito da Spagna, Repubblica Ceca, Irlanda e Austria.

L’Italia è anche l’unico paese del G7 in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In pratica i laureati pur di trovare lavoro accettano impieghi con mansioni inferiori alle loro competenze. La questione si lega anche alla tipologia di contratti di lavoro.

Partendo dall’osservazione generale che “i contratti di lavoro atipici si stanno sviluppando in modo sempre più disomogeneo e precario”, il rapporto spiega che le regioni che già versano in peggiori condizioni economiche tendono ad avere una maggiore quota di posti di lavoro con forme atipiche di contratto che, tra l’altro, non prevedono una grande formazione.

Le strade da seguire però sono varie a seconda del tipo di area a cui si fa riferimento. Le regioni più avanzate sono in grado di generare occupazione più al riparo dall’automazione e per questo le politiche devono preoccuparsi di chi ha perso il lavoro a causa della bassa qualifica. All’opposto, ma ci sono anche un paio di livelli intermedi, ci sono regioni che hanno problemi di adeguamento strutturale dove le politiche per l’occupazione devono essere attente allo sviluppo per favorire l’imprenditorialità e aumentare il contenuto a valore aggiunto delle aziende già presenti.

Luigi Ferro

Giornalista, 54 anni. Da tempo segue le vicende dell’Ict e dell’innovazione nel mondo delle imprese. Ha collaborato con le principali riviste del settore tecnologico con quotidiani e periodici

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