La produttività delle imprese italiane cresce, ma resta bassa. Nonostante qualche slancio in avanti, rimane ancora inferiore, del 4%, ai livelli del 2011. In pratica, in termini produttivi per le aziende Made in Italy, nel loro complesso, sono passati otto anni senza un bilancio in positivo.

E per quanto riguarda investimenti e innovazione, si scopre che il super ammortamento, introdotto dalla Legge di Stabilità 2016 per favorire il rinnovo degli impianti (nella prima edizione il beneficio era pari al 140%), è stato utilizzato da un’azienda su quattro, per un totale di 1,72 miliardi di euro di deduzione sull’imponibile, ma non ha favorito e spinto più di tanto le imprese a più alta intensità tecnologica o di conoscenza, o le imprese più dinamiche in termini di addetti e domanda di lavoro. Piuttosto ha privilegiato “le aziende più grandi in termini di occupazione”, e le imprese dei servizi a bassa intensità di conoscenza, come innanzitutto le società di noleggio auto e Leasing operativo. Un dato interessante, che cozza con il senso comune, secondo il quale – per la sua ampia portata e semplicità d’uso – il superammortamento sarebbe invece piaciuto molto alle microimprese e agli artigiani.

Superammortamento e digital transformation

Il super ammortamento fiscale ha quindi sostenuto finora più la Old economy che la Digital transformation? A conti fatti pare proprio di sì, almeno nella media del mercato. Fanno eccezione i servizi ad alta tecnologia, che con un aumento occupazionale intorno al 10%, e una quota di addetti del 5% sul totale, raccolgono l’8% del beneficio fiscale, in particolare a favore di alcune imprese di grandi dimensioni.

“L’analisi dei dati fiscali per l’anno 2016 mette in evidenza che, sul complesso delle 800 mila società di capitale analizzate, circa un quarto ha tratto beneficio dal super-ammortamento”, si legge nel Rapporto Annuale 2019 dell’Istat, che fotografa la situazione del Paese dal punto di vista sociale, economico, del lavoro e delle imprese.

Tra gli altri settori economici che hanno registrato un significativo utilizzo del super ammortamento fiscale (il ‘maxi-ammortamento’, come lo chiama il Report dell’Istat) figurano le industrie a media intensità tecnologica (il 28% del totale), in particolare le società di fabbricazione di autoveicoli, che hanno usufruito per oltre il 6% del beneficio sul totale, a fronte di una quota di addetti inferiore al 3%, e di un aumento occupazionale inferiore alla media (+3%).


Tuttavia, nel periodo 2015-2016, le società beneficiarie del super-ammortamento hanno registrato un aumento maggiore dell’occupazione (+6,4%) rispetto a quello (+4,5%) riferito al complesso delle società di capitali analizzate dall’Istat.

Il tallone d’Achille della bassa produttività

Più in particolare, alla voce produttività aziendale, storicamente uno dei principali punti deboli del sistema economico del Paese, l’analisi dell’Istat rileva che “nel biennio 2015-2016 la produttività del lavoro delle imprese è complessivamente aumentata (+5,8%), con miglioramenti diffusi tra i diversi settori, soprattutto in quelli industriali (+8,6%) e nei servizi di mercato (+5,5%), sebbene nel terziario le nostre imprese presentino tuttora livelli di produttività più bassi di quelli delle controparti europee. Ma la produttività media resta ancora inferiore ai livelli del 2011 (-4%)”.


E considerando un arco di tempo più lungo, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia, in pratica è rimasta ferma a segnare il passo. Mentre è balzata in avanti di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, e del 18% in Germania. Un divario enorme che pesa come un macigno sulla nostra manifattura.

I settori economici e produttivi italiani più competitivi a livello internazionale restano quelli di farmaceutica, apparecchiature elettriche, macchinari e bevande. Mentre per le attività con una debole dinamica di performance, vale a dire quasi tutti i principali settori del Made in Italy, come alimentare, tessile, abbigliamento, prodotti in metallo, mobili, la competitività rimane debole.

Volgendo lo sguardo all’ultimo periodo, negli anni della ripresa (2015-2016) il sistema produttivo italiano ha ricostituito solo in parte la base persa durante la prolungata recessione del 2011-2014. Nel 2016 le imprese attive erano ancora circa 150 mila in meno rispetto al 2011 (-3,4%), gli addetti oltre 294 mila in meno (-1,8%) e il valore aggiunto nominale inferiore del 5,5%. Il parziale recupero ha riguardato soprattutto le unità di maggiori dimensioni (+6% di addetti).

Produzione industriale in frenata

In Italia lo scorso anno la crescita del Pil in volume (+0,9%) ha segnato un rallentamento rispetto al 2017 (+1,7%), mostrando un andamento pressoché stagnante. L’indebolimento della dinamica economica ha riguardato innanzitutto l’attività industriale che, dopo aver trainato l’accelerazione del 2017, ha segnato nel corso del 2018 una brusca battuta d’arresto.

“La produzione industriale, dopo aver toccato un massimo a dicembre 2017, ha registrato flessioni in tutti i trimestri del 2018, più marcate nell’ultima parte dell’anno”, sottolinea il Rapporto Annuale dell’Istat: “a dicembre, la produzione industriale è stata inferiore di circa il 5% rispetto al picco di fine 2017. All’inizio del 2019, dopo quattro trimestri consecutivi di calo, sono emersi alcuni segnali positivi e, nella media del primo trimestre, la variazione congiunturale della produzione industriale è tornata positiva, con un modesto +1%”.

E ancora: “a partire dalla seconda metà del 2018, sono emerse valutazioni sempre più pessimistiche da parte delle imprese manifatturiere sulla consistenza del portafoglio ordini, e aspettative sempre più caute degli operatori del settore circa l’evoluzione della domanda e della produzione a breve termine, in presenza di un aumento delle scorte”.

Il clima di fiducia del settore manifatturiero ha registrato un graduale e continuo peggioramento, scendendo nei primi mesi del 2019 ai livelli più bassi degli ultimi anni. Le più recenti previsioni Istat per l’economia italiana stimano, per il 2019, un ulteriore rallentamento della crescita. La modesta espansione sarebbe supportata solo dalla domanda interna e, in particolare, dai consumi privati, mentre il perdurante rallentamento delle esportazioni non porterà contributi positivi.

Altri limiti storici del sistema produttivo italiano

In un sistema produttivo frammentato come quello italiano, la capacità di generare una crescita estesa dipende in misura sostanziale dalla capacità delle imprese di attivare stabili relazioni produttive con altre unità o istituzioni.

“Ma la struttura dei rapporti commerciali, in particolare tra manifattura e servizi di mercato” evidenzia l’analisi Istat, “appare ancora debole nel favorire una interazione stretta tra settori ‘centrali’ e ‘periferici’ della rete di scambi, come accade ad esempio in Germania”.

Tutto ciò “ostacola una trasmissione ampia e rapida dell’efficienza e dell’innovazione all’interno del sistema economico. La presenza di estese relazioni produttive interaziendali, come rapporti di subfornitura, contratti di rete o accordi produttivi di altro tipo, compensa un po’ questa condizione”. Consentendo di superare, almeno in parte, le difficoltà di crescita legate al sottodimensionamento delle nostre imprese.

La spinta dello sviluppo sostenibile

Segnali positivi, rileva l’Istituto italiano di statistica, nel campo dello sviluppo sostenibile, dove l’Italia ha raggiunto risultati di rilievo rispetto a importanti priorità delle politiche europee e nazionali. Come ridurre gli impatti sul clima legati al consumo interno di energia, e sviluppare fonti energetiche rinnovabili.

In termini di energie rinnovabili l’Italia ha raggiunto il target del 17% di consumi coperti da fonte rinnovabile, collocandosi al di sopra della media dell’Unione europea. Nel 2017, il valore aggiunto delle cosiddette ‘ecoindustrie‘ è stato pari a 36 miliardi (il 2,3% del Pil nazionale), un livello superiore alla media europea (meno del 2%).

Inoltre, attraverso anche la spinta delle politiche di incentivi, nel corso dell’ultimo decennio l’intensità energetica (che misura l’efficienza energetica del sistema economico) nel Paese si è ridotta del 13%, quindi è migliorata di molto, dato che alte intensità di energia indicano un alto consumo (e relativo costo) del convertire l’energia in Prodotto interno lordo, cioé in produzione e ricchezza. Mentre più basse intensità di energia indicano un minore prezzo (e costo) del convertire l’energia in Pil.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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