Confindustria stima l’impatto dello shock del Covid-19 sull’economia: Pil in calo del 6% nel 2020

Il Pil italiano subirà un calo del 6% nel 2020 a causa della crisi economica legata all’emergenza Covid-19. È questa la stima del Centro Studi di Confindustria, che ha pubblicato il rapporto “Previsioni per l’Italia. Quali condizioni per la tenuta ed il rilancio dell’economia?”. Un altro dato colpisce: per ogni settimana aggiuntiva di blocco delle attività produttive, deciso con il DPCM 22 marzo, si perderebbe una percentuale di Pil di almeno lo 0,75%.

“Dobbiamo aver chiaro qual è il nemico con cui dobbiamo fare i conti, cosa abbiamo davanti a noi”, ha detto Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria. “Sono due le guerre da affrontare: una è quella contro il virus, e l’altra è quella alla recessione. Dobbiamo evitare che la preoccupazione si trasformi in ansia per poi diventare panico. Se non affrontiamo l’urgenza di liquidità delle imprese corriamo il rischio che invece della voglia di non mollare delle nostre aziende, avremo il mostro della recessione strutturale”.

Le stime dell’impatto sul Pil

Secondo le previsioni del Centro Studi di Confindustria, nel 2020 è previsto un calo del Pil del 6% (se la fase acuta dell’emergenza finisse a maggio). Si tratterebbe di un crollo superiore a quello del 2009, mentre nel 2021 avverrebbe un parziale recupero (+3,5%). Sono stime sostanzialmente in linea con quelle recentemente rese note da Prometeia.

Nel primo trimestre del 2020 infatti il Pil calerebbe soprattutto per la diminuzione del valore aggiunto nei servizi, per poi proseguire il calo nel secondo trimestre per una diminuzione significativa del valore aggiunto creato dall’industria. Complessivamente nel primo semestre il Pil registrerà un calo del 10%. Il recupero, stima Confindustria, si inizierà a vedere a partire dal terzo trimestre del 2020, quando le misure restrittive saranno allentate.

Il rapporto deficit/Pil, secondo le previsioni del Centro Studi di Confindustria, salirebbe nel 2020 al 5%, per poi scendere al 3,2% nel 2021, mentre il rapporto tra debito e Pil si attesterebbe a quota 147% per l’anno in corso, con un calo al 144,3% nel 2021.

Il blocco delle attività produttive sta causando numerosi danni all’industria del nostro Paese. Ipotizzando che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo a metà del secondo trimestre del 2020, infatti, lo studio stima che a inizio aprile nel settore manifatturiero sarà attivo solo il 40% delle imprese, che diventerà il 60% alla fine del mese. A inizio maggio sarà attivo il 70% delle aziende, e a fine maggio il 90%, stessa percentuale di inizio giugno. Solo a fine giugno vedremo attivo il 100% delle imprese manifatturiere italiane.

Con queste previsioni la caduta del Pil nel secondo trimestre del 2020 sarebbe attorno al 10% rispetto alla fine del 2019. Inoltre, ad ogni settimana di blocco normativo delle attività produttive corrisponderebbe un costo in termini di Pil di almeno lo 0,75%.

La componente del Pil più colpita nel 2020 saranno gli investimenti delle imprese (-10,6%), resi quasi impossibili da calo della domanda, aumento dell’incertezza, riduzione del credito e chiusure forzate dell’attività. Nel 2021 invece tornerà il segno positivo: +5,1%. Tra gli investimenti più colpiti quest’anno, quelli in macchinari e mezzi di trasporto (-12,1%).

Il peso dell’export e dei consumi

Per quanto riguarda l’export italiano, la previsione di Confindustria per il 2020 è di un calo del 5,1%, causato soprattutto dalla riduzione delle vendite nelle filiere produttive europee. Confindustria evidenzia come un blocco delle attività più lungo del previsto provocherebbe un crollo del commercio mondiale comparabile a quello del 2009, insieme al rischio per le aziende italiane di perdere quote di mercato a discapito di concorrenti esteri.

Dall’inizio dell’epidemia in Italia, infatti, lo shock dell’offerta è stato determinato direttamente dalla chiusura delle attività e indirettamente dalle interruzioni lungo le catene del valore globali (per effetto di blocchi analoghi in altri Paesi). Dal punto di vista della domanda, i fattori principali di indebolimento dell’economia sono la riduzione e ricomposizione della spesa delle famiglie italiane, il calo dei flussi turistici e la diminuzione della domanda estera di prodotti italiani.

I consumi delle famiglie nella prima metà del 2020 sono previsti in forte calo: il totale della spesa privata rispetto al 2019 calerà del 6,8%, mentre nel 2021 potrebbe recuperare, con un +3,5% stimato. Il paniere sarà ricomposto a causa dell’impossibilità di realizzare molti acquisti (per effetto delle misure restrittive connesse all’emergenza Coronavirus).

Gli effetti dell’emergenza sulla produzione industriale

La produzione industriale (già diminuita nel 2019 dell’1,3%), per effetto delle misure di contenimento connesse all’emergenza Coronavirus, subirà un calo nel 2020 di circa il 13%. Nei primi due trimestri scenderà di quasi il 20% rispetto allo stesso periodo del 2019. Il valore aggiunto calerà del 7,4% nel 2020 e recupererà il 4,3% nel 2021.

In un sistema economico molto interconnesso come quello italiano, uno shock di domanda e offerta in alcuni settori si propaga velocemente in quelli produttivi. Per stimare gli effetti di questo rapporto causa-effetto, Confindustria ha preso in considerazione i comparti del commercio all’ingrosso e al dettaglio, della riparazione di autoveicoli e motocicli, del trasporto terrestre, marittimo e aereo, dei servizi di alloggio e di ristorazione, delle attività immobiliari e delle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento. Si tratta di settori che hanno un peso appena sotto il 14% sul valore aggiunto nazionale.

Dal punto di vista della domanda, la conclusione degli industriali è che per ogni euro in meno speso in questi settori, la diminuzione in termini di Pil è pari a 1,15 euro, di cui 0,05 euro ricadono nel comparto industriale, con un’incidenza superiore nei comparti più connessi con quelli del terziario. I settori industriali su cui l’impatto sarà più negativo sono infatti: produzione di beni alimentari e bevande, fabbricazione di coke e prodotti della raffinazione del petrolio, fabbricazione di carta e di prodotti di carta, attività di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti, fornitura di energia elettrica.

Dal punto di vista dell’offerta, e quindi della produzione industriale, ci saranno invece alcuni comparti che saranno addirittura favoriti dall’aumento della domanda (soprattutto interna): si tratta, ad esempio, del settore farmaceutico e chimico o quello delle telecomunicazioni e dei prodotti legati al settore biomedicale e sanitario. Nonostante questo il settore manifatturiero (soprattutto le imprese che realizzano all’estero una quota elevata del proprio fatturato) subirà un forte calo dell’export. In Italia infatti si esporta circa un terzo dei prodotti, con un rischio elevato di recessione causata dal blocco delle relazioni commerciali causato dall’emergenza Covid-19.

A fine 2019 la manifattura italiana impiegava poco meno di 4 milioni di persone (il 15,5% circa degli occupati in Italia). A questi vanno aggiunti 5 milioni di lavoratori impiegati in attività di supporto alla produzione, portando al 35% del totale l’occupazione dipendente dalla manifattura, cioè più di un lavoratore su tre. Per quanto riguarda gli investimenti in innovazione tecnologica, il manifatturiero ne è il principale attivatore in Italia. La quota dell’industria manifatturiera sul totale degli investimenti in Ricerca & Sviluppo del 2017 era del 51,3%, mentre quella relativa agli acquisti di macchinari e attrezzature (esclusi mezzi di trasporto) è stata del 43,7%. I prodotti manifatturieri rappresentano quattro quinti dell’export italiano, e contribuiscono al forte surplus commerciale (differenza tra export e import di beni) del nostro Paese: il saldo commerciale italiano di beni manufatti nel 2018 è stato di 88,4 miliardi di dollari (il secondo in Europa dopo la Germania). Infine, la manifattura italiana è settima al mondo per valore aggiunto prodotto (nel 2018 la sua quota mondiale è stata del 2,3%).

Confindustria quindi sottolinea quanto sia fondamentale che l’emergenza economica non porti a una forte crisi di liquidità in questo settore, perché l’effetto sarebbe un inevitabile aumento delle insolvenze nel sistema industriale. Avvalendosi delle stime del Cerved, Confindustria stima che, se la pandemia sarà contenuta su scala globale entro la fine dell’estate, la percentuale di imprese italiane valutate con rating “ad alto rischio” di insolvenza potrebbe raddoppiare dall’attuale 7,5% al 15,2%. Quelle valutate “vulnerabili” di fronte ad ulteriori shock negativi passerebbe dal 38,1% al 40,3%, con una probabilità media di default nel sistema produttivo italiano che passerebbe dal 4,9% al 6,8%.

Come si vede in questa tabella che indica le probabilità di fallimento delle imprese italiane, solo il settore farmaceutico, alcuni comparti del commercio e dell’ICT si salverebbero da un peggioramento del merito creditizio. In particolare, la probabilità di fallimento nella manifattura passerebbe dal 3,9% al 5,7%.

Gli effetti del COVID-19 sulla probabilità di fallimento delle imprese italiane

Settore Senza COVID-19 Con COVID-19 Differenza
Manifattura (eccetto tessile e farmaceutico) 3,9% 5,7% 1,8%
Tessile 4,0% 6,1% 2,1%
Farmaceutico 3,8% 2,7% -1,1%
Settore elettrico e del gas 5,3% 6,0% 0,7%
Settore idrico, smaltimento rifiuti 4,7% 8,7% 4,0%
Costruzioni 8,1% 10,6% 2,5%
Commercio (esclusi prodotti farmaceutici) 4,2% 5,8% 1,6%
Commercio di prodotti farmaceutici 4,3% 4,0% -0,3%
Trasporti e logistica 4,8% 7,3% 2,5%
Settore alberghiero e ristorazione 7,4% 8,8% 1,4%
ICT 5,2% 4,5% -0,7%
Professioni tecniche e scientifiche 5,3% 7,7% 2,4%
Turismo 5,3% 7,9% 2,6%
Media 4,9% 6,8% 1,9%

Società di capitale, scenario stimato di contenimento della pandemia entro l’estate Fonte: Cerved Rating Agency (2020)

Boccia (Confindustria): “Servono regole non convenzionali e debito sostenibile”

“Moltissime aziende avranno un fatturato prossimo allo zero, a prescindere dalla loro dimensione”, ha spiegato il Presidente di Confindustria Boccia. “Nessuno riesce a sopravvivere con questi fatturati: occorre lavorare con regole non convenzionali. Serve istituire un Fondo di Garanzia che dia alle banche la necessaria liquidità di breve che servirà alle aziende per tenersi in vita, attraverso un debito sostenibile (in termini di rata) che possa essere restituito in 30 anni”.

Confindustria infatti chiede azioni di politica economica immediate e dirette a preservare il tessuto produttivo del Paese, per evitare una depressione prolungata (che causerebbe un aumento della disoccupazione e il crollo del benessere sociale). A questa fase dovrà poi seguire una mobilitazione di risorse rilevanti in coordinamento con l’Unione Europea.

“Secondo le nostre stime solo il costo della Cassa Integrazione è di circa 3 miliardi di euro al mese, per un totale di 36 miliardi all’anno”, ha continuato Boccia. “Significa un maggior indebitamento per lo Stato che deve essere reso sostenibile: per pagare questo ‘debito di guerra’ bisogna pensare a una restituzione a lungo termine, nell’ordine dei 30-50 anni. In questo senso gli Eurobond diventano un elemento essenziale, che può essere istituito per fini chiari: usare le risorse per la salvaguardia delle imprese e dell’industria e per un’operazione massiva di investimenti pubblici in fase post emergenziale. Gli Eurobond potrebbero infatti essere garantiti proprio dalle infrastrutture che ogni singolo Stato realizzerà con queste risorse. Ecco come rendere sostenibile il debito”.

Nel giudicare “largamente insufficiente” la dimensione degli interventi a sostegno dell’economia fin qui adottati in Italia, Confindustria stima che, alla luce di un ipotizzato secondo intervento da circa 25 miliardi (senza impatto sul bilancio pubblico) da parte del Governo in aprile, si potrebbe avere un minor calo del Pil in Italia nel 2020 dello 0,5% rispetto allo scenario di base.

Intervistato durante la trasmissione 24 Mattino di Radio24, il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha annunciato, in vista del prossimo decreto di sostegno all’economia italiana in aprile, l’incremento del Fondo di Garanzia per le PMI (già potenziato nel Decreto Cura Italia) di almeno 7 miliardi, con una garanzia al 100% sui prestiti da parte dello Stato, “che permetterebbe alle banche di non fare la procedura di rating delle aziende a cui dovrebbero prestare i soldi (un’operazione che può durare anche un mese)”. Per le grandi imprese, invece, Patuanelli ha spiegato che si sta lavorando “a strumenti diversi”. “I prestiti”, ha aggiunto, “dovranno essere dilazionati nel tempo su circa 30 anni”.

Un intervento che va nella direzione di quanto auspicato dal Presidente di Confindustria Boccia che, durante la presentazione del report di Confindustria, ha infatti espresso apprezzamento per le parole del Ministro. “La priorità, a questo punto”, ha aggiunto Boccia, “diventa potenziare con immediatezza il Fondo di Garanzia in modo da consentire alle banche di agire con tempestività e combattere tutti insieme le due guerre, al virus e alla recessione economica”.

Per quanto riguarda il rilancio dell’economia, Confindustria ha fatto 2 simulazioni sulla base di finanziamenti ipotetici con risorse europee e nazionali per 3.000 miliardi di euro. Considerando una prima tranche da 500 miliardi su 3 anni (con misure per la liquidità seguite da investimenti in sanità, infrastrutture e digitalizzazione) la crescita in Italia e nell’Eurozona si alzerebbe rispettivamente del 2,5% e dell’1,9%.

Francesco Bruno

Giornalista professionista, laureato in Lettere all'Università Cattolica di Milano, dove ha completato gli studi con un master in giornalismo. Appassionato di sport e tecnologia, compie i primi passi presso AdnKronos e Mediaset. Oggi collabora con Dazn e Innovation Post.

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