Il nuovo impianto del piano Transizione 4.0: che cosa convince e che cosa no

Foto: Ruggiero Scardigno

Le indiscrezioni emerse in questi giorni sul nuovo impianto del piano Transizione 4.0, che sarà rafforzato e prorogato nella prossima legge di bilancio facendo leva sui fondi del NextGenEU, stanno scatenando la reazione nel mondo dell’industria manifatturiera.

Diciamolo subito: come emerso dal nostro sondaggio, le misure previste soddisfano in larga parte le aspettative delle imprese, ma ci sono ancora alcuni aspetti che lasciano perplessi. Ne abbiamo parlato con Massimo Carboniero, amministratore delegato di Omera, che è stato alla guida di Ucimu – Sistemi per Produrre fino al mese scorso, quando ha lasciato il timone nelle mani della neoeletta presidente Barbara Colombo. Nel corso del suo mandato Carboniero è stato testimone di ascesa e decadenza del mercato, dal periodo del boom del mercato della Macchina Utensile (2017-2018) alla pesante contrazione dell’ultimo anno. Ma soprattutto ha lavorato a stretto contatto con tutte le istituzioni per arrivare a una riformulazione del piano Transizione 4.0 in grado di restituire vigore agli incentivi e alla competitività del sistema manifatturiero italiano.

Vediamo insieme quali sono gli aspetti che convincono e i punti di maggiore criticità.

L’avvio anticipato e la durata

“Sono felice – dice Carboniero – che il Governo abbia accolto la nostra richiesta di far partire gli incentivi già per gli acquisti effettuati a partire da novembre 2019”. La ratio di questa misura è semplice: se oggi fossero annunciate condizioni più vantaggiose da gennaio 2021, allora nessuno investirebbe a novembre e dicembre 2020, andando ad aggravare una situazione già complessa di suo. Ecco perché la legge di bilancio dovrebbe prevedere la possibilità di anticipare la validità delle nuove condizioni già agli investimenti di questi ultimi due mesi. Naturalmente l’imprenditore ha bisogno di certezze e quindi questa anticipazione avrà senso solo se il Governo si deciderà a presentare il nuovo piano al più presto, nelle prossime settimane, senza aspettare il varo ufficiale della legge di bilancio a fine dicembre.

A non convincere è la durata del nuovo piano. Il ministro Stefano Patuanelli aveva parlato di un orizzonte quinquennale, poi triennale. Al momento invece si parla di una scadenza al dicembre 2022 con proroga delle consegne al giugno 2023 per gli ordini confermati da un acconto pari al 20%. “Quello della durata è un punto critico”, dice Carboniero. “Da anni insistiamo per dare agli imprenditori un’orizzonte pluriennale che permetta loro una pianificazione oculata degli investimenti. Su questo punto mi sarebbe piaciuto vedere uno sforzo maggiore”.

Va anche detto che le cifre di cui si parla – 25 miliardi – sembrano sovradimensionate rispetto a questo orizzonte temporale: l’attuale piano vale 7 miliardi, mentre qui parliamo di circa 25 miliardi per due anni e l’aumento delle aliquote e dei massimali è previsto, nel caso dei beni strumentali, solo per il primo anno. C’è poi l’incognita del tiraggio di queste misure in un momento di grave incertezza economica. Insomma, stanziare risorse che poi dovessero rimanere nelle casse del Ministero, quando sarebbe possibile forse sin d’ora prevederne una durata maggiore, sarebbe un errore imperdonabile.

Beni strumentali: nuovi tetti e aliquote maggiorate

L’aumento delle aliquote ha lasciato un po’ sorpresi: su questo punto infatti il Governo sembrerebbe spingere di più dove non ce lo si aspettava e meno dove invece c’era maggiore richiesta. Vediamo in questo specchietto le aliquote attuali, quelle richieste da Confindustria e quelle trapelate in questi giorni.

Strumenti Aliquota 2020 Richiesta Confindustria Ipotesi 2021 Ipotesi 2022
Beni strumentali (ex super ammortamento) 6% fino a 2 mln 15% 10% (15% per smart working) 6%
Beni 4.0 (all. A) 40% fino a 2,5 mln

20% tra 2,5 e 10 mln

stesse aliquote, ma con cedibilità del credito 40% o 50% fino a 4 mln

30% tra 4 mln e 10 mln

10% tra 10 mln e 20 mln

40% fino a 2,5 mln

20% tra 2,5 e 10 mln

Come si può vedere, verrebbe spinto ancora di più, almeno per il 2021, l’acquisto dei beni 4.0 con un aumento sia delle aliquote (non richiesto da Confindustria) che dei massimali. Al contrario la spinta sui beni materiali tradizionali è inferiore alle richieste. “Su questo punto restano da chiarire dei dubbi sul tetto, se resterà a 2 milioni o sarà aumentato”, commenta Carboniero, che si dice inoltre d’accordo sul boost delle aliquote per il primo anno. “È corretto perché, senza intaccare la convenienza del sistema anche per l’anno successivo, offre un maggiore premio a chi smobilizza gli incentivi nel primo anno, contribuendo alla ripresa degli investimenti privati”, dice.

Per i beni materiali semplici sarebbe inoltre prevista una maggiorazione speciale laddove i beni strumentali acquisiti sarebbero funzionali all’implementazione dello smart working, passando (verosimilmente solo per il primo anno) dal 10% al 15%.

Il periodo di compensazione del credito

Al momento non si hanno informazioni sulla possibile introduzione della cedibilità del credito d’imposta sulla falsariga di quanto già previsto per il Superbonus (oggi la cessione del credito è espressamente vietata). Tuttavia il Governo sembrerebbe intenzionato ad accorciare il tempo di rientro del beneficio fiscale.

Dalle indiscrezioni emerse si parla di una riduzione da 5 anni a 3 anni per il periodo di compensazione relativo all’acquisto dei beni strumentali (sia 4.0 che non), mentre ci sarebbe un’ulteriore riduzione a 1 anno per le imprese con fatturato inferiore a 5 milioni di euro. La prima compensazione, inoltre, sarebbe possibile già dall’anno in cui si verifica l’interconnessione (nel caso dei beni 4.0).

Si tratta di un importante vantaggio, se la riduzione del periodo di compensazione resta una facoltà dell’acquirente. Viceversa questa soluzione rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Soprattutto nel caso di crediti d’imposta importanti, infatti, spalmare un beneficio di diverse centinaia di migliaia di euro in meno tempo potrebbe risultare impossibile. Stessa difficoltà potrebbero affrontare gli imprenditori agricoli che avrebbero invece minori voci su cui far valere la compensazione.

I software

Per quanto riguarda i beni immateriali ricompresi nell’allegato B (i cosiddetti software 4.0), l’aliquota attuale del 15% verrebbe innalzata al 20%, con un massimale che salirebbe da 700.000 euro a 1 milione (anche in questo caso soltanto per il primo dei due anni di vigenza della nuova piattaforma).

Importante novità è che sarebbe introdotto un incentivo anche per l’acquisizione di altri software non riconducibili espressamente ai processi di digital transformation secondo il paradigma di Industria 4.0. In questo caso, il credito d’imposta è pari al 6%.

Il periodo di compensazione per i beni immateriali viene portato a 1 anno.

Beni immateriali “4.0” (all. B) 15% fino a 700.000 euro 20% 20% fino a 1 mln 15% fino a 700.000 euro
Altri beni immateriali 6% e 10% (a seconda della tipologia?) 6% e 10%

Ricerca, Sviluppo, Innovazione e Design

Per quanto riguarda invece il credito d’imposta in Ricerca, Sviluppo, Innovazione e Design la situazione sarebbe la seguente.

Strumenti Aliquota 2020 Richiesta Confindustria Ipotesi 2021 Ipotesi 2022
Credito Ricerca e Sviluppo 12% 25% (50% per startup e pmi innovative) 20% 20%
Credito Innovazione 6% 12% 10% 10%
Progetti di Innovazione 4.0 e green 10% 15% 15% 15%
Credito d’imposta per Design 6% 10% 15% 15%

Il potenziamento di tutte le aliquote appare evidente, così come piace l’idea di mantenerlo per l’intero biennio: un investimento in progettualità non funziona come l’acquisto di un bene strumentale. Dal momento in cui è stata eliminata, con la riforma del 2020, la logica dell’investimento incrementale, ha senso stimolare anche investimenti pluriennali.

La formazione 4.0

Importanti le novità previste per il credito d’imposta per la cosiddetta Formazione 4.0.

Al momento la misura copre, con aliquote differenziate comprese tra il 30% e il 50% a seconda delle dimensioni aziendali, solo il costo orario della manodopera occupata nei percorsi di formazione.

Una misura che non ha avuto successo probabilmente perché gli oneri burocratici per la fruizione erano troppo alti rispetto a un beneficio che spesso era di poche migliaia di euro.

Il nuovo impianto prevederebbe invece che tra i costi ammissibili, come richiesto a più riprese dagli imprenditori, siano incluse anche le spese dirette, cioè sicuramente il costo dei formatori, ma anche eventuali spese connesse, ad esempio l’affitto del locale o di attrezzature strettamente necessarie. “Da anni stiamo dicendo al Governo che questa era la direzione verso la quale bisognava andare”, dice Carboniero. “Per le imprese è fondamentale avere dei dipendenti che siano formati adeguatamente sulle nuove tecnologie e il sistema attuale offriva, all’atto pratico, delle premialità troppo basse”.

Restando in tema formazione, c’è poi il nodo degli Istituti Tecnici Superiori (ITS). “È l’altro grande capitolo su cui occorre investire”, dice Carboniero. “In Italia c’è una domanda di professionalità che non trova soddisfazione nei numeri che il sistema attuale riesce a produrre”.

Tra le misure allo studio sul tema – ricordiamolo – ci sarebbe un maggiore incentivo alle aziende che intendono finanziare gli ITS e un maggior numero di borse di studio per gli studenti.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

4 thoughts on “Il nuovo impianto del piano Transizione 4.0: che cosa convince e che cosa no

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  • E’ da 2019 che questo governo ha dichiarato guerra alle grandi aziende al fine di evitare che anche loro possano utilizzare compiutamente questo strumento agevolativo degli investimenti che era il piano Industria 4.0. Iniziò Di Maio che in sede di stesura del bilancio 2019 decise , a suo dire per avvantaggiare le PMI, che vi era un limite degli investimenti pari a 20 milioni (inutile dire che sbagliò in modo clamoroso perché il mese scorso uno studio di Confindustria ha invece evidenziato che nel 2017 e nel 2018 sono state proprio le PMI ad avare utilizzato maggiormente le agevolazioni di Industria 4.0 per ben il 67% del totale degli investimenti. ). Poi arrivo Patuanelli che decise (nel bilancio 2020) che 20 milioni era un limite eccessivo e lo ridusse ancora a 10 milioni passando da iperammortamento a credito d’imposta. Tra valutazione ex ante ed ex post, alla fine il volume degli investimenti agevolati nel 2017 fu di 10 miliardi (dato abbastanza simile alla stima del Governo) e 15 miliardi nel 2018 (con una stima ex ante di 12). Nel 2019 la stima si abbassò a 10 miliardi perché (darti da relazione tecnica al Bilancio 2019) perché avevano stimato in 2 miliardi in meno l’ammontare degli investimenti superiori a 20 milioni l’anno. Ora mi chiedo se questo è modo di promuovere lo sviluppo industriale in Italia (anche attraendo imprese estere) . Adesso propongono tutta una serie di rappezzi cercando di dimostrare che nel 2021 sarà una grande piano. Mah

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