Le nuove frontiere della collaborazione tra uomo e robot: dal remote working all’esplorazione oceanica

Utilizzare i robot per sostituire l’uomo nei compiti pericolosi o impossibili da svolgere: questi sono gli obiettivi futuri per la robotica collaborativa, affrontati da Oussama Khatib, Professore di Computer Scienze alla Stanford University e Direttore di Stanford Robotics Lab. Khatib è intervenuto alla conferenza “The era of human – robot collaboration”, che ha concluso la prima giornata di lavori di I-RIM 3D, evento dedicato alla robotica, organizzato dall’Istituto di Robotica e Macchine Intelligenti, in collaborazione con “Maker Faire Rome – The European edition”.

Le potenzialità sono enormi: i robot potrebbero essere utilizzati in quelle mansioni pericolose che, ad oggi, sono ancora a carico dell’uomo, dalla cura dei pazienti infettivi nelle terapie intensive al controllo e riparazione della rete elettrica, fino all’archeologia, con operazioni di recupero dei reperti sommersi, che si trovano a profondità dove l’uomo non può arrivare.

“Pensiamo ad esempio all’attuale situazione con il Covid. C’è tutta una serie di procedure di cura e preparazione del paziente nei reparti di terapia intensiva che potrebbe essere svolte da un robot, riducendo il rischio di contagio tra il personale medico”, commenta Khatib.

Ma a grandi potenzialità corrispondono grandi sfide e in questo campo, sottolinea Khatib, la sfida maggiore è nel rendere il robot in grado di lavorare in un ambiente non strutturato, dove è necessaria la capacità di interagire con l’ambiente, di multi-tasking, e di muoversi senza una traiettoria pre programmata.

“Dobbiamo conferire ai robot quelle capacità umane che ci permettono di interagire in tempo reale con l’ambiente che ci circonda, prima fra tutte le capacità di movimento. Per fare questo dobbiamo prima capire cosa c’è dietro il movimento, studiarne i modelli, per poi creare una strategia di movimento per il robot”.


Non si tratta, tuttavia, solo di movimento: affinchè i robot possano davvero essere in grado di sostituire gli uomini anche in ambienti difficili e non strutturati e abilitare così il remote work, occorre perfezionare un portfolio di skill che comprende la capacità di poter utilizzare entrambe le mani, di manipolare oggetti sensibili e fragile.

Quanta Intelligenza Artificale è necessaria affinchè un robot riesca a impare a interagire con l’ambiente come l’uomo? “Quando si parla di Intelligenza Artificale spesso si riduce il termine pensando solamente al machine learning. In questo tipo di sviluppi il machine learning è molto utile, ma non è la risposta a tutti i problemi. C’è molto di più dietro: si tratta di capire i modelli di movimento e di performance delle varie task, applicarli e allo stesso tempo applicare il machine learning per catturare strategie elaborate dai dati relativi alle performance dell’uomo”, commenta Katib.

Serve quindi, sottolinea il Professore di Stanford, una tecnica basata sui modelli, che integri anche i dati al machine learning, per capire quali skill sono necessarie ai robot e le strategie giuste per svilupparle.

In questo campo, progressi sono stati fatti attraverso la tecnologia tattile, che permette all’uomo di pilotare da remoto il robot, ricevendo i feedback degli impulsi tattili sperimentati dallo stesso.

Tecnologia che il Professore Khatib ha sviluppato insieme ai suoi studenti dello Stanford Robotics Lab per creare Ocean One, un robot subacqueo dotato su ciascuna mano di sensori di forza che trasmettono feedback tattili. Il robot è dotato, inoltre, di due braccia articolate, visione stereoscopica e otto propulsori.

È stato ideato, costruito e testato a Sanford e poi trasportato nel Mediterraneo per esplorare un luogo irraggiungibile per gli uomini: la carcassa del vassello francese La Lune, affondato nel 1664 a largo delle coste del sud della Francia, a una profondità di 91 metri.

Grazie al lavoro del team guidato da Khatib e della tecnologia tattile di cui dispone Ocean One, il robot è stato in grado di recuperare, senza danneggiarlo, un vaso. Il successo della spedizione apre delle nuove possibilità per l’esplorazione oceanica e alimenta la speranza che un giorno i robot potranno svolgere compiti subacquei altamente qualificati e troppo pericolosi per gli uomini.

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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