Tanta confusione ed errori di visione: che cosa c’è che non va nel Recovery Plan italiano

Manca di conformità con le linee guida stabilite dall’UE, non coglie il senso della missione del Recovery Fund, mancano i dati, è tutto sbagliato e da rifare: queste sono alcune delle critiche mosse dal mondo dell’industria e della ricerca al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del Governo.

Il cosiddetto Recovery Plan, che comprende il programma di investimenti da presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU entro il 31 aprile 2021, è articolato in sei missioni a loro volta suddivise in 16 “componenti”, le quali sono poi suddivise in progetti (come abbiamo spiegato nel dettaglio in questo articolo).

Sul piatto ci sono 209 miliardi di euro: un’opportunità che più volte è stata definita “unica e irripetibile” per il nostro Paese e che l’Italia rischia veramente di farsi sfuggire di mano se non vengono messi in atto gli interventi giusti. Più volte Carlo Bonomi, il Presidente di Confindustria ha sottolineato questo rischio concreto e ha fatto appello al Governo affinchè venisse ascoltato il mondo imprenditoriale e le altre realtà sociali interessate.

Le ultime critiche al PNRR arrivano proprio da Confindustria, convocata nella giornata del 25 gennaio per un confronto con il Governo su questo tema, e da Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Pratiche di Strategia e Imprenditorialità presso l’Università Bocconi ed espressione di una corrente di pensiero liberal.

PNRR, impossibile valutare l’impatto sul Pil

Tra le critiche più comunemente sollevate al PNRR c’è proprio la mancanza di conformità con le linee guida indicate dall’UE e aggiornate venerdì scorso in seguito alla consultazione tra Commissione, Governi e Parlamento Europeo.

Le linee guida prevedono, infatti, che ogni riforma strutturale e linea di intervento delle 6 missioni strutturali venga declinata secondo una stima precisa degli obiettivi quantitativi che si intende ottenere rispetto alle risorse impegnate. Questo serve alla Commissione per verificare l’attuazione del piano (sia in corso che una volta terminato) e scongiurare il rischio di revoca o restituzione dei fondi.

Gli interventi di riforma devono essere ambiziosi, ma realistici e il loro impatto sulla società deve essere valutato a priori.

Il piano attualmente presentato manca, invece, delle metriche necessarie per costruire l’analisi di impatto degli interventi proposti sul Pil italiano. “Non c’è connessione logica tra premesse e conclusioni, qualsiasi studente di macroeconomia avrebbe notato questo. Le tabelle sono tutte da rifare”, commenta Carnevale Maffè.

Senza la possibilità di valutare l’impatto degli interventi, sottolinea Confindustria, non è possibile esprimere un parere sull’allocazione complessiva di risorse destinate agli obiettivi di sostenibilità sociale e di crescita della produttività.

Il Governo non ha compreso la missione del Piano europeo

La precisazione che non si tratti di soldi che l’Europa sta regalando all’Italia, ma di un prestito che dovrà essere ripagato dalle prossime generazione, è stata ribadita più volte da politici, industriali, ricercatori e molti altri soggetti coinvolti (lo stesso Bonomi lo ha più volte sottolineato).

Le riforme da implementare sono state suggerite nelle raccomandazioni specifiche agli Stati membri e che nel caso italiano dovrebbero essere orientate a ridurre il gap (anche digitale) con gli altri paesi europei: mercato del lavoro, pubblica amministrazione, giustizia, sostenibilità, digitale, competitività delle filiere e molto altro.

Tra gli interventi raccomandati al nostro Paese vi è l’aumento dell’efficienza della PA, snellendo i processi e riducendo il fabbisogno fiscale. Il piano attualmente presentato dal Governo va nella direzione opposta, accusa Carnevale Maffè.

“Questo Piano fa l’esatto contrario: re-intermedia i processi, in questo senso è statalista, spende i fondi per rendere lo Stato ancora più indispensabile e intermediatore, mentre dovrebbe spenderli per rendere lo Stato abilitante. Il digitale non serve a rendere la PA più efficiente, dovrebbe servire per sostituirla nel senso che alcuni processi sono resi automatici e standardizzati”, commenta l’economista. 

Il piano attuale fallisce anche negli gli obiettivi di valorizzare il capitale umano e di aumentare l’occupabilità: un fallimento non solo nei mezzi programmati, secondo Confindustria, ma determinato ancora una volta dalla poca chiarezza sulla direzione degli interventi che il Governo intende intraprendere.

“La scelta che riscontriamo nel Piano non solo sembra essere quella di basarsi ancora essenzialmente sui Centri Pubblici per l’Impiego, ma, soprattutto, non viene indicata la direzione che il Governo intende intraprendere sulla riforma degli ammortizzatori sociali”, lamenta nel documento relativo alle questioni prioritarie inerenti al Piano, presentate al Governo prima dell’incontro del 25 gennaio.

Per quanto riguarda la capacità del Piano di aumentare la competitività del Paese, il professor Carnevale Maffè mette in guardia sul fallimento totale che si otterrebbe se il Governo continuasse nella direzione intrapresa. Il modello proposto dal Recovery Fund, spiega il Professore, è un modello di Facility, in cui c’è una corrispondenza tra i fondi messi a disposizione dallo Stato e quelli investiti dai privati.

“Si tratta di un modello di matching funds, in cui per ogni euro messo a disposizione dal Recovery Fund si mobilita un euro dal settore privato. In questo modo lo Stato si mette a disposizione, invece di mettersi al centro. Il modello attuale è invece un’esaltazione dello Stato, ne ricentralizza il ruolo”, spiega.

La visione errata su digitale e green

I fondi messi a disposizione dall’Unione Europea nel Recovery Fund sono visti anche come mezzo per rafforzare l’impegno dell’Unione (e di conseguenza dei singoli stati) verso un’economia più digitale e più green.

La Commissione, infatti, valuterà i singoli piani di ripresa anche in virtù del rispetto delle indicazioni date in questi 2 ambiti: il 37% (almeno) della spesa prevista dai piani di recovery deve essere destinata a investimenti legati al clima e almeno il 20% deve essere dedicato per promuovere la trasformazione digitale.

Indicazioni date anche in vista dell’impegno sul clima preso dall’Unione Europea, che entro il 2050 vuole raggiungere la neutralità carbonica (con emissioni nette di anidride carbonica pari a zero), rivendicando così un ruolo di leadership nella lotta ai cambiamenti climatici e nell’energia green.

Anche qui, il Piano elaborato dal Governo rischia di non allinearsi con la visione europea, avverte Carnevale Maffè: “Sia il digitale che il green sono visti in questo piano come mercato applicativo e non come risorse da esportare. Dobbiamo sostituire le filiere ad alto impatto con filiere prodotte in Europa, da esportare per il mondo. L’obiettivo non è inquinare di meno, ma costruire una filiera che produca energia green. A questo serve la convergenza tra digitale e green, dobbiamo creare una fabbrica intelligente, dei palazzi intelligenti e invece spendiamo 40 miliardi per la ristrutturazione dei serramenti”.

Confusione anche sulla governance

Tanta, troppa confusione, quindi. Sugli scopi del Piano europeo, su come utilizzare le risorse, sulle riforme da fare, su cosa e come investire, sul ruolo dello Stato e infine, sulla governance.

Tra i punti critici sollevati da Confindustria c’è proprio quello della governance, il cui ruolo sarà essenziale per garantire una corretta ed efficiente applicazione del Piano, su cui ancora vige troppa incertezza (non essendo stata delineata). Quello che auspica Confindustria è un confronto e un coinvolgimento continuativo e strutturato di tutte le parti sociali interessate.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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